STORIE DI OMOSESSUALITA’ IN FEDERICO IL GRANDE E IN VERLAINE

I due capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che esamineremo oggi presentano, pur nella loro brevità, notevoli elementi di interesse. Il primo si riferisce a Federico il Grande e alla sua amicizia per il nobile de Suhm e il secondo al rapporto tra Paul Verlaine e Lucien Létinois. Per capire esattamente il senso dei brani citati da Raffalovich occorrono alcuni chiarimenti di carattere storico.

Consideriamo prima di tutto il brano di Sante-Beuve che riguarda Federico il Grande. Va tenuto presente innanzitutto che Federico era notoriamente omosessuale e lo era stato dalla sua giovinezza.

Riporto qui di seguito un mio breve articolo, comparso di Gay e Storia (Biblioteca di Progetto Gay) e intitolato “Federico il Grande e von Katte”.

“Sulla omosessualità di Federico II di Prussia (24 gennaio 1712- 17 agosto 1786) si è scritto molto. Voltaire, il cui rapporto problematico di amore-odio con Federico II è ben noto, si lascia andare a pettegolezzi e a coloriture che sanno molto di gossip moderno di bassa lega, come ben fa rilevare Roger Peyrefitte [Archiivio storico del Corriere della sera, 16/10/1992] Voltaire è ironico, afferma che Federico non amava gli uomini gradi ma gli uomini belli, ma poi si sofferma sul rapporto di Federico col padre Federico Guglielmo I (1688-1740) e con i toni leggeri che gli sono propri accenna a due episodi emblematici del dramma che Federico fu costretto a vivere. Quando Federico era ancora giovanissimo aveva una specie di innamorata figlia di un maestro di scuola della città di Brandeburgo, che abitava a Potsdam. Voltaire ritiene che Federico non ne fosse innamorato realmente ma credesse solo di esserlo, sbagliandosi (o forse fingendo), dato che il suo interesse non era rivolto verso le ragazze. Ma il punto non è questo. Il re padre, Federico Guglielmo, notò che il figlio Federico si comportava da innamorato di quella ragazza, e pensò bene di fare correre quella donna in giro per la piazza di Potsdam, guidata dal boia a colpi di frusta, sotto gli occhi di Federico. Si tratta già di un segnale di un rapporto terribile tra padre e figlio, ma non c’era ancora di mezzo la questione della omosessualità. Col passare del tempo il rapporto padre-figlio divenne intollerabile per Federico che arrivò ad augurarsi che il padre morisse al più presto. Quando Federico aveva 18 anni, o anche meno, conobbe Hans Hermann von Katte (28 febbraio 1704 – 6 novembre 1730) che allora prestava servizio nella guarnigione di Küstrin e aveva all’epoca 26 anni. Guglielmina, sorella di Federico, annota nel suo diario:

“i due sono divenuti inseparabili. Katte è intelligente, ma non ha educazione. Egli serve mio fratello in ogni suo desiderio con reale devozione, e lo tiene informato di tutte le azioni del re.”

In quel periodo Federico aveva in mente di fuggire in Inghilterra, dato che per parte di madre aveva legami di stretta parentela con i re d’Inghilterra Giorgio I e Giorgio II. Programmò quindi la fuga con l’aiuto di Katte, ma il principe e il suo attendete furono catturati prima di passare in Francia, il coinvolgimento di von Katte fu subito evidente e l’ufficiale fu arrestato a Küstrin. Il re Federico Guglielmo umiliò Federico davanti ai servi e Federico e von Katte furono portati davanti al tribunale militare di Köpenick che condannò von Katte all’ergastolo per diserzione e si dichiarò non competente per giudicare il principe ereditario. Ormai il re Federico Guglielmo aveva capito la natura del legame tra Federico e von Katte.

Federico Guglielmo pensò di costringere Federico, che riteneva indegno del trono, a rinunciare al suo diritto di successione a favore del fratello, ma Federico non rinunciò e il padre andò su tutte le furie ma non poté metterlo a morte per l’intervento dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo. Il re Federico Guglielmo si vide quindi costretto a risparmiare il figlio e a dover perfino accettare che rimanesse nonostante tutto il primo in linea di successione al trono, ma fece pesare in modo terribile la sua collera. Facendo uso delle sue prerogative reali, Federico Guglielmo commutò d’autorità la condanna all’ergastolo inflitta a Katte dal tribunale in condanna a morte, ordinò che Katte fosse portato nella fortezza di Küstrin, dove si trovava Federico, per l’esecuzione della sentenza, e fu imposto al principe di assistere all’esecuzione. Carlyle, nella sua Vita di Federico II, volume 2, pag. 489, descrive così la scena:

“A Katte era stato ordinato di indossare un abito bruno, esattamente eguale a quello del Principe, il quale era già stato condotto in basso, in una sala, per fargli vedere Katte mentre passava di lì (l’ordine reale era di fargli vedere Katte mentre veniva giustiziato, ma la fecero passare come una disposizione ormai decaduta), e Katte sapeva che Federico lo avrebbe visto.”

Besserer, il cappellano della guarnigione, citato da Carlyle, descrivendo la scena mentre si avvicinavano al castello, dice: “Qui, dopo un lungo e bramoso sguardo tutt’intorno, finalmente vide il suo amato Gionata ad una finestra del castello, e da lui si congedò con l’espressione più gentile e più tenera, parlando in francese, senza alcuna emozione che ne tradisse il dolore.”

«Pardonnez moi, mon cher Katte», gridò Federico. «La mort est douce pour un si aimable prince», rispose Katte, e continuò a camminare, girando dietro l’angolo della fortezza, almeno così sembra, e non poté vedere Federico, il quale svenne senza poter dare un’occhiata a Katte prima che morisse.” Federico aveva allora 18 anni e von Katte ne aveva 26. È ben difficile immaginare una forma più inumana di violenza di un padre verso il figlio.”

Tanto premesso, vediamo ora chi è il sig. Suhm di cui parla Sante-Beuve. Troviamo la risposta nella “Storia della vita e del regno di Federico II Re di Prussia”, scritta in Francese dall’Ab. D. Carlo Denina, versione italiana, Venezia 1789.

Denina ci dice che il principe Federico iniziò lo studio del filosofo Christian Wolff (1679 –1754), e aggiunge (rimetto il testo in Italiano moderno):

“Ma Wolff prima di comporre in latino i suoi immensi trattati sopra tutte le parti della filosofia, aveva scritto in tedesco . Quantunque abbia molto contribuito ad arricchire la lingua di termini propri ed espressivi, il suo stile era rozzo e duro.

Convenne che Federico se lo facesse tradurre per poterlo studiare. Ulric di Suhm, di cui è stata pubblicata la corrispondenza con Federico, gli rese questo servizio.

Cotesto gentiluomo Sassone era stato inviato dal re Augusto II alla corte di Prussia: il principe in lui trovò intelligenza e competenza, e gli dimostrò amicizia. Suhm fu richiamato nei 1730, sia perché un simile legame col principe reale non piaceva al re Federico Guglielmo, sia per dissapori sopravvenuti tra la Prussia, e la Sassonia.”
Va sottolineato che il rapporto tra il futuro Federico il Grande e Suhm non era superficiale e lo stesso Federico aveva discusso con Suhm del processo contro von Katte. Quando il re Federico Guglielmo si rese conto dell’amicizia nata tra suo figlio e Suhm si diede immediatamente da fare per allontanare Suhm.”

Dopo l’uccisione di von Katte la situazione del principe Federico fu all’inizio pesantissima, col tempo e col progredire della malattia del re suo padre, Federico ebbe sempre maggiore autonomia di azione.

Ci dice Denina che “Il buon Suhm, per cui Federico aveva avuto una sincera amicizia, e che gli traduceva Wolff, non ebbe tempo di godere della fortuna che il suo amico divenuto re gli aveva destinata. Era partito da Peterburgo appena il nuovo re gli aveva manifestato le sue intenzioni, ma la sua salute non era stata mai vigorosa; si affaticò talmente nel suo viaggio, che morì a Varsavia prima di vedere il nuovo re di Prussia che lo attendeva.”

Il capitolo dedicato da Raffalovich all’amore paterno, è in sostanza una citazione di una poesia di Verlaine. Tutti conoscono, almeno per sommi capi, il burrascoso rapporto di Verlaine e Rimbaud, ma la poesia citata da Raffalovich si riferisce ad un altro ragazzo amato da Verlaine: Lucien Létinois. La sua storia è molto triste e la lettura delle poesie a lui dedicate nella raccolta “Amour” offre un’immagine decisamente poco nota di un Verlaine innamorato e malinconico.

Lucien Létinois nasce il 27 febbraio 1860 in un villaggio delle Ardenne, da una famiglia di agricoltori. Nell’ottobre del 1877, a 17 anni, è allievo dell’Istituto dei padri Gesuiti Notre-Dame di Rethel, dove Paul Verlaine è ripetitore di letteratura, storia, geografia e inglese. Verlaine è affascinato dal ragazzo e gli regala una copia con dedica dei suoi Romances sans paroles.

Nell’agosto del 1878 il contratto di Verlaine col collegio Notre-Dame non è rinnovato, ufficialmente per ragioni di bilancio, e Verlaine riceve anche una lettera di ringraziamento da parte del rettore. A settembre, Paul e Lucien partono insieme per l’Inghilterra dove si dedicano all’insegnamento in città diverse. Verlaine raggiunge poi Lucien a Londra dove, secondo la poesia VIII (O l’odieuse obscurité) della sezione Lucien Létinois di “Amour” (1888), i due divengono amanti. Lucien aveva 18 anni e Verlaine ne aveva 34. L’interpretazione della poesia appena citata non è però condivisa da tutti i biografi.

Nelle poesie dedicate al ragazzo Verlaine ne parla come di un figlio che veniva a sostituire il suo vero figlio, che gli era stato tolto per punirlo della sua vita libera con Rimbaud. Alla fine di dicembre 1879 i due tornano in Francia e vanno a vivere presso i genitori di Lucien. Col denaro di sua madre, Verlaine compra una fattoria e la intesta al padre di Lucien. Dalla fine del 1880 Lucien presta servizio militare fino all’autunno del 1881 come artigliere a Reims. Verlaine, per restargli vicino, ottiene un lavoro come sorvegliante generale in un collegio di quella città.

Il 7 aprile del 1883 Lucien muore improvvisamente per una febbre tifoide all’ospedale della Pietà; aveva da poco compiuto 23 anni. Verlaine è sconvolto, gli dedica 25 poesie alla fine della raccolta “Amour” (1888). La morte di Lucien rappresenta per Verlaine l’inizio della fine; comincia una vita da vagabondo alcolista dalla quale non uscirà più; morirà l’8 gennaio del 1896.

Ma ora veniamo ai testi:
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Federico il Grande e il Sig. di Suhm

“Si vede brillare in questa mutua corrispondenza quasi la luminosità di una di quelle amicizie di Platone, fatte per unire coloro che sono animati dal medesimo culto del bello e del vero. Si ha davanti gli occhi un Federico senza empietà. Senza nulla di quell’aria di scherzo cinico che credeva talvolta di buon grado di dover utilizzare indirizzandosi a dei corrispondenti francesi.”

“Ha per il sig. Shhm un’alta stima mescolata con la simpatia e la tenerezza, e per esprimerla sembra prendere qualcosa in prestito dai dialoghi degli antichi: “Sapete, senza che io ve lo ripeta, che la conoscenza delle perfezioni è il primo motore del nostro piacere, nell’amore e nell’amicizia che è fondata sulla stima. Ed è questa rappresentazione della vostre perfezioni che si crea la mia anima, rappresentazione che il fondamento della perfetta stima che io ho per voi.” In altri giorni ci definisce il suo amico con termini meno metafisici ma affascinanti per la loro grazia; tremando per la sua salute, nel momento in cui lo vede allontanarsi per andare in Russia: “Il vostro corpo delicato, gli dice, è il depositario di un’anima fine, spirituale e sciolta”. Certo alludendo a questo fragile contenitore che l’anima divora, lo chiama familiarmente mio caro Diafano. Quando sa che è malato e lo vede vicino a svanire nella sua pura essenza, grida: “Il solo pensiero della vostra morte mi serve come argomento per provare l’immortalità dell’anima; come può essere possibile che questo essere che vi muove e che agisce con tanta luminosità di nettezza e di intelligenza in voi, che questo essere, dico, così differente dalla materia e dal corpo, quest’anima dotata di tane virtù solide e di tante attrattive, questa nobile parte di voi stesso che è la delizia della nostra amicizia, non sia immortale?” Sainte-Beuve.

L’amicizia paterna

Forse è permesso prendere da “Amour” di Paul Verlaine qualcuna della pagine che celebrano l’amicizia paterna.

XV

Dal momento che già di nuovo la follia si fa sentire
spiega dunque la cosa, o poeta infelice.

Ho conosciuto questo ragazzo, la mia amara dolcezza,
in un pio collegio dove ero professore.
I suoi diciassette anni ribelli e magri, la sua reale
intelligenza e la sua purezza veramente bella
che i suoi occhi ei suoi gesti e la sua voce raccontavano,
incantarono il mio cuore e ispirarono la mia scelta
di lui come figlio, dal momento che il mio vero figlio,
le mie viscere, me lo nascondono per rappresaglia
per non so quale colpa carnale e soprattutto per
una fiera partenza alla ricerca dell’amore,
lontano da una vita rassegnata ai luoghi comuni!
Sì, soprattutto e più che altro per la mia fuga
indignata con una compagnia illustre e fraterna verso
tutti i punti dell’universo fisico e morale
– sembra che la gente abbia detto fino a Sodoma –
Dove dovrebbero morire le grida di madame Prudhomme![1]
Gli ho detto del mio piano. Lui ha accettato.
Aveva genitori che amava, che ha lasciato
di buon animo per essere mio, pur restando padrone di se stesso
e padrone del suo cuore e forse della su anima,
ma non più del suo spirito. È stato un bene, è stato bello.
E sarebbe stata una cosa fin troppo buona,
se non ci fosse stata la tomba. Giudicate voi.
Mentre tutte le mie idee
(quelle buone!) entravano nella suo spirito, precedute
dall’Amicizia cospargendo il loro percorso di fiori.
l’esempio di lui, semplice e bianco come un giglio calmo, dai colori
d’innocenza candida e di speranza verde,
scendeva sulla mia anima socchiusa
e sul mio cuore che egli penetrava pieno di pietà,
attraverso una strada disseminata dei fiori dell’Amicizia,
esempio delle virtù gioiose, la sincerità,
la castità, la fede ingenua nella Chiesa,
esempio delle virtù austere, vivere in Dio,
amarlo teneramente in qualsiasi momento e temerlo in ogni luogo,
sorridere, sia che il momento sia lieve sia che sia grave,
perdonare, che non è cosa da poco!

Tutto questo è durato sei anni, e poi l’angelo è volato via,
da allora io vado in giro smagrito e come ubriaco. È tutto.

[Paul Verlaine (1844-1896); Amour (1888) – Lucien Létinois]

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[1] Il signore e la signora Prudhomme erano una coppia di personaggi caricaturali francesi del XIX secolo, creata da Henry Monnier. Erano una coppia borghese. Paul Verlaine prende spunto da loro per il suo “Monsieur Prudhomme”, uno dei suoi “Poemi saturnini” (1866).

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AMICIZIA AFFETTUOSA: MONTAIGNE-LA BOETIE; MICHELET-POINSOT

I due capitoletti di «Uranismo e Unisessualità» che vi presento oggi sono dedicati a due coppie di amici, la prima, quella di Montaigne e La Boëtie è certamente più conosciuta, la seconda, quella di Michelet e Poinsot, è forse meno nota ma non meno interessante.

Che Montaigne e Michelet siano due colossi della storia e delle cultura francese è un fatto risaputo. Entrambi sposati, entrambi con figli, ma, al di là di questo, in genere molto ben visti dalla cultura gay, perché entrambi mostrarono forme di affetto verso un amico speciale, affini a quelle tipiche delle coppie omosessuali. Nessuno dei due manifestò reticenza rispetto ai propri sentimenti ed entrambi attribuirono alle loro amicizie una importanza fondamentale nella loro vita.

Ma, al di là di questo, non c’è dubbio che i Saggi di Montaigne siano un punto fondamentale nella lotta contro l’oscurantismo, le morali rigide e le pretese certezze che limitano la libertà umana. Montaigne fu un vero filosofo. Quanto a Michelet, la sua opera storica è guidata dall’idea che il progresso civile è un cammino verso la libertà. Si tratta di un’idea dirompente, se vogliamo di un’utopia, ma anche di una visione autenticamente libertaria del mondo e della politica. Michelet non si piegò mai alle imposizioni del potere, a costo di finire in povertà. È un personaggio la cui dignità potrebbe ancora fare scuola.

Montaigne fu sconvolto dalla morte di La Boëtie 32enne, ma sia Montaigne che La Boëtie erano uomini adulti. Anche nel caso di Michelet l’amicizia speciale fu interrotta dalla morte dell’amico. Poinsot morì a 22 anni e Michelet ne seguì il declino fino alla fine. Poinsot rimase nella vita di Michelet come una presenza fondamentale fino alla sua morte e Michelet volle essere sepolto accanto all’amico.

Quando alla vedova di Michelet fu proposta la traslazione della salma del marito nel Pantheon, tra i grandi di Francia, la signora negò la sua autorizzazione, argomentando che il marito era stato sepolto accanto a Poinsot e che lei non li avrebbe separati. Chi volesse approfondire il rapporto tra Michelet e Poinsot potrebbe leggere l’interessantissimo e breve saggio di Paule Petitier “Correspondance et structure du moi chez Jules Michelet”.
Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Montaigne e Eugene de La Boëtie

La Boëtie, ha detto Sainte-Beuve, è stato la passione di Montaigne. Ascoltiamo ora lo stesso La Boëtie:

“La maggior parte degli uomini prudenti e dei saggi non si fida e non accorda alcuna fiducia ad un’amicizia se non dopo che l’età l’ha confermata e il tempo l’ha assoggettata a mille prove: ma per quanto riguarda noi, l’amicizia che ci lega non dura che da poco più di un anno, ma è arrivata al suo punto più alto, e non c’è più null’altro da aggiungere. Questa sarebbe imprudenza? Nessuno, almeno, oserebbe dirlo, e non è saggio ma triste colui che, conoscendoci entrambi e conoscendo i nostri gusti e i nostri costumi, può preoccuparsi della data della nostra amicizia senza applaudire di buon cuore ad una unione così perfetta. E non temo certo che i nostri nipoti, un giorno, rifiutino di iscrivere i nostri nomi nella lista degli amici celebri. Non tutti gli innesti vanno bene per tutti gli alberi; il ciliegio rifiuta il melo, e il pero non accetta il pruno: né il tempo né le cure possono ottenere queste cose da loro, tanto gli istinti sono confliggenti. Ma su altri alberi lo stesso innesto attecchisce immediatamente per un segreto accordo naturale; In brevissimo tempo le gemme si gonfiano e si uniscono e i due insieme si danno da fare per produrre con uno sforzo comune il medesimo frutto… E lo stesso succede con le anime: ce ne sono di quelle che, una volta unite, nulla potrebbe separare; e ce ne sono altre che nessun’arte potrebbe unire. Quanto a te, o Montaigne, quello che ti ha unito a me, per sempre e in ogni circostanza, è la forza della natura, il più amabile richiamo amoroso, la virtù.”[1]

Jules Michelet et Paul Poinsot, nati nel 1798

(1811)

“Il ricordo di quelle passeggiate sarà sempre tra i miei ricordi più cari e più deliziosi. Nulla di quello che ho provato in seguito ne ha affievolito l’impressione.

Non si sente un piacere più vivo, quando si vola ad un appuntamento, di quello che sentivamo noi quando, in una bella mattina di primavera o d’estete ce ne scappavamo da rue d’Angulême e cominciavamo una conversazione di qualche ora. Prendevamo sempre la strada più lunga. Ero solo allora, nel mondo, col mio amico, ed essendo tutto il resto a mia disposizione, lo organizzavo per la mia felicità. Sono questi i ricordi belli, i ricordi innocenti che non hanno lasciato né rimpianti né rimorsi.”

(1818)

“Dio, io penso, ebbe pietà di me il giorno in cui rimandò da me colui che, solo, poteva addolcire tutte le mie sofferenze: il mio caro Poinsot. Dopo una così lunga assenza, mi veniva alla fine restituito, e per sempre.”

“A vent’anni ci ritrovavamo in mezzo agli entusiasmi della giovinezza. Me lo ricordo molto meglio dei miei pensieri di ieri, era un desiderio immenso, insaziabile, di comunicazioni, di confidenze reciproche. Ne la parola né la carta potevano bastare. Dopo lunghissime passeggiate ce ne andavamo insieme avanti e indietro. Che gioia quando tornava il giorno, l’avere tanto da dirsi. Come quando andavamo insieme a scuola, partivo di buon’ora, nel pieno della mia forza e della mia libertà, impaziente di parlare, di riprendere l’intrattenimento, di confidare tante cose.”

“Quante volte ho sbagliato orario! Alle quattro, alle cinque del mattino, andavo, bussavo, mi facevo aprire le porte, svegliavo il mio amico… Proprio sotto le nostre finestre, una panca, che si disse essere stata collocata lì appositamente per noi, sembrava invitarci ad aspettarci l’un l’altro. Che felicità era la sera, nella mia cameretta, dove mi rifugiavo qualche volta per lavorare, sentire Poinsot vicino alla camera di mio padre, dove ho sempre dormito fino al mio matrimonio, noi potevamo continuare, tenendo le porte aperte, quelle buone conversazioni a voce bassa… In compagnia di Poinsot, qualunque cosa mi sarebbe stata facile, perfino ridiventare buono.”

“Parlando della sua infanzia, ho detto che a 11 anni era stato collocato dai suoi genitori in uno studio notarile dove doveva fare delle commissioni. Fu una disgrazia per lui. Lì si trovò ogni giorno vicino a giovani arrivati, a uomini di età matura e di esperienze poco dignitose che davanti a lui parlavano molto liberamente dei loro vili intrighi. La conoscenza del male gli era dunque arrivata, attraverso lo spirito, prima del risveglio dei sensi… Un ragazzino mal nato, incline al vizio, a questa scuola pericolosa, si sarebbe guastato per sempre.

“Ma per lui fu tutto il contrario. Ci sono delle anime che non possono abbassarsi.
Istruito e molto più di quanto lo si è a vent’anni; o meglio male istruito, era stato comunque preservato da ogni forma di corruzione. Quello che pure potrà sorprendere, dopo quello che ho appena detto, è che di noi due, lui era, forse, rimasto il più puro. Non avendo più le curiosità inquiete dell’ignoranza, e avendo l’amore perso per lui il suo mistero – almeno lui così pensava – prima che ne avesse provato i primi trasalimenti; vedendolo sempre come i vili libertini lo avevano presentato alla sua immaginazione, una fonte di piaceri volgari ai quali né il cuore né l’anima prendevano parte; ora che l’età delle legittime tentazioni era venuta, ben lungi dal cedere ad esse, lui le fuggiva; si staccava sempre di più dalla compagnia delle donne…

“Due anni dopo, giovedì 4 maggio. – Poinsot è partito! L’ho accompagnato stamattina a Bicêtre. Sentendo di avere attitudini superiori, ha lasciato la farmacia per la medicina. Questi due anni in cui abbiamo vissuto insieme, sono passati come un sogno. Portati tutti e due per vie diverse, lontane dal nostro sentire, mai separati, si sarebbe detto che questa divergenza anche nei nostri studi ci attirava più fortemente l’uno verso l’altro.”

“Ecco che lui è solo laggiù. Io sono solo qui. Nemmeno una lacrima quando ci siamo lasciati, eppure il cuore ne resta mutilato. Non credo che due anime potranno mai essere così simili. Noi saremmo lo stesso uomo, se fossimo stati messi nelle stesse circostanze…”

“L’amicizia non fa perdere nulla a questi sentimenti elevati. Con un amico si arriva presto a parlare in modo gradevolissimo, sulle questioni generali, cosa che non si fa affatto con una donna che si ama. L’orizzonte si restringe molto rapidamente alla misura della individualità. Bisogna dunque cercare di coltivare tutto quello che può dare il cambio all’amore…”

“Domenica 13. – L’allontanamento fa nell’amicizia lo stesso effetto che fa nell’amore: è il mantice della forgia.”

“Domenica 5 agosto. – Potrei dire che questa amicizia ha qualcosa di romantico? Qualcosa che si trova ordinariamente solo nell’amore? Io cerco di spiegarmi questa toccante e singolare conformità di due anime. È un errore del Demiurgo che ha realizzato due volte la copia eterna della stessa anima, per parlare come Platone…”

“Martedì 12 settembre.- Nella nostra passeggiata la prudenza mi ha abbandonato , gli ho parlato di Lucile, e allora ho visto quanto valeva quest’anima: mi ha risposto semplicemente: c’è bisogno di tempo tra due cuori onesti per superare il baluardo che separa i sessi.”

“Giovedì 18 gennaio 1821. – Sì, povero ragazzo! … Chissà, mio Dio! … “

“È proprio vero che in questo momento in me non c’è che lui.”

“Quando voglio sapere fino a che punto sono vivo o morto, tasto il suo polso, e a seconda che quello rallenti o acceleri io mi abbatto o mi rifaccio coraggio. La mia vita è talmente appesa alla sua che se il suo cuore cessasse improvvisamente di battere, io credo che anche il mio si arresterebbe nello stesso secondo. La nostra unione è così forte, così completa, che l’angoscia mi fa a pezzi e ho la sensazione di soffocare quando ritrovo lui più oppresso, che non respira se non a fatica. Per fortuna il suo sguardo, in questi momenti, non scruta il mio viso. Si accorgerebbe troppo della gravità del suo stato dall’alterazione dei tratti del mio volto.”

“Bisogna ora che, per distrarlo, gli legga qualcosa. Parlare lo affaticherebbe troppo. Oggi voleva solo dormire. Sa sua povera mano tutta bagnata dei sudori della febbre, in certi momenti cercava la mia. Ma subito ricadeva nella stessa prostrazione…”

“Domenica 11 febbraio. – Ancora otto giorni da cancellare. Non ho potuto entrare per un solo istante in me. All’infuori di lui, quello che succede non lascia alcuna traccia. Sta molto male. Quando penso alla grandezza di questa perdita, mi sembra che anche donandogli tutto, non gli darei abbastanza; che la mia amicizia ardente è al di sotto di quello che lui merita. Ci sono andato stamattina e ci ritornerò stasera…”

“Mercoledì 21. – Tutto è finito! Poinsot è morto il 14…”

“Giovedì 4 aprile. – Non sogno mai di lui senza provare, l’indomani, l’invincibile bisogno di salire al cimitero. Mi sembra che lui mi chiami… Comunque stiano le cose, nulla fa rivivere più fortemente nei nostri cuori quelli che noi abbiamo perduto, del rivederli in sogno. L’indomani di queste notti in cui Poinsot mi appare, è come se le nostre anime si fossero unite insieme. Vivo come se lo avessi ritrovato. La sensazione della presenza del mio amico è così forte in me che io resto turbato se qualcuno bussa inaspettatamente alla mia porta. Qualche volta mi capita di girarmi bruscamente senza averlo voluto. Mi sembra che lui sia lì, molto vicino, dietro di me, che non stia aspettando che una parola, che un segno, per lanciarsi, per lasciarsi cadere nelle mie braccia. Ah! Per quanto vani voi siate, sogni della notte, e talvolta anche così crudeli, ritornate ovunque, ritornate e, anche spezzandomi il cuore, restituitemi l’amico che ho perduto!”[2]

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[1] I partigiani dell’ereditarietà, quelli che ne decifrano i geroglifici, terranno conto senza dubbio, spiegando l’amicizia-passione di Montaigne, che suo padre non aveva conosciuto donna prima dell’età di 33 anni. L’imprudente Rousseau, nell’Emilio, cita senza prova questo esempio di verginità prolungata. Questo è giocare con le parole.

[2] La signora Michelet non rifiutò forse il Pantheon per suo marito dando come una delle ragioni del suo rifiuto il fatto che Michelet era stato sepolto accanto a Poinsot?

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GAY E AMICIZIA SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato all’amicizia. Secondo Raffalovich, come secondo molte persone, l’amicizia è un sentimento nettamente separato dall’amore e contraddistinto dal fatto di non avere implicazioni sessuali. È vero però, che dopo essere partito da questa premessa Raffalovich aggiusta progressivamente il tiro e, anche se nelle note, arriva a sostenere che delle amicizie caratterizzare da piccole e incontrollate perdite seminali, non hanno comunque delle vere implicazioni sessuali.

Naturalmente su questo si può non concordare, per superare l’impasse basterebbe ammettere che il dominio dell’amicizia e quello dell’amore hanno degli elementi in comune, cosa che Raffalovich non accetta, sulla base del postulato iniziale sella separazione netta dei due campi.

Nell’ambito dell’articolo, due punti sono particolarmente interessanti. Il primo è l’analisi del sonetto XX di Shakespeare e il secondo è la storia di Molière e Baron.

Il sonetto XX di Shakespeare, secondo Raffalovich, ma anche secondo il comune buon senso, esclude l’omosessualità di Shakespeare perché il suo amore per W.H. è tutto attribuito all’aspetto e al modo di fare molto femminile di W.H..

Shakespeare aggiunge che la natura ha dato a W.H. un membro maschile (che il poeta lascia alla donne, perché non sa che farsene) e questo fatto gli impedisce un contatto sessuale ma non certo l’amore. Effettivamente è difficile pensare ad un gay che si innamora di un uomo per i suoi tratti femminili e ne lascia invece i tratti maschili e la stessa sessualità alle donne.

Per quanto riguarda il rapporto di Molière col giovanissimo Baron, Raffalovich si sforza di allontanare i sospetti di omosessualità, ma posso dire che, dalla lettura dei fatti, sospetti del genere non mi avevano neppure sfiorato!

Sono interessanti anche gli atteggiamenti sostanzialmente satirici usati da Raffalovich nei confronti della pruderie inglese, tipicamente vittoriana, legata alle manifestazioni più espansive dell’amicizia maschile.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’amicizia

L’amicizia non è una manifestazione dell’istinto sessuale, anche quando somiglia molto a certe manifestazioni di questo istinto.

Non confondere l’amicizia entusiastica, completa e romantica non l’unisessualità larvata o nascosta è cosa della più grande utilità e da un certo punto di vista, per alcune persone, di una grande difficoltà.

A seconda delle epoche, dei paesi, delle persone e delle età, si applicano regole diverse. La Bruyère ha detto che il cuore che si è affaticato sull’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore (eterosessuale); l’amicizia è un istinto altrettanto naturale e spontaneo dell’amore materno e che come quello deve essere al sicuro dalla calunnia e dai sospetti. L’amicizia-passione (o l’amicizia-gusto, o l’amicizia-fantasia) come la passione religiosa o artistica o scientifica o patriottica, si manifesta nello stesso modo nell’unisessuale e nell’eterosessuale.

La storia, come la vita contemporanea, ce ne offre parecchi esempi. Si potrebbe anche dire che l’uomo eterosessuale per il quale la donna rappresenta il summum dei piaceri sensuali è maturo per un’amicizia superiore e devota tanto quanto l’uomo per il quale la donna rappresenta solamente un’amica sororale o materna, o una nemica velenosa. Le grandi e lunghe dedizioni degli uomini senza il genio dell’altruismo sono soprattutto possibili quando essi non sono ispirati sensualmente – Come Lucas Cranach che seguiva il suo padrone prigioniero[1] o come Goethe che voleva imitarlo in occasione della collera di Napoleone contro il duca di Weimar.

Un uomo che ha provato l’amarezza e la tristezza di tutte le sensualità e le sessualità, si infiamma e resta imbarazzato soprattutto per un sentimento che non ha come base la sensualità, né ha la sessualità come centro. È così che l’uomo, malgrado la moglie o l’amante, si dedicherà a un amico o a una causa, come simbolo di qualcosa di più astratto, di meno personale del suo piacere.

L’altruismo è altrettanto fondamentale, altrettanto indispensabile dell’egoismo, se si vuole comprendere la natura umana. Tutte le sottigliezze degli epigrammatisti di genio, tutti i sotterfugi dei sofisti eloquenti non cambiano in nulla la differenza tra il desiderio di procurare piacere a se stessi o di farsi del bene, senza tenere conto degli altri, e il desiderio di amare il proprio prossimo più di se stessi, la differenza tra un imperatore Romano e San Francesco d’Assisi.

L’uomo che ha la vocazione dell’amicizia, come Bonstetten, per esempio, o Tiberge (in Manon Lescaut) dell’abate Prévost, e colui che ha molto amato le donne o gli uomini, si trovano nei confronti dell’amicizia più o meno nella stessa situazione se possiedono l’insieme delle qualità che la devozione affettuosa e l’amicizia altruista comportano. L’amicizia aumenta per il fatto stesso che non attira gli inganni sessuali e le tristezze delle voluttà raggiunte.

Dunque non bisogna prendere le grandi amicizie della giovinezza o dell’età matura (anche se uno degli amici è, è stato, o sarà notoriamente unisessuale) per manifestazioni dell’istinto sessuale, perché l’amicizia e l’unisessualità possono esistere insieme. Mi chiedo anche se sorvegliando troppo le amicizie infantili, piuttosto che non sorvegliandole abbastanza, non si faccia che aumentare il rischio per i bambini.

La questione è delicata e importante.

Le amicizie dell’adolescenza, quando l’adolescenza apporta una nuova castità, una seconda verginità del cuore e del carattere, e anche del corpo, assomigliano molto all’amore, ma sono di un’importanza incalcolabile. I maestri, quando non sono troppo sospettosi, i genitori (se non sono gelosi) possono servirsene molto meglio che dell’emulazione per stimolare i ragazzi[2] È meglio che un ragazzo si esponga a dei possibili pericoli, a dei possibili sviamenti, e che ottenga dei vantaggi probabili, certi. Le amicizie dell’adolescenza formano gli uomini e possono insegnare loro le virtù generose che la vita insegna solo ai privilegiati o ai buoni.
Le amicizie dell’età matura dovrebbero ugualmente essere rispettate.

Shakespeare nei suoi sonetti sembra aver conosciuto la stessa amicizia entusiastica di certi uranisti e certo Shakespeare non era uranista,[3] come è provato dal sonetto che manifesta imbarazzo per il sesso maschile di W.H.. Michelangelo o Platen al contrario, avrebbero amato W.H. perché era virile, bello e buono. Se ci si ricorda la conversazione di Casanova con Bellino, si vedranno nelle paure simulate di Bellino, tutti i pericoli possibili ai quali Shakespeare poteva esporsi; e non c’è il minimo dubbio che Shakespeare abbia sofferto amaramente e abbia amato in modo fervente, ma i sonetti non sono sensuali, sono affettuosi, teneri, senza equivoco.

Anche se l’amore di Shakespeare per W. H. ha ceduto alla sensualità, i suo sonetti non ne portano traccia. Sono stati comunque vivamente criticati, biasimati, proibiti, deplorati, in una sola parola ci si è abbandonati su di essi a tutte le acrobazie di un gergo insistente.[4]

Nel biasimarli, come nel biasimare molte delle manifestazioni iperboliche dell’amicizia, ci si trova oggi spesso in imbarazzo. I sentimenti meno sensuali di un essere spontaneo e buono si esprimono all’esterno con certe parole, certi simboli, certi gesti.

In Inghilterra (oggi), con grande pompa e senza alcun motivo serio, è generalmente accettata l’idea che l’amicizia più vigorosa non debba esprimersi che con una stretta di mano: il pudore maschile si spaventa di qualsiasi altra effusione in pubblico e a buon diritto. In teatro si batte energicamente con la mano la spalla dell’amico, ma per fare questo bisogna essere molto inteneriti e gioviali. Si arriva oggi ad immaginare che in privato o in particolari situazioni possa essere un po’ sconveniente essere più espansivi? È di moda in Inghilterra prendere in giro tutte le nazioni straniere in cui si manifesta l’amicizia in un altro modo, e ci si abbandona senza vergogna a delle considerazioni assurde su questo argomento. È una convenzione come un’altra, ma le persone grossolane o paurose finiscono per renderla molto sconveniente e le risate da pollaio o i rossori che accompagnano ogni altra manifestazione di affetto in teatro, per esempio, devono stupire gli stranieri e far loro credere gli Inglesi molto villani nel loro pudore. Nel capitolo sull’unisessualità inglese cercherò di spiegare un po’ questa tendenza e qualcuna delle sue conseguenze…

Quando si vede il campo dell’uranismo, il numero degli uranisti accrescersi sotto i nostri occhi, ci si ricordi di questo: una forte amicizia unica (o quasi) nella vita di un eterosessuale o di un unisessuale ha tante probabilità di essere un’amicizia vera portata alla quintessenza, quante ne ha un accesso di unisessualità nel primo o di infatuazione amorosa [eterosessuale] nel secondo. Così si è ripetuto che Molière aveva amato pederasticamente Baron, ma gli aneddoti che ho letto mi sembrano così innocenti che non si può sospettare che l’affetto di Molière fosse toccato dalla sessualità, affievolito o diminuito da essa. Ci si pensi.

D’altra parte anche se si avessero prove, documenti che indicano in Molière altre intimità sospette non si potrebbe in modo definitivo dare all’affetto di Molière per il piccolo Baron una interpretazione nel senso della unisessualità.

“Molière[5] era occupato in modo continuativo nell’intento di rendere migliore la sua compagnia.(Quando il piccolo Baron comparve nel teatro di la Raisin, ebbe molto successo). Era sorprendete che un ragazzo di dieci o undici anni, non introdotto ai principi della declamazione, facesse valere la sua passione con tanto spirito come faceva lui… Molière che allora are ammalato, non aveva potuto vedere il piccolo Baron i due primi giorni[6] ma tutti gliene dissero così bene che si fece portare al palazzo reale alla terza rappresentazione, anche se era malato. Gli attori dell’ hôtel de Bourgogne erano stati presenti a tutte le rappresentazioni, e non erano certo meno sorpresi del giovane attore di quanto non lo fosse il pubblico, soprattutto la Du Parc, che lo prese immediatamente in amicizia, e che in modo molto serio aveva fatto dei preparativi per averlo a cena qual giorno. Il ragazzo che non sapeva a chi dare retta per ricevere le carezze che gli facevano, promise a questa attrice che sarebbe andato da lei, ma la cosa fu interrotta da Molière, che gli disse di andare a cenare con lui.

“Era un maestro e un oracolo quando parlava, e questi attori avevano per lui una tale deferenza che Baron non osò dirgli che era impegnato, ma la Du Parc non si tratteneva dal trovare sbagliato che il ragazzo mancasse con lei alla parola data. Essi considerarono tutta questa buona accoglienza come la fortuna di Baron.

Appena Baron arrivò a casa di Molère, Molière andò subito a cercare il sarto per farlo rivestire (perché non era affatto in buono stato) e raccomandò al sarto che l’abito fosse molto appropriato, completo e finito per l’indomani mattina. Molière interrogava e osservava continuamente il giovane Baron durante la cena, e lo fece dormire con sé per avere il tempo di conoscere i suoi sentimenti attraverso la conversazione, al fine di indirizzare meglio il bene che gli voleva fare. L’indomani mattina, il sarto, puntuale, verso le nove o le dieci, portò al piccolo Baron un guardaroba completo. Lui rimase stupito e molto contento di vedersi improvvisamente così ben sistemato. Il sarto gli disse che bisognava scendere nell’appartamento di Molière per ringraziarlo. “È proprio nelle mie intenzioni, rispose il piccolo uomo, ma non credo che sia ancora sveglio.” Il sarto lo assicurò del contrario, lui scese e fece un complimento di riconoscenza a Molière che fu molto soddisfatto e non si accontentò di averlo fatto sistemare così bene ma gli regalò anche sei luigi d’oro, con l’ordine di spenderli come volesse. Tutto questo era un sogno per il ragazzo… Molière gli chiese che cosa sinceramente desiderasse di più. – Di rimanere con voi il resto dei miei giorni, gli rispose Baron, per mostrarvi la mia riconoscenza per tutto quello che avete fatto per me.

“Va bene! Gli disse Molière, è una cosa fatta…

“Molière, che amava i buoni costumi, non ebbe meno attenzione nel formare quelli di Baron che se il ragazzo fosse stato suo figlio; coltivò con cura le disposizioni straordinarie che il ragazzo aveva per la declamazione.

“Il bene che Molièere faceva a Baron non piaceva a sua moglie; senza preoccuparsi di corrispondere all’amicizia che lei voleva ottenere da suo marito, non poteva comunque soffrire che lui avesse atteggiamenti di bontà per questo ragazzo che, da parte sua, a tredici anni, non aveva tutta la prudenza necessaria per controllarsi con una donna verso la quale doveva avere dei riguardi. Lui si vedeva amato dal marito, e anche necessario ai suoi spettacoli, accarezzato da tutta la corte; non si preoccupò affatto di piacere o meno alla signora Molière. Lei si lasciò andare a dargli uno schiaffo per una questione molto banale; il ragazzo ne fu così vivamente offeso che se ne andò dalla casa di Molière: credette che il suo onore fosse compromesso dall’essere stato battuto da una donna. È mai possibile, disse Molière a sua moglie, che tu abbia avuto l’imprudenza di colpire un ragazzo così sensibile come sai che lui è, e tanto più in un periodo in cui è incaricato di un ruolo di seicento versi nella commedia che dobbiamo rappresentare davanti al re?

“La moglie espose diverse ragioni, sbagliate e anche aggressive, alle quali Molière decise di non rispondere nemmeno; si limitò a cercare di addolcire il ragazzo che si era rifugiato a la Raisin.

“Niente lo poteva fare tornare indietro, era troppo irritato; comunque promise che avrebbe recitato la sua parte ma non sarebbe tornato a casa di Molière. In effetti ebbe l’arditezza di chiedere al re il permesso di ritirarsi e, incapace di riflettere, si rimise nella troupe di la Raisin che lo aveva incitato a tenere il punto. Comunque era sempre occupato da Molière; l’età, il cambiamento, gli facevano sentire la riconoscenza che gli doveva e il torto che gli aveva fatto nell’abbandonarlo…

Questi discorsi furono riportati a Molière; che ne fu ben contento e non potendosi trattenere dal desiderio di fare tornare questo ragazzo nella sua troupe, che ne aveva bisogno, gli scrisse a Digione una lettera molto toccante. Molière aveva sofferto per l’assenza di Baron, l’educazione del ragazzo lo distraeva nei momenti di pausa. I disagi di famiglia aumentavano ogni giorno a casa sua, non poteva lavorare sempre né stare sempre con i suoi amici per distrarsi.

“D’altra parte non amava avere intorno troppa gente né il disagio, non aveva nulla per divertirsi o stordirsi allontanandosi dai suoi dispiaceri. Così considerava il ritorno di Baron come un divertimento familiare, col quale avrebbe potuto, con maggiore soddisfazione, condurre una vita tranquilla, conforme alla sua salute e ai suoi principi, senza il peso di questo armamentario di famiglia e anche di amici, che ci derubano, molto spesso, con la loro presenza inopportuna, dei momenti più gradevoli della nostra vita.

Baron non fu meno vivo di Molière nel corrispondere a quei sentimenti: partì appena ricevette la lettera, e Molière invaso dal piacere di accogliere il suo giovane attore qualche momento prima, andò ad aspettarlo alla porta di san Vittore il giorno in cui doveva arrivare, ma non lo riconobbe. I grandi spazi aperti della corsa lo avevano talmente stancato e affaticato che lo lasciò passare senza riconoscerlo, e se ne tornò triste a casa sua dopo aver aspettato per un bel po’. E fu felicemente sorpreso di trovarci Baron … Molière chiese a Baron se avesse denaro. Il ragazzo gli rispose che aveva in tasca solo quello che c’era rimasto di spiccioli, perché aveva dimenticato la sua borsa sotto il cuscino del letto l’ultima volta che era andato a dormire, che se ne era accorto dopo qualche stazione di posta, ma che la fretta che aveva di rivederlo non gli aveva permesso di tornare sui suoi passi per riprendersi il denaro. Molière fu entusiasta che Baron fosse ritornato e che fosse così emozionato e riconoscente, lo mandò al teatro con l’ordine di chiudersi talmente nel suo mantello da non poter essere riconosciuto da nessuno, perché non era proprio vestito, benché fosse vestito bene, alla maniera di un uomo che era l’attrazione dei suoi spettacoli. Molière non dimenticò nulla per rimetterlo in lustro; riprese la stessa attenzione che aveva avuto verso di lui all’inizio…

“Appena Molière morì, Baron[7] andò a Saint-Germain per informarne il re; Sua maestà ne fu toccata e si degnò di testimoniarglielo. Era un uomo probo, che aveva dei sentimenti poco comuni tra le persone del suo rango… Era costante nelle sue amicizie e sapeva ben collocarle.”

Insieme con i sonetti di Shakespeare, W.H. gli ispirò la sola amicizia romantica che noi conosciamo di lui, e se l’analisi rispettosa dei sonetti non ci fornisce francamente niente di sensuale, niente di sornionamente impudico, non c’è ragione di non ammettere anche lì un affetto senza scopo sessuale, senza base sessuale, qualsiasi ne siano le possibile ignote peripezie.[8]

Molti uomini in momenti diversi della loro vita hanno bisogno di simpatia (sia da testimoniare sia da farsi testimoniare), di ammirazione (passiva o attiva), di rispetto, di devozione, di apprezzamento, di solidarietà.

Molte di queste cose (dato che esse non agiscono da sole) potranno rendere molto intensa l’amicizia, e l’amicizia si colorerà in modi diversi, secondo la categoria alla quale essa sembra corrispondere più o meno idealmente o realmente, o più o meno illusoriamente: l’amicizia dei condiscepoli, l’amicizia del discepolo per il maestro, quella del maestro per il discepolo, l’amicizia dell’amico guaritore[9] per l’amico malato o sofferente (soprattutto moralmente) – io credo che questa amicizia sia la più forte, la più tenace, quella che al mondo affronta tutto – o per l’amico debole, e l’amicizia del convalescente o del guarito per il guaritore, l’amicizia fraterna, equilibrata e franca, tra amici che hanno i medesimi interessi o degli interessi paralleli (Montaigne e La Boétie, Achim von Arnim e Clemens Brentano, Goethe e Shiller, i fratelli Grimm e i fratelli Goncourt, Michelet e Poinsot, Liebig e Woeler). Questa amicizia esiste in grande misura tra uomini di lettere o di scienza o tra gli artisti.

L’apprendere, l’insegnare, il comprendersi reciprocamente, spingono questa amicizia fino a una veemenza tenera e costante, negli intellettuali. Questa è l’amicizia più duratura tra gli uomini il cui valore morale corrisponde all’intelligenza. Per questo, le meschinerie, le piccinerie devono tacere.
Parlare di unisessualità a proposito di queste amicizie, sarebbe come parlare di incesto[10] a proposito dell’amore di una madre, di un figlio, di un fratello, a proposito della devozione per l’inferiore o per il superiore.
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[1] Nota di Project:- Lucas Cranach detto il Vecchio (1472-1553), pittore e incisore tedesco, amico di Lutero, Essendo stato catturato il suo protettore Giovanni Federico I elettore di Sassonia dopo la Battaglia di Mühlberg, Cranach lo accompagnò in cattività dal 1550 al 1552, prima di ritornare a Weimar, nuova residenza elettorale, per morirvi l’anno seguente.

[2] Si può leggere a questo proposito il giudizioso Niemeyer. [August Hermann Niemeyer (1754 –1828) pedagogista tedesco.]

[3] Si lamenta nel famoso ventesimo sonetto (che sciocca il pudore di certi editori inglesi) che la natura, dando per errore a W. H. un organo di cui Shakespeare non sapeva che farsene, gli aveva tolto il piacere sensuale e gli aveva lasciato l’amore. È la situazione di Casanova e di Bellino.

[4] Si vedano Hallam e Michelet. [Henry Hallam (1777 –1859) storico inglese; Jules Michelet (1798 –1874) storico Francese]

[5] Vie de Molière, di Legalois de Grimarest (Archives curieuses de l’histoire de France, 2^ serie, vol X, E. Danjon, bibliothécaire de l’Arsenal, 1839).

[6] Il secondo giorno la Raisin aveva incassato mille scudi.

[7] Non so se sia utile raccontare un aneddoto che prova che Molière trattava Baron come un ragazzino viziato e malizioso. Quando Bernier tornò dal suo viaggio, andò ad Auteuil a raccontare a Molière che non ci si poteva comportare con l’imperatore Mogol detronizzato come si faceva in Turchia, ecc., Baron lo prese tanto in giro che Bernier alla fine fu costretto a riportare la conversazione sul capitolo Baron. “Molière, che ne parlava con piacere, ne cominciò la storia, ma Baron, stufo di ascoltarlo, andò a divertirsi altrove”.
Sembra che Molière avesse una relazione con un’attrice che non era bella “un vero scheletro e priva di senso comune, Amica di Florimond e di la Barre. Molière lo sapeva ma diceva di non avere il tempo né la pazienza di abituarsi ai difetti di un’altra persona.”
“Può anche darsi che un’altra [donna] non avrebbe voluto l’affetto di Molière, che trattava le relazioni con trascuratezza, le sue assiduità non erano troppo stancanti per una donna; in otto giorni una piccola conversazione, questo era abbastanza per lui. Senza che si preoccupasse di essere amato se non da sua moglie”.

[8] Le grandi emozioni, qualsiasi esse siano, (si sa che certi artisti provano delle emozioni sessuali quando lavorano con furia o quando sono colpiti da un’impressione artistica), religiose o artistiche o sentimentali, agiscono qualche volta, senza che l’uomo se ne renda conto, sui centri sessuali.
San Giovanni della Croce disse che non bisogna affliggersi né credersi scorretti se questo succede durante l’assorbente preghiera indirizzata a Dio e se uno degli incidenti dell’amicizia di Shakespeare per W. H. o di Molière per Baron fosse stato una incosciente e insignificante perdita seminale, non bisognerebbe certo dedurne l’origine sessuale di queste amicizie.
In certi esseri delicati e inflessibili, il colore, la musica, il toccare le cose inanimate, la composizione, il lavoro cerebrale possono in rari momenti portare una perdita sessuale di cui essi appena si accorgono, tanto sono occupati da altre cose. Non si può dire che questa perdita sessuale del matematico o del musicista provi che le loro emozioni, i loro interessi siano di origine sessuale, non li si può considerare feticisti.

[9] Questa bella espressione appartiene a Stendhal.

[10] Nel romanzo di Catulle Mendès, Mephistophela l’invertita rifiuta sua figlia per non asservirla al suo vizio, ma anche lei, la folle, la dannata, non cede alla tentazione. Gli incesti unisessuali esistono (soprattutto tra fratelli). Krafft-Ebing racconta la storia di due ragazzi di 15 e 16 anni, ai quali il padre, un medico, fece subire la sodomia passiva completa… ecc. ecc.. Ma non credo che si incontrerebbero degli incestuosi unisessuali tra gli uranisti arrivati alla maturità senza essere alienati. Non nego la possibilità, al contrario l’incesto unisessuale può essere più frequente di quello eterosessuale; Zo’har [un romanzo di Catulle Mendès il cui titolo è il nome di una delle cinque città che secondo l’Antico Testamento furono bruciate in situazioni simili a quelle di Sodoma e Gomorra] di Mendès sarebbe allora più verosimile senza eroina. L’incesto, fortunatamente, è poco attraente per la maggior parte degli uomini.

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AMORE OMOSESSUALE E AMICIZIA TEDESCA SECONDO RAFFALOVICH

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, intitolato “l’amicizia tedesca”, che vi presento oggi, è un autentico gioiello. In esso Raffalovich, con estrema finezza intellettuale definisce che cosa egli intenda per amicizia tedesca: si tratta di un’amicizia “che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze.”

La letteratura tedesca è ricchissima di scambi epistolari tra omosessuali di alto profilo culturale; questi documenti sono stati pubblicati in Germania senza censura perché il linguaggio e i concetti di fondo sono del tutto simili a quelli di analoghi epistolari eterosessuali.

Certo, in Inghilterra, in nome di una falsa morale, si sarebbe trovato qualche giudice ben pensante pronto ad imporre la censura per non corrompere la gioventù! Raffalovich cita dei bellissimi brani di lettere scambiate tra Schleiden (padre di Rudolph Schleiden) e il suo amico Beyer. Sia Schleiden che Beyer si sposarono ed ebbero figli, ma le loro lettere sono in sostanza lettere d’amore.

L’intelligenza di entrambi fu di non nascondere i loro sentimenti ai figli “perché i figli potessero ereditare l’amore e l’amicizia dei padri.” Sarà proprio Rudolph Schleiden nel 1886 a pubblicare le lettere e a manifestare il proprio orgoglio di essere figlio di un tale padre.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’AMICIZIA TEDESCA

Avevo raccolto dei documenti sull’espressione viva e toccante di un’amicizia che vorrei chiamare tedesca, è l’amicizia che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze. Stavo conducendo questo studio con l’aiuto di tutti i grandi nomi della Germania, le lettere ferventi di Frédéric Schlegel, di Schiller (lettere filosofiche tra Julius e Raphael) e degli altri, con l’aiuto dei romanzi, da quelli di Jean Paul fino a quelli di Suderman e di Wilbrandt, intendevo riassumere e analizzare interi settori della mia biblioteca, Hamann, Gleim, Acim von Arnim, Clemens Brentano, Liebig, Heinrich von Kleist, ecc. ecc..

Intendevo spiegare come le lettere degli uranisti superiori avessero potuto essere pubblicate integralmente senza scioccare, perché gli uranisti superiori non si esprimono in modo diverso dalla maggior parte degli eterosessuali moderni. E mi chiedevo come avrei fatto per avere il tempo e lo spazio necessario. Un libro viene in mio soccorso, ed esso soltanto dirà tutto quello che io ho da dire.

Nel 1886, è stato pubblicato il primo volume delle memorie di Rudolph Schleiden, memorie interessanti sotto molti punti di vista, e soprattutto per quelli che sono a conoscenza della storia contemporanea dello Schleswig-Holstein. Venendo da una famiglia dalla quale è ben contento di provenire, da genitori che venera, Rudolph Schleiden comincia col raccontare la vita di suo padre, e un episodio della giovinezza paterna esemplificherà in modo molto concreto l’amicizia che io chiamo tedesca.

Schleiden padre aveva 22 anni quando fece la conoscenza del suo amico Beyer. Beyer sposò più tardi la figlia di Kosegarten.[1] Rudolph Schleiden cita alcune lettere di Beyer, perché esse caratterizzano i due amici e perché mostrano quanto suo padre fosse amabile e amato. Trascrivo qui, sintetizzando, alcuni frammenti:

“Mi manchi molto. Non mi resta altro che la gioia di poter parlare di te. Kosegarten diceva ieri a tavola: È un peccato che Schleiden sia partito. Se tornasse mi farebbe piacere. – No, ho detto io. Non a me: lui non mi farebbe piacere, ma se potessi godermi il suo suonare (il piano) e il suo canto, lui potrebbe starsene lontano quanto vuole. Il mio sentimento per l’arte e il mio disinteresse sono stati lodati. Non sapevano che io pensavo tutt’altro… Ultimamente abbiamo avuto a casa un sacco di gente. Queste persone si stupivano di vedermi così zelante vicino a Lotte. Loro non sapevano che tu stavi tra me e Lotte. Lei diceva che io ti avevo procurato dolore parecchie volte. Te l’ho procurato, caro? Questo mi dispiacerebbe e comunque mi riempirebbe il cuore di gioia. Perché solo se tu mi ami io ho potuto farti del male.”

“20 Ottobre[2] – La signora Kosegarten ha detto: Che peccato che il sig. Schleiden non sia qui. – Io mi sono messo al piano e ho cantato l’Adelaide e ho suonato e cantato la tua canzone. Teodoro mi ha ringraziato, soltanto, lui mi ha detto che mi mancava la tua profondità … Tu verrai! Questa è la mia preghiera al mattino e alla sera. Ti chiedi come posso tenere ad un uomo come te? Non lo capisco nemmeno io. Vieni, dunque, e ti dirò la ragione. Perché hai del denaro, se non serve per venire qui? Dio te lo ha dato per questo, non per sprecarlo a Berlino…”

“25 Novembre. – Mi chiedi se si parla ancora di te? O vanità, il tuo nome è Schleiden! Sì, veramente si parla ancora di te, ed è proprio a me che questo dà più fastidio. Schleiden, e sempre Schleiden, e niente altro che Schleiden, non ho forse detto più tardi di ieri: che bisogna fare per fare una tale impressione? Bisognerebbe essere altrettanto carino e cantare altrettanto bene ha detto qualcuno. Allora io corro al piano come un folle, mi metto a cantare come te, tanto come te che questo mi ha fatto paura. Avrei potuto gettarmi al tuo collo. Quando si celebrano le tue lodi io contraddico tutti, perché io ti amo troppo, e ti critico per farmi confutare dagli altri. E allora, mandami il tuo ritratto. Che bestia che sono! Perché non ho preso il tuo ritratto. So bene che aspetto hai, e ultimamente in una discussione ho negato violentemente che tu avessi begli occhi, ho ammesso solo che la tua bocca era passabile. Ma vorrei tanto averti con me.”

Nel mese di marzo, Schleiden e Beyer trascorsero qualche giorno insieme. Il giorno della partenza di Schleiden, Beyer gli scrisse:

“Stamattina, tanto sei stato al piano, piccolo mio, che non ti ho mai visto. Là tu ti sei immedesimato in me e nessuna scorza ti potrà nascondere. So che è una follia, ma perché hai cantato così? Io sto per partire. Tu verso occidente, io verso oriente. Tu verso il sole, io in direzione contraria. Parto oggi per Jasmund.”

Il 29 marzo scrisse: “ Ultimamente stavo ad Arcona. Non mi è piaciuta. È lì che siamo andati insieme all’inizio, e dove mi sei diventato molto caro. Anche l’albergo era così vuoto, così vuoto…”

Sedici anni dopo, Beyer scrisse a Schleiden, esprimendo il desiderio di rivedersi, di rivedersi ancora una volta e, se possibile, di lasciare che i figli ereditino l’amore e l’amicizia dei genitori.

Quando ci si preoccupa di liberare l’immagine, l’illusione dell’amico assente dal sentimento che si mescola al pudore, per difenderla contro gli indifferenti, quando ci si preoccupa dell’infantilismo del denigrare l’amico per sentirlo lodare, portare alla stelle, quando si pensa a questi slanci di giovani cuori che non dimenticano troppo la loro giovinezza, e quando si sa quello che un pubblico inglese, dei giornalisti inglesi, delle spose inglesi, dei giudici inglesi direbbero di questa corrispondenza piamente pubblicata dai figli, ci si domanda se il terrore inglese non finisca per spingere all’inversione più della fiducia tedesca.
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[1] Persona molto distinta.
[2] Più o meno un mese dopo.

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GLI OMOSESSUALI REALIZZATI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è intitolato “I forti e i forti”. Il titolo è preso da una poesia di Verlaine, che Raffalovich riporta, in cui si descrivono i rapporti sessuali di una coppia di omosessuali virili e di forte carattere. La poesia di Verlaine non è sempre di immediata comprensione per il lettore di oggi e contiene espressioni strane che, come si vedrà nel seguito del capitolo, hanno riferimenti sessuali precisi. Non si deve credere che Verlaine avesse qualche reticenza in fatto di sessualità, il suo linguaggio criptico era un’esigenza per evitare il ritiro dell’opera per oscenità.

Raffalovich mette a paragone la coppia omosessuale di due “forti” alla maniera di Verlaine, con la coppia onorevole di Platone ed è evidente che le sue preferenze vanno a Platone. Riporta poi alcuni casi emblematici di omosessualità di uomini virili profondamente soddisfatti della loro sessualità omosessuale, tratti da Krafft-Ebing, e ne fornisce interpretazioni certamente più convincenti di quelle fornite dallo stesso Krafft-Ebing.

Il paragrafo dedicato all’eredità, affronta poi un concetto che dominava la medicina di fine 800 e cioè il concetto di ereditarietà, di cui Krafft-Ebing faceva largo uso e che si ritrova fortemente presente anche in Havelock Ellis. Raffalovich, con una verve quasi comica mette in crisi la faciloneria con la quale, per spiegare l’omosessualità di uomini perfettamente normali, si cercavano o se del caso si inventavano patologie di vario tipo nei loro ascendenti e se ne deduceva tutto o il contrario di tutto senza un minimo di serietà scientifica. Non per nulla, alla descrizione medica dei casi di omosessualità Raffalovich preferisce le ricostruzioni storiche e le analisi psicologiche approfondite.

Molte riflessioni che Raffalovich espone in questo capitolo sono sostanzialmente valide ancora oggi, ma lasciamo a lui la parola.
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I forti e i forti

Verlaine, in una delle sue meravigliose poesie, ha cantato l’amore fisico degli unisessuali virili. Penso che le pagine precedenti renderanno più facile capire il senso fisico di questa poesia.

Queste passioni ch’essi soli chiamano ancora amori
sono anch’esse amori, teneri e furiosi,
con particolarità curiose
che non hanno certamente gli amori di tutti i giorni.

Eroiche, anche più e meglio delle altre passioni,
si adornano di splendori d’anima e di sangue
tali che al confronto gli amori nei ranghi
non sono che Riso e Gioco o necessità erotiche,

che vani proverbi, che un nulla da bambini troppo viziati.
– “Ah! i poveri amori banali, animali,
normali! Voglie grossolane o pulsioni frugali,
senza contare la sciocchezza delle fecondità!”

– Coloro che l’alto Rito consacra possono dire,
avendo conquistato la pienezza del piacere,
e l’insaziabilità del loro desiderio
che benedice la fedeltà del loro merito.

La pienezza! Essi l’hanno completamente:
baci saziati, ingozzati, mani privilegiate
nella ricchezza di carezze ripagate,
e questo divino finale annientamento!

Così sono i forti e i forti, l’abitudine
della forza li rende invincibili nel godimento.
Abbondante, saporoso, debordante, il godimento!
Lo credo bene che hanno la pienezza piena!

E per esaudire i loro voti, ciascuno a turno
compie l’azione suprema, ha la perfetta estasi
– Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso –
in deliquio come la notte, fervente come il giorno.

I loro bei trastulli sono grandi e gioiosi. Niente di quelle crisi:
vapori, nervi. No, giochi coraggiosi, poi felici
braccia stanche attorno al collo, per sonni a due più
stretti che languidi, spesso interrotti per essere ripresi.

Dormite, innamorati! Mentre intorno a voi
il mondo disattento alle cose delicate,
strepita o riposa in sonnolenze scellerate,
senza nemmeno, è così stupido!, essere di voi geloso.

E questi risvegli franchi, chiari, ridenti, verso l’avventura
di fieri dannati d’un più magnifico sabba?
Salve, testimoni puri dell’anima in questo combattimento
per l’affrancamento dall’opprimente natura![1]

Il velo che Verlaine solleva ci mostra, anche se tra dei “forti”, degli accoppiamenti molti differenti da quelli permessi dall’amore platonico fisico: quegli “stretti sonni a due, spesso interrotti per essere ripresi” sono proprio quello che Platone, nella sua saggezza, trovava abominevole. Evidentemente perché lui permetteva, santificava l’amore fisico che contribuisce anche all’amore essenziale, costante, filosofico. Delle notti interrotte e riprese più volte non possono che indebolire, alla lunga, la fibra morale di questi amori, non possono che avvicinare la sazietà[2], la fine. Platone permetteva (proprio come san Paolo che concedeva il matrimonio a quelli che non potevano rimanere casti e vergini) la soddisfazione fisica tra amici-amanti di lungo periodo se non a vita; egli proibiva la sazietà.

Si vede ora un po’ più chiaramente la morale dell’amor platonico, la sua gerarchia. Gli innamorati sazi di Verlaine stanno agli amanti platonici onorevoli come gli innamorati sazi di belle cortigiane stanno agli amanti coniugali. Riconoscere la gerarchia platonica (cosa della quale si ha tanta paura oggi) non presenta più rischi che riconoscere la superiorità del matrimonio sulla fornicazione.

Krafft-Ebing ha fornito numerosi casi di soddisfazione fisica tra forti e forti. Così troviamo M. O., di 32 anni, che aveva un ruolo nell’alta amministrazione, che a quattro anni provò chiaramente le sue prime tendenze unisessuali, all’età di sei anni si trovò a praticare la suzione peniena su suo fratello maggiore. Tra gli 8 e i 14 anni non ebbe una vita sessuale. Pubertà a 14 anni. A 15 un sogno lascivo unisessuale. A 16 masturbazione solitaria con fantasie unisessuali. Poi amore platonico per un giovane uomo il cui odore era gradito ad O. Durante i diciotto mesi di questo amore platonico, niente masturbazione. A 20 anni coito con una prostituta, senza godimento. Come al solito, questi coiti con delle ragazze sono seguiti da una forte pulsione unisessuale, che rende il coito sempre più raro e sempre più difficile. Ne deriva che O. è forzato ad immaginarsi un uomo, quando sta con una donna. Oscilla tra disperazione, noia della vita, masturbazione, onanismo, coito con ragazze coi capelli corti e con le anche strette che hanno l’aria di un ragazzo grande. A 31 anni incontra in viaggio un uomo simpatico. Coito orale reciproco seguito da un grande e salutare benessere, dice Krafft-Ebing. È il “Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso” dell’ingegnoso Verlaine. M. O., dice Krafft-Ebing, non presenta alcun segno di degenerazione; è completamente virile e di aspetto distinto. I suoi organi sessuali sono ben formati. Dato che una di queste ragazze dall’apparenza di ragazzo gli ha comunicato un’infezione venerea, e dato che tutti i suoi rapporti con ragazze erano a malincuore, e dato che a 31 anni si è trovato così soddisfatto dall’onanismo orale reciproco, è probabile che questo coito unisessuale divenga la sua soddisfazione abituale. Si può senza esitazione far risalire questa predilezione per l’onanismo orale alla seduzione da parte del fratello, ma non si può dire altrettanto per l’unisessualità in sé. Questo è uno dei casi che Krafft-Ebing designa a torto: ermafroditismo psichico. Ma è un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali.

Krafft-Ebing ci presenta anche il caso di M. B., di 32 anni, che non ha mai trovato interessante la donna, che non ha mai avuto rapporti con una donna, che prova anche un certo orrore quando pensa ad un coito eterosessuale. Si è sentito attirato verso altri ragazzi giovani, quando era giovane. Si è masturbato molto. I suoi rapporti unisessuali si limitano alla masturbazione reciproca, di tanto in tanto. La sua inversione, il suo uranismo, non gli producono alcun dolore. Non deve essere sentimentale. Il suo corpo è completamente maschile, il suo modo di fare è virile. Gli organi sessuali sono normali. Non presenta alcun segno di degenerazione, ma ha l’occhio nevropatico. Bisogna ricordarsi che la masturbazione reciproca è la soddisfazione unisessuale dei timidi, dei repressi, degli attenti, dei sorvegliati. Un amore condiviso, delle abitudini sentimentali, più tempo libero e molte altre cause porterebbero facilmente questo giovane uranista di 32 anni ad altre soddisfazioni.

Il caso di M. R., di 23 anni, è molto istruttivo. All’età di 6 anni, quando faceva il bagno insieme ad altri bambini, i loro corpi nudi lo eccitavano e producevano in lui delle erezioni sessuali. (proveniva da una famiglia neuropatica: cosa che, secondo me, spiega la precocità del suo eretismo, ma non la sua unisessualità.) A scuola, era sempre innamorato. Le donne non lo hanno mai interessato. Le sue occupazioni, le sue tendenze, i suoi giochi, non hanno avuto nulla di femminile o di effeminato. È stato sempre un ragazzo vero. Si è masturbato solo per poco tempo, dopo la pubertà. Secondo me la masturbazione che non precede la pubertà produce risultati del tutto diversi e non abbassa necessariamente il livello intellettuale o fisico.

Ha sempre amato, in modo esclusivo, dopo essere arrivato all’adolescenza, giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, ben fatti e ben messi. Ha tentato di avere rapporti eterosessuali, ma il disgusto e l’assenza di una spinta sufficiente per andare avanti lo hanno portato alla decisione di non indirizzarsi più verso le donne.

Dal suo ventunesimo anno ha rapporti unisessuali. Pratica il coito attivo inter femora viri; ma verso un amico uranista, suo simile, col quale ha una relazione permanente, prova il suo affetto alternandosi con lui, “tantôt la coupe, tantôt le vase” (“qualche volta la coppa, qualche volta il vaso”). Questo tipo di coito gli dà sempre una sensazione di benessere.

Si rivolge a Krafft-Ebing per consultarlo a proposito di alcune nervosità. È completamente contento della sua vita sessuale, solo da un anno soffre qualche volta di una impotenza “psichica” di fronte ad un uomo che non sia completamente pulito, o che sia pagato, o che appartenga a una classe troppo elevata della società.

Queste tre categorie possono aprire un po’ gli occhi di coloro che ignorano l’estensione dell’unisessualità. Questa “impotenza psichica” significa secondo me che R. non è naturalmente dissoluto e che egli dovrebbe sottomettersi all’idea di seguire soltanto le sue vere tendenze.

Il caso di M. G. (negoziante, 31 anni, completamente virile di corpo, di aspetto e di andatura) è complicato da alcune circostanze dipendenti dall’ereditarietà e da circostanze dovute all’ambiente. G. è il settimo di 14 figli di un padre alcolista. Un fratello più grande è invertito. Si sospetta l’inversione di due sorelle morte giovani “perché evitavano le persone giovani e preferivano alla cucina la scuderia e i lavori da uomo”. Ma, dato che G., fino ai sette anni ha portato abiti da femminuccia, e dato che amava dare una mano in cucina e nella gestione della casa, e dato che questa famiglia non era ricca ed era resa infelice dall’ubriachezza del padre, i lavori maschili delle sorelle e l’aiuto che dava il ragazzino potevano certamente derivare da buon cuore e dal desiderio di alleggerire il fardello materno. Questo è un esempio eccellente delle lacune dell’osservazione clinica. Sembra che Krafft-Ebing non abbia chiesto a G. se il desiderio di venire in aiuto della madre potesse spiegare la sua condotta e quella delle sorelle. A 6 anni G. si sentì attratto da uomini che avevano la barba. Non ci viene detto se il padre che rendeva così triste quella casa fosse un uomo rasato: il bambino avrebbe potuto per contrasto amare i barbuti. O al contrario, se il padre ubriacone fosse stato mal rasato o avesse portato una barba mal pettinata, una barba incolta, un contrasto di un altro tipo avrebbe potuto affascinare il piccolo. I bambini le cui madri soffrono hanno delle precocità tragiche. A 10 anni arrossiva di fronte ad un uomo simpatico – cosa che accade alla maggior parte dei bambini un po’ tristi. A partire dalla pubertà si mise a fantasticare su uomini coi baffi. Gli uomini rasati non lo interessavano. Andava spesso al ballo per vedere dei begli uomini. Cercava la compagnia degli uomini nella speranza di trovare qualcuno che lo amasse. Si sentiva solo e abbandonato. A 18 anni, mentre un uomo “simpatico” si schiacciava contro di lui, G. provò l’orgasmo sessuale con il relativo sollievo; ma la sua timidezza (dovuta forse tanto a una giovinezza imbarazzata e infelice, sotto certi aspetti, quanto alla sua effeminatezza) gli impedì di trovare un amante. A 20 anni si diede all’onanismo e si sentì infelice, solo e disgustato della vita.

A 29 anni trovò un amore condiviso e la pace. Da allora visse con il suo mante in una grande città, come marito e moglie. È felice. Nei loro rapporti sessuali (masturbazione reciproca, coitus inter femora) lui è soprattutto passivo. Non è un caso di effeminazione ma di uranismo contrastato e intristito dalle circostanze. Nove anni di onanismo e di desiderio di essere amato, senza una fibra virile corrispondente alla costituzione virile del corpo, avrebbero prodotto un’effeminazione psichica o fisica. Si vede qui, ancora una volta, la differenza tra l’onanismo dopo la pubertà, dopo la crescita, e l’onanismo malaticcio degli impuberi.

Eredità[3]

Mi sono occupato poco fin qui dell’eredità. Non trovo che i dettagli che ci vengono dati sugli ascendenti e sui fratelli e le sorelle degli uranisti ci facilitino la conoscenza e la comprensione del loro uranismo. Credo invece di riconoscere che la debolezza, la nevrosi, l’alcolismo dei genitori spieghino piuttosto la mancanza di coraggio, la mancanza di iniziativa di certi unisessuali, piuttosto che la loro unisessualità. Gli uranisti che non hanno la gioia di vivere, che non osano, che si credono i bastardi della natura, hanno un’eredità più appesantita degli uranisti che accettano i loro istinti e non si ribellano contro la natura. La nevrosi ereditaria si oppone all’unisessualità più di quanto non la spieghi.

Per quelli che non vogliono o non possono ammettere la possibilità che l’uranismo sia un istinto quasi primordiale (posizione che si potrebbe difendere con vigore, se se ne credesse venuto il tempo) e che non possono in coscienza trovare tutti gli uranisti degenerati, o imbastarditi, o di minor valore fisiologico, c’è stato certamente il bisogno di servirsi dell’eredità. Essa tira fuori gli autori imbarazzati dalla loro perplessità in questo modo: l’eterosessuale, uomo normale, acquisisce abitudini di inversione e gusto per l’uomo. L’eredità trasforma questo gusto acquisito in gusto congenito sotto l’influenza avversa della malattia fisica o psichica degli ascendenti, delle loro nevrastenie, del loro alcolismo o che so io, di tutto quello che può succedere di sconveniente o di affaticante per dei genitori. È così che si può essere severi verso l’uranismo, che si possono biasimare i genitori e compiangere i figli. Si finirà per scoprire tutto quello che c’è di illusorio, di effimero, in questo punto di vista. È poco logico, se un uomo non è un degenerato, dissotterrargli, o addirittura inventargli, se ce ne fosse bisogno, dei genitori viziosi o degenerati.

Si trovano, tra i genitori degli uranisti, tanto eterosessuali indefettibili quanto sifilitici o sessualmente freddi, o uranisti per nascita o per caso.

Sembra che tutte le eredità portino all’uranismo, e anche che l’uranismo porti a tutte le eredità, a tutte le trasmissioni possibili. La storia ci mostra uranisti incontestabili che sono stati padri di eterosessuali altrettanto incontestabili; e il contrario è altrettanto frequente. Enrico IV è padre dell’uranista Vendôme[4] che a sua volta è il nonno del noto unisessuale Vendôme[5] “che prese Barcellona e la sifilide[6] dalla parte sbagliata”, e suo fratello il priore, ugualmente unisessuale. I due Condé sono unisessuali, il padre[7] al quale Enrico IV diede in moglie M.lle de Montmorency, perché sapeva che era nemico delle donne, e il figlio,[8] vincitore di Rocroi.

Non so se sia un’allegoria scientifica (altrimenti è la leggerezza con la quale si invoca l’eredità che guasta le buone intenzioni di avere un po’ di logica) ma ci si immagina facilmente un umo che ha commesso degli eccessi eterosessuali che lascia in eredità (dalla concezione di suo figlio) qualcosa che potrà ben manifestarsi in sessualità diminuita o esagerata, in freddezza sessuale o in ipersessualità eterosessuale, o in uranismo. Allo stesso modo un padre freddo potrebbe essere causa della freddezza o dell’ardore di suo figlio. Siamo così abituati a vedere i figli somigliare molto ai loro genitori o essere completamente diversi da loro e opposti a loro, o rassomigliare loro un po’, in ogni caso l’eredità ci appare sempre ugualmente chiara e interessante.

Weismann[9] riportando la dottrina dell’eredità ad un nuovo inizio, e volendo distruggere la teoria accettata dei caratteri acquisiti, ha reso secondo me un grande servizio alla psicologia. La teoria di Weisemann stesso non è ancora abbastanza completa, abbastanza controllata, abbastanza sviluppata per essere uno strumento nelle mani di chiunque. C’è, per un ingegnoso e paziente investigatore, uno studio interessante da intraprendere sulla teoria di Weisemann e l’uranismo congenito. Io non sono competente e non ho il tempo per essere presuntuoso, ma mi sembra che la teoria di Weisemann si applichi molto bene all’inversione congenita assoluta e all’eterosessualità con tendenze uraniste; se il primo contatto non mi inganna, questo va molto in favore di Weisemann.[10]

Insufficienza delle osservazioni mediche

Malgrado la loro grande importanza, malgrado la loro necessità, le osservazioni cliniche, mediche, presentano degli svantaggi intrinseci. L’invertito o l’eterosessuale abnorme si precipita del medico più che presentarsi a lui; arriva ad un momento di crisi, di scoraggiamento,[11] di eccitazione; e succede lo stesso quando scrive o detta la sua piccola autobiografia. Si trova nel momento in cui non riesce più a sopportare la propria esistenza; se non trova l’amore o l’affetto che cerca, non potrà continuare la sua vita così com’è, con piedi per terra, repressa e costretta. Ma comunque per la maggior parte del tempo si rassegna e continua a vivere come nel passato, con un ideale più alto o diminuito oppure incerto – ma in tutti i casi molto pochi soccombono alla crisi.

Si sarebbe dunque portati troppo facilmente a considerare questo stato acuto come permanente negli invertiti: una volta che sono occupati, interessati, divertiti, ben portanti, quando riescono nei loro progetti in un modo o nell’altro, quando amano o credono di amare qualcosa o qualcuno, si comportano come gli altri uomini.

E poi, l’età degli invertiti osservati varia talmente che è impossibile classificarli in modo utile; perché il giovane uomo di 26 anni che sembra un eterosessuale con tendenze omosessuali potrà facilmente confondersi un giorno con l’uomo di 36 anni (al quale oggi non somiglia affatto) che è un fellator incallito, amante dei soldati e dei macellai. Potrà anche un giorno somigliare a quest’uomo di una certa età, vedovo, che ama tutti gli uomini indistintamente, o potrà essere il marito modello, padre di otto figli, che è alla ricerca di tutti gli uomini giovani, e non inganna la moglie se non con dei signori maturi con una leggera calvizie e con le mani pelose.

L’osservazione psicologica e l’osservazione storica possono parzialmente supplire a quello che manca molto all’osservazione medica. Il medico pone certe domande che richiamano certe risposte; per semplificare le difficoltà il medico aiuta il povero interrogato, e dei dettagli poco significativi si ritrovano ingranditi per il fatto stesso che vengono registrati. È in questo modo, forse, che la precocità dell’istinto sessuale negli uranisti è stata così affermata e sottolineata.

L’osservazione storica raffigurandoci la vita intera di un individuo ci permette meglio di classificarla, di metterla in questa o in quella categoria della famiglia sessuale. L’osservazione psicologica, essendo più dettagliata, là dove essa penetra, rispetto a quella del medico, e impegolandosi meno in cose che sono meno importanti, riesce a dare una rappresentazione migliore: è più un ritratto che una carta scritta.
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[1] Nota di Project: – Paul Verlaine (1844-1896) -“Parallèlement”; 1889.

[2] È probabile che un amore intellettuale e sentimentale che reclama certe soddisfazioni fisiche non possa resistere alle scosse di più che un certo numero di queste soddisfazioni. Gli amori lunghi hanno probabilmente delle soddisfazioni fisiche meno numerose degli amori di breve durata.

[3] Quella che è veramente abusiva è l’accezione elastica data da molti sociologi naturalisti alla parole eredità, che serve loro a esprimere alla bella e meglio attraverso la trasmissione dei caratteri vitali nella generazione, la trasmissione delle idee, dei costumi, delle regole sociali, per tradizione ancestrale, per educazione domestica, per imitazione-abitudine. (Tarde)

[4] Nota di Project: – Cesare di Borbone (1594-1665), figlio illegittimo di Enrico IV, legittimato nel ’95. Il padre, che fu già duca di Vendôme, prima di diventare re di Francia, gli conferì in appannaggio il ducato di Vendôme.

[5] Nota di Project: – Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme (1654-1712), figlio primogenito di Luigi di Borbone-Vendôme (1612-1669), e quindi nipote di Cesare di Borbone- Vendôme . Raffalovich allude al fatto che gli fu affidata l’armata contro la Spagna con la quale invase la Catalogna, occupò la città di Barcellona (9 agosto 1697) e fu nominato viceré di Catalogna. Raffalovich cita anche il fratello di Luigi Giuseppe: Filippo di Borbone-Vendôme (1655-1727), detto Il priore di Vendôme.

[6] Nota di Project: – Il testo originale è: « qui prit Barcelone et la vérole du mauvais côté ». “La vérole” può indicare sia il vaiolo che la sifilide (petite vérole) o anche la blenorragia. La citazione, volutamente maliziosa, allude alla sodomia.

[7] Nota di Project: – Enrico II di Borbone–Condé (1588-1646), terzo principe di Condé non conobbe i suoi genitori, il padre fu assassinato e la madre fu imprigionata per l’assassinio. Entico IV si incaricò della sua educazione. Lo stesso re gli diede in moglie nel 1609 Carlotta di Montmorency. Condé non era interessato alla moglie che però interessava il vecchio Enrico IV, che le fece una corte spietata tanto da costringere la coppia a lasciare Parigi.

[8] Nota di Project: – Luigi II di Borbone-Condé (1621-1686), figlio di Enrico II di Borbone-Condé (1588 –1646). Nel 1643, il suo successo nella battaglia di Rocroi, dove guidò i Francesi ad un’inaspettata vittoria contro gli Spagnoli, lo consacrò come grande generale ed eroe popolare in Francia. Con la battaglia di Rocroi la Francia si avviò alla vittoria nella guerra dei trent’anni.

[9] Friedrich Leopold August Weismann (1834-1914), nel 1887, intuì per primo che la meiosi, descritta in quel periodo, fosse una divisione riduzionale, cioè fosse atta a dotare i gameti di metà dei cromosomi, cosicché dalla loro unione si ritorna al numero presente nelle cellule somatiche. Weisemann tende a rifondare la teoria dell’eredità riportandola a precise basi scientifiche.

[10] Uno studio psicosessuale dei re di Francia, dei loro ascendenti e dei loro discendenti, sarebbe altrettanto sconvolgente di quello degli imperatori romani.

[11] Gli invertiti che si indirizzano ad un medico vogliono spesso sposarsi perché sono stati spaventati attraverso un ricatto a fine di estorsione.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=5778

OMOSESSUALI E AMOR PLATONICO

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi costituiscono il nucleo del pensiero di Raffalovich sulla omosessualità ma hanno anche una notevole importanza storica perché permettono di capire le lontane radici delle posizioni che saranno poi fatte proprie dalla chiesa cattolica sullo stesso argomento.

Raffalovic chiarisce che cosa sia l’amor platonico secondo Platone, si sofferma poi ad esaminare gli amori platonici della sua epoca e cerca anche di darne una spiegazione non priva di interesse.

Per descrivere che cosa sia l’amor platonico secondo Platone, Raffalovich cita ampi passi del Fedro, nei quali si definiscono due tipi di amore, uno filosofico e l’altro onorevole, naturalmente entrambe le forme d’amore si riferiscono all’amore pederastico (rinvio per chiarire il concetto di pederastia a John Addigton Symonds “Un problema di erica greca” http://gayproject.altervista.org/etica_greca.pdf): l’amore filosofico mira al miglioramento di sé e del proprio amato, si basa sul sentimento dell’attrazione verso il simile, prevede forme di affettività come le carezze o il condividere il letto, ma esclude le carezze sessuali e, ovviamente, qualsiasi forma di rapporto sessuale o di masturbazione; l’amore onorevole, prevede anche la possibilità di rapporti sessuali “di tanto in tanto, ma il meno possibile”, purché finalizzati a realizzare un bene metafisico. In questo caso, siccome a detta di Platone, il rapporto nasce dalla passione, c’è un elemento caratterizzante che distingue l’amore onorevole dall’amore comune, finalizzato al piacere, ed è la “fedeltà” anche quando la passione viene meno (una specie di matrimonio indissolubile).

Platone descrive anche i destini delle anime degli amanti filosofici e di quelli onorevoli. I primi, dopo la morte, metteranno le ali e voleranno subito verso la verità, i secondi, non avranno subito le ali ma solo qualche piuma, e gireranno nel cielo, sopra la terra, per novemila anni e soltanto dopo, metteranno “insieme” le ali, perché sono stati amanti fedeli, e voleranno verso la verità. Gli uomini comuni, invece dovranno rimanere sulla terra o sotto di essa, perché hanno ceduto alle passioni vili.

Va detto che una visione simile del destino ultraterreno delle anime si trova anche nel Somnium Scipionis di Cicerone, ma per Cicerone sono le virtù civili e militari che innalzano gli uomini alla felicità eterna, per Platone, invece, e l’amor platonico, cioè la continenza sessuale e non va sottolineato che Platone non si riferisce affatto all’amore coniugale, che non è nemmeno preso in considerazione, ma solo all’amore pederastico. Per avere un esempio lampante di amor platonico ci si può riferire alla vicenda di Fedone.

Diogene Laerzio, nel secondo libro delle Vite dei filosofi, ci fornisce qualche notizia su Fedone, in realtà ben poco sulle opere e meno ancora sulla sua biografia, dice che era di Elide (l’estremo occidente del Poloponneso), lo considera un eupatride, quindi un nobile, sappiamo da altre fonti che sarebbe stato catturato in guerra in uno scontro tra Elei e Spartani, probabilmente nell’ambito della battaglia di Manitinea (418 a.C.) All’epoca poteva avere più o meno vent’anni, fu poi venduto ad un mercante di schiavi. Diogene Laerzio afferma che fu costretto a stare in una casa di prostituzione, riuscì comunque a prendere contatto con Socrate e questi, insieme con Alcibiade e Critone, trovarono il denaro necessario e lo riscattarono, da qual momento Fedone, divenuto uomo libero, fu uno dei discepoli di Socrate e si dedicò alla filosofia.

Altre fonti affermano che dovette servire nella casa del mercante di schiavi, ma un giorno, mentre Socrate era ospite di quel mercante, rispose ad una domanda di Socrate, il quale colpito dalla bellezza e dell’intelligenza del ragazzo, lo riscattò e ne fece un suo discepolo. Le due versioni della storia sono comunque sostanzialmente conciliabili. All’epoca dell’incontro Socrate poteva avere 52 o 53 anni e Fedone poteva averne 21 o 22.

Platone intitola a Fedone il dialogo sull’immortalità e mostra Fedone accanto a Socrate al momento della morte del maestro. Direi che questo è un esempio emblematico di amor platonico, anche se non segue alla lettera il modello tracciato da Platone.

È ben noto che il pensiero filosofico cristiano affonda le sue radici nel platonismo e chiaramente, anche se paradossalmente, la teoria dell’amor platonico contenuta nel Fedro diventa un sostegno importante per la teorizzazione della castità come ideale del matrimonio. Si tratta in realtà di contenuti inconciliabili, che hanno in comune solo la dimensione metafisica e l’ideale della castità, ma che si riferiscono a dimensioni storiche e a fatti concreti che non hanno nulla in comune. Piace tuttavia a Raffalovich svolgere sulla base del Fedro di Platone la sua personale apologia della castità. C’è in Raffalovich ben chiara l’idea che sarà poi fatta propria dalla chiesa cattolica in tema di omosessualità: l’omosessualità in sé è un dato di fatto ma è comunque una inclinazione disordinata, l’omosessuale può far parte della chiesa solo se è casto.
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L’amor platonico

Prima di parlare degli amori platonici e della decentralizzazione sessuale, citerò un brano di Platone sull’amor platonico. Non bisogna confonderlo con gli amori platonici.

L’amore platonico è o filosofico o onorevole. Quando è filosofico o quando è onorevole, comprende, sottintende l’amicizia-passione, il desiderio virtuoso di essere migliore e di rendere qualcuno migliore, a qualsiasi costo.

La soddisfazione fisica dell’amor platonico è la condivisione del letto dell’amato. Nell’amore filosofico questa intimità fisica comporta tutte le carezze, salvo quelle sessuali; nell’amore onorevole essa comporta di tanto in tanto la pratica dei piaceri sessuali, il meno possibile, e bisogna che questi piaceri siano comunque ricercati, desiderai, cari, e siano in ogni caso l’espressione, mal scelta forse, di virtù e tenerezze immateriali.

Gli uranisti hanno un ideale, un dio, dice Platone, ed essi “cercano un giovane uomo della stessa natura, e quando lo trovano, allora, imitando il loro dio, e spingendo questo giovane ad imitarlo, fanno in modo che si avvicini per quanto possibile al modello la cui idea è sempre presente nella loro mente. Si applicano a questo con tutte le loro forze, senza mai abbandonarsi all’invidia o ad alcuna malevolenza poco generosa verso i loro amati, per renderli simili a se stessi e alla divinità che onorano, ecco il fine costante dei loro desideri e dei loro sforzi.”

“Questo è lo zelo di quelli che amano veramente; il loro successo è una sorta di iniziazione; e per colui che ne è l’oggetto, una tale passione non può che essere motivo di onore e di felicità, quando egli è sensibile e si lascia soggiogare… E alla fine accade che il giovane uomo naturalmente disposto ad amarlo arriva a condividere i sentimenti di colui da cui riceve atti di adorazione… Il tempo che scorre, l’età, la necessità lo persuadono infine ad ammetterlo alle dolcezze di una dolce familiarità; perché non è mai stato scritto nel libro del destino che due malvagi possano amarsi né che due uomini onesti possano non amarsi. Appena questo giovane uomo è in rapporto col suo amante, ha accettato i suoi discorsi e la sua persona, la passione dell’amante riempie di ammirazione l’oggetto amato che capisce che l’affetto dei genitori e di tutti gli amici insieme non è nulla in confronto con quello di un amante ispirato. Dopo qualche tempo, a forza di vedersi e di toccarsi, sia nei ginnasi, sia negli altri luoghi di incontro, … ecco dunque che anche il giovane uomo ama, ma non sa chi; non conosce la natura del suo affetto, e non saprebbe esprimerla; come colui la cui vista è indebolita per avere guardato degli occhi malati cerca in vano la causa del suo male, senza saperlo, egli vede la propria immagine negli occhi del proprio amante come in uno specchio. In sua presenza, come lui, non sente più il dolore, in sua assenza lo rimpiange tanto quanto lui stesso è rimpianto; ha un Antieros, immagine di Eros.”

“Ma egli non crede affatto che la sua affezione sia amore; la chiama, la crede amicizia. Allo stesso tempo egli desidera quasi altrettanto che il suo amante, anche se un po’ meno, di vederlo, di toccarlo, di abbracciarlo di condividere il suo letto…”

“Il giovane uomo, trascinato dal desiderio che pure non conosce, stringe il suo amante tra le sue braccia, lo abbraccia, lo accarezza nel modo più tenero, e ogni volta che riposano così vicini uno all’altro, è incapace di rifiutare al suo amante i favori che questo gli domanda… Se dunque la parte più nobile dell’intelligenza riporta una così bella vittoria[1] e li guida verso la saggezza e la filosofia, i due amanti passano nella felicità e nell’unione delle anime la vita di questo mondo, padroni di se stessi, regolati nei loro costumi, perché hanno asservito quello che portava il vizio e liberato quello che ispirava la virtù. Dopo la fine della vita riprendono le loro ali, e si innalzano con leggerezza, vincitori in uno dei tre combattimenti che noi posiamo veramente chiamare olimpici… Ma se hanno scelto un genere di vita meno nobile, contrario alla filosofia ma non all’onore, accadrà certamente che, per mezzo dell’ubriachezza o di qualche altra negligenza, i loro due corsieri sfrenati, non trovando le anime in guardia, le condurranno insieme verso una stessa finalità; e allora, faranno la scelta più degna di invidia agli occhi della moltitudine, e mireranno solo al piacere.”

“E quando si saranno soddisfatti, rinnoveranno più e più volte i loro piaceri, ma soltanto di tanto in tanto. Le loro azioni non sono approvate dall’intelligenza tutta intera. Il loro legame è ancora dolce, benché meno forte di quello dei puri amanti, finché dura la loro passione; e quando essa è cessata, dato che credono di essersi scambiati il pegno più prezioso ossia una mutua fedeltà, non si permettono di scioglierne i nodi per fare spazio all’odio. Alla fine della loro vita le loro anime escono dal copro senza ali verso la verità, ma avendo già messo qualche piuma, in modo da essere ancora ben ricompensati per essersi abbandonati al delirio dell’amore: perché non è nelle tenebre e sotto terra che la Legge invia quelli che hanno già cominciato il viaggio celeste; al contrario essa assicura loro una vita brillante e piena di felicità e, quando ricevono le loro ali, le ricevono nello stesso momento a causa dell’amore che li ha uniti. Questi sono, o giovane uomo, i grandi, i divini vantaggi che ti procurerà la tenerezza di un amante. Ma il commercio di un uomo senza amore, temperato da una saggezza mortale, occupata da preoccupazioni frivole, non facendo germogliare nell’anima dell’oggetto amato se non una prudenza servile, che può ben apparire una virtù agli occhi della moltitudine, fa vagare l’anima, privata di ragione, per novemila anni sulla terra e sotto terra.”

Questa sublime visione della gerarchia dell’amore unisessuale termina col desiderio di essere liberati dall’incertezza per consacrare tutta un’esistenza all’amore approvato dalla filosofia.

Si comprendono i pericoli di questa gerarchia per l’invertito effeminato, per l’eterosessuale curioso;[2] ma soltanto essa classifica e giustifica gli uranisti. In alto l’eroe casto, anche se fervente, poi l’amante fervente, fedele e appassionato; gli altri appartengono alla morale corrente, all’andamento della giornata.
Il rimprovero di immoralità che certi lettori hanno forse già sulle lor labbra sarebbe facilmente respinto da Platone e dalla scienza. Dato che l’uranismo esiste, dato che l’inversione può essere acquisita, non è forse meglio scoprire una morale unisessuale? Essa aiuterà almeno i filosofi e gli uomini degni d’onore. La morale (o l’immoralità) comune servirà agli altri. Ho citato questo brano anche per mostrare la grande differenza tra l’amore platonico unisessuale e l’amore coniugale o casto eterosessuale. L’uomo che volesse forgiare la donna seguendo il suo dio, seguendo lui, sarebbe un infelice, un insensato. La donna non può diventare un uomo moralmente, intellettualmente, psichicamente. Non c’è spazio sufficiente nell’amore eterosessuale per l’amore della similarità ideale. Ed è proprio lì che l’uranismo trova la sua spiegazione superiore, metafisica.

Amori platonici

Gli amori degli uranisti sono molto frequentemente senza soddisfazione sessuale. Bisogna ricordarsi che le passioni che non finiscono in un atto sessuale o in una serie di atti sessuali, sono più violente e più durevoli. Il desiderio riveste così tante forme che spesso non lo si riconosce, e ci vuole del tempo perché l’uomo innamorato si accorga che il suo amore casto è legato a un desiderio fisico. Se l’affetto casto è sufficientemente forte e sviluppato, il desiderio fisico si smusserà poco a poco. Ci sono così dei solidi rapporti tra uomini i cui corpi non si sono abbastanza compresi ma le cui anime si comprendono molto meglio. Un uranista superiore e convinto e un eterosessuale casto, o diventato o ridiventato casto, possono in questo modo arrivare ad un amore assolutamente puro, essendo passati attraverso ogni tipo di fasi curiose. Da sempre un uomo sa astenersi dal possedere una donna che ama se nessun altro la possiede. Succede lo stesso nell’amore unisessuale per un eterosessuale, o per un asessuale o per un asceta.
L’uranista e l’eterosessuale arrivano così a gustare questo affetto platonico che è l’ideale di certi uomini e di certe donne, senza la preoccupazione che produce la differenza sessuale dal punto di vista sociale e mondano, e con in più un pudore che non è mai abbastanza tra gli uomini. E questo finisce nell’amicizia e nella devozione.

Tutte la passioni uraniste che sono state innocenti e infantili, non finiscono affatto sempre così bene, ma spesso in un modo diverso. Gli amori uranisti, come gli altri, si esasperano quando vengono compressi, e si vedono amori di questo tipo spiritualizzarsi man mano che le difficoltà diminuiscono, e sessualizzarsi quando aumentano. Così talvolta degli uomini (soprattutto giovani) calunniati a torto e costretti a separarsi hanno solo allora ceduto a capricci sessuali uno per l’altro e hanno rovinato ciò che restava loro di affetto.

Si notano costantemente ragazzi giovani o anche giovani uomini che camminano allacciati, e io penso che si farebbe loro più male che bene, si si volessero costringere le loro attitudini, le loro espressioni di affatto. Gli uomini più corretti hanno avuto nella loro infanzia o nella loro giovinezza delle vere passioni di entusiasmo o di ammirazione o di infatuazione, e le si sarebbe rese pericolose ostacolandole. Ebbene, certi invertiti dal cuore tenero, ingenuo, sensuali più che sessuali, continuano ad amare con questa tenera, ingenua, infantile, affettuosa, voluttuosa amicizia amorosa. Per loro l’ideale consiste nello stringersi la mano, nel camminare faccia a faccia con l’amico, ecc. ecc.. I loro slanci sessuali allora si spengono, ed essi non si sentono più asserviti alla loro sessualità, hanno tutte le gioie di un primo amore idillico e senza sesso. È questo che perseguono per tutta la vita e trovano altrettante difficoltà, altrettante insidie, altrettante calunnie che se ricercassero dei coiti illegali. Sono comunque uranisti, uranisti soprattutto casti, soprattutto fraterni o paterni, eccellenti se non li si perseguita fino a farli rifugiare nel vizio. Quando sono intelligenti, lavorano e arrivano a risultati significativi. Quando sono deboli si sacrificano agli altri, oppure si buttano nelle turpitudini che si avvicinano a loro e si suicidano fisicamente o moralmente. Ci sono uomini che possono prendere in considerazione il vizio ma che non possono abituarsi ad esso. Sono loro che soffrono di più dell’ipocrisia, dell’ignoranza, della stupidità dei non invertiti come degli invertiti. Qualche volta imparano una bontà quasi apostolica.
Quando non hanno la forza di astenersi dalla carezze simboliche (dato che per loto tutto diventa simbolico, ogni contatto, ogni sfioramento, qualsiasi intimità verbale anche insignificante), a meno che non trovino un compagno il cui cuore è ben saldo, sono esposti a tutte le delusioni, meritate e immeritate. In cambio del loro pudore, della loro castità, del loro amore, ricevono il ridicolo di tutte le accuse possibili. E si meravigliano, non sapendo che l’amore unisessuale senza unione corporale non è visto meglio dagli uomini dell’amore unisessuale con unione corporale.

Non sarebbe esatto o saggio confondere con questi amori esaltati le amicizie entusiastiche, o giovanili o tenere; questi amori e queste amicizie si somigliano, ma l’eterosessuale conosce solamente l’amicizia appassionata e non l’amore-amicizia appassionato. Non bisogna dunque spaventarsi di ogni piccola stravaganza, di tutti i pudori del sentimento e neanche delle infatuazioni. Si vedono uomini molto seri interessarsi ardentemente ad altri uomini meno seri; le cause e i risultati di queste simpatie, invece di essere biasimati, possono essere desiderabili, lodevoli e utili. Quando non si ha né il diritto né il potere di sapere, non si dovrebbe sospettare.
Oggi, che si parla tanto di unisessualità in tanti ambienti, bisognerebbe scrivere un lungo capitolo sulla maldicenza e la persecuzione. Gli indipendenti e i timidi devono soffrire molto; ma soffrire di meno dipende solo da loro. Ecco alcune semplici regole di condotta: non ascoltare le maldicenze, non permettere certe conversazioni in loro presenza, certi scherzi, non fingere vizi che non hanno, in una parola un’attitudine ferma e intelligente, e molte lamentele taceranno.

Localizzazione sessuale e decentralizzazione sensuale

Non potrei nemmeno indicare le lacune della nostra conoscenza della psicologia sessuale, senza parlare di quello che chiamerò localizzazione sessuale e decentralizzazione sensuale. Io so che rasento zone pericolose, trappole, ma credo sia utile che io non mi spaventi.

Nell’infanzia (dicono certi uranisti) c’è una decentralizzazione sessuale, per così dire. Il bambino non ha affatto, in molti casi, una sensazione sessuale localizzata, quando ha le braccia intorno al corpo del suo piccolo amico o quando tiene la mano del suo domestico. Certi bambini possono avere più precocemente di altri degli slanci sessuali localizzati, in quei momenti che riempiono di delizie o di pace un piccolo uranista. La sessualità, la sensualità, non è ancora localizzata a otto, nove, dieci o undici anni. Più tardi queste carezze, questi contatti, questa mano del domestico, produrranno nel bambino appena pubere un desiderio virile, in quanto fallico, femminile in quanto egli aspira a donarsi, a prestare il suo copro all’uomo, non importa dove, non importa come. Quando sopravviene l’adolescenza, questi desideri fisici si possono di nuovo ridurre, possono decentralizzarsi. Tutto quello che diverte, interessa, accattiva, occupa l’adolescente, riduce il dominio del pungiglione fallico. Con il loro amico prescelto, le conversazioni, le tenerezze, le lunghe intimità incatenano, sopprimono, annientano quasi questa pungente insurrezione della carne. Tra ragazzi giovani le intimità sospette possono non aver fatto neppure un passo in avanti rispetto alle intimità dell’infanzia; essi si producono reciprocamente la sensazione di essere tornati all’innocenza infantile. È questo che impedisce a tanti uomini di dimenticare le loro amicizie adolescenziali. In collegio, spesso, c’è più unisessualità fisica tra indifferenti che non si parlano nemmeno che tra dei teneri. La tenerezza sembra arrestare lo slancio sessuale. Più tardi ancora, se essa non si interrompe, lo fa passare addirittura inavvertito. Alcuni uranisti affermano che in uomini già grandi o anche la maturi, la tenerezza, se essa fosse opportuna e consentita, continuerebbe a rallentare, a nascondere lo slancio sessuale, a disseminarlo fra tutti i sensi. Il rilassamento sessuale non sarebbe più un atto sessuale breve o vietato o difficile, ma sarebbe un’emozione cerebrale che si distilla più che gocciolare. Questi uranisti assicurano che la pace che i sessuali localizzati provano dopo aver raggiunto la voluttà, arriva per loro senza essere passata attraverso il cammino della voluttà fisica locale, e che questa pace è assolutamente comparabile con quella e comporta anzi una felicità in più. E questi sono uomini completamente virili, fallici, sensuali, e che hanno amato fisicamente e probabilmente ameranno ancora in questo modo. Non è dunque l’impotenza che li fa parlare così.

E non si tratta di una semplice amicizia. C’è o una paralisi della sensazione sessuale localizzata, o una decentralizzazione, perché questi uomini, mentre dura questa tenerezza diffusa non hanno rapporti sessuali né con uomini né con donne e non hanno il desiderio di onanizzarsi. Ma quando sono gelosi o vengono ingannati o pensano di esserlo, la sensazione sessuale locale si risveglia imperiosa.

Si darebbe una spiegazione alle passioni platoniche, fiammeggianti, e che comunque lasciano l’apparato sessuale quasi completamente quiescente, se si utilizzassero queste osservazioni. Si capirebbero le devozioni irresistibili e le imprudenze di certi uranisti. Essere casti quando amano o far durare tanto quanto il loro amore il rilassamento amoroso e l’esaltazione, ecco la loro aspirazione. Gli uomini la ostacolano, sia creandole impedimenti sia calunniandola, sia assimilandola a tutte le altre aspirazioni sessuali. La sua base è indubbiamente unisessuale, ma le sue soddisfazioni sono così disperse che sfuggono all’analisi e non si possono riconoscere.

La morale ufficiale inglese perseguita questa manifestazione, portata alla quintessenza, dell’uranismo con una pazienza e un odio inimmaginabili se non si conosce il terrore inglese di essere vittima di un’ipocrisia. L’ipocrisia intellettuale e sentimentale degli Inglesi (così fantasiosa, così inverosimile, così basilare per il loro protestantesimo e il loro agnosticismo, il Moloch al quale immolano i loro bambini e i loro atteggiamenti pubblici) li lascia molto sospettosi, paurosi tanto di apparire ingannati quanto di avere ingannato. Il giornalismo inglese e la letteratura corrente dimenticano solo raramente il possibile rischio di confondere l’uranismo casto con il comune cameratismo.

Ci sono dei momenti in cui questa ammirevole e pudica Inghilterra mi fa l’effetto di un giovane uomo (di un romanzo di Catulle Mendès) che non tralasciava mai di recitare le litanie della Vergine quando i suoi amici lo masturbavano o quando una donna lo riceveva.
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[1] Grazie al pudore e alla ragione l’amante ideale non accetta.
[2] Nota di Project: – Si tratta di una delle primissime volte in cui viene usata questa espressione: “eterosessuale curioso” che avrà in seguito molta fortuna.

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ISOLAMENTO E SEDUZIONE OMOSESSUALE – BIRIBI

“Biribi”, ossia il titolo dato da Raddalovich al capitoletto di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, richiede qualche chiarimento: è il titolo del secondo romanzo di Geoges Darien (1862-1921), un libro sostanzialmente autobiografico.

Darien perde la madre da bambino ed è educato da una matrigna rigidamente cattolica che gli ispirerà, per reazione, l’anticlericalismo radicale dell’età adulta.
Entra nell’esercito il 16 marzo del 1881, pochi giorni prima di compiere 19 anni, ma il 23 maggio del 1883, da poco ventunenne, è accusato di insubordinazione ed è condannato a trascorrere 33 mesi in un campo militare di disciplina nel sud della Tunisia, questo campo era detto “Biribi” nel gergo dei soldati.

L’esperienza di quei 33 mesi porterà Darien 26enne, nel 1888, a scrivere un romanzo (“Biribi”, appunato), sulla base dei suoi ricordi personali, ma l’editore lo pubblicherà solo nel ’90, perché il libro, a parte l’omosessualità, metteva in evidenza i modi di procedere violenti e arbitrari dell’esercito francese, sostanzialmente sconosciuti all’opinione pubblica e quindi era potenzialmente in grado di suscitare uno scandalo e il conseguente sequestro del libro stesso.

La finalità del campo di punizione era in teoria quella di ricondurre comunque il soldato alla disciplina militare, ma nella realtà i militari subivano abusi e violenza sia fisica che psicologica di tutti i generi.

Ovviamente l’omosessualità dei soldati francesi rinchiusi nel campo di disciplina non si poteva ridurre solo ad uno sfogo fisico ma rappresentava qualche volta una vera ricerca d’amore e di attenzione in una condizione in cui l’omosessualità poteva rappresentare l’unico barlume di umanità per ragazzi richiusi per lunghi periodi in condizioni di brutalità e di totale privazione affettiva.

Il dott. Saint-Paul (“Dr. Laupts”), come chirurgo dell’esercito che ha servito a lungo in Africa testimonia (come anche Rebierre nel suo Joyeux et demifous) la frequenza dell’omosessualità tra i battaglioni africani dell’esercito francese (Dr. Laupts, L’Homosexualité, 1910, pp. 413, 420.). Havelock Ellis, nel suo trattato “Inversione sessuale”, riporta un’ampia testimonianza sulla omosessualità tra i militari, alla quale faccio rinvio (“Inversione sessuale” Edizione online della Biblioteca di Progetto Gay, pp. 29-31: http://gayproject.altervista.org/inversione_sessuale.pdf)

I gay della mia generazione, nel leggere i brani del libro da Darien, citatati da Raffalovich, si ricorderanno probabilmente di brani per parecchi aspetti analoghi che hanno letto nei romanzi Jean Genet. Non voglio qui aprire un discorso su Jaen Genet, che richiederebbe approfondimenti seri e spazio adeguato, mi limito a sottolineare l’aspetto epico e anche romantico dell’omosessualità presente sia in Genet che in Darien.

Invito il lettore a leggere anche le note, man mano che procede nella lettura del testo, che non è sempre immediatamente comprensibile.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A Biribi – Isolamento e Seduzione

La seduzione di un eterosessuale per noia, isolamento, lussuria, è violentemente descritta in Biribi, un Romanzo di Geroges Darien.

Quello che è notevole in questo romanzo è la contraddizione tra la rivolta che precede l’unisessualità e la passione d’amore che la segue. A priori ci si aspetterebbe piuttosto il contrario.

“Ah! Sì, vorrei che si nascondessero, gli infami che, vicino a me, si prestano alla soddisfazione dei desideri che la mancanza di donne ha sovreccitato. Vorrei che si nascondessero perché è già da molto tempo che il mio sangue ribolle in loro presenza, e sono stato colto, troppe volte, dal desiderio terribile di ucciderli o di amarli. Non vedo più loro, non è più la loro fisionomia che guardo con sdegno; sono le intonazioni femminili che io vado cercando nella loro voce, sono i tratti femminili che spio in modo febbricitante – e che scopro – sui loro volti; sono facce di donne appassionate, profili di innamorate che io ricavo da queste figure la cui ignominia viene meno.”

“Questa cristallizzazione [concentrazione della passione amorosa] infame mi riempie di una gioia acre che mi distrugge.”

“Oh! I sogni che faccio, sonnambulo lubrico, in queste interminabili giornate in cui il mio corpo si infiacchisce a poco a poco sotto l’azione dell’idea che mi turba! Oh! Le allucinazioni che mi stringono in queste notti senza sonno …, queste notti piene di accessi frenetici, di speranze ardenti, di convulsioni dolorose, di attese insensate e di ansie angosciose, in cui il mio cuore cessa di battere improvvisamente a un minimo soffio di vento come se fosse un sussurro d’amore, in cui mi sorprendo, trasalendo di vergogna, a tendere le mie mani tremanti di desiderio verso i pagliericci dove i pallidi raggi della luna, penetrando la tela, mi facevano intravedere nei copri distesi dei dormenti della libidinose escrescenze.”

“Ah! Non voglio proprio cedere alla tentazione! Qualsiasi cosa, piuttosto… In fede mia, sì, qualsiasi cosa! Sono sceso al burrone dove passano gli asini che il mio vicino chiama suoi marmocchi, e ho fatto la corte anche io a mademoiselle Pelle d’Asino[1] … Sarebbe stato lo stesso fermare la mia sete con l’aceto.”

“Adesso è finita … sono preda del sogno malsano … Vedo una cosa sola, … qualcosa di mostruoso, di vago, di innominabile, il brutto risultato della fantasia infame: due cosce aperte e nell’allargarsi attraente del compasso di carne, il vuoto senza forma, senza nome, la cosa qualsiasi, ma vivente, intelligente, umana, consolante, la sola che può dare soddisfazione … Chi mi strapperà davanti agli occhi questa immagine che mi esaspera, questa i greca di carne…”

“Non ho un uomo di fatica, me ne serve uno. – Sergente, non ho un uomo di fatica. – Te ne scelgo uno, il primo che uscirà dalla sua tenda. Gabriele. Vieni qui…”

“Resto incollato al mio posto, Gabriele, Lui! Lei! … e all’improvviso sento le mie mani che si gelano, tutto il sangue che mi ritorna al cuore. Lui mi ha appena guardato sorridendo …”

“Lo adoro…”
“Ah! Se potessi passarli qui in questo modo i nove mesi che mi restano da fare…!”

Quest’uomo, evidentemente, non reclamava solamente lo spasmo dell’onanismo, della masturbazione, della bestialità, della sodomia, ma qualcosa di umano, di appassionato, di amoroso. Tra tutti quelli che in circostanze simili non si sono accontentati né di se stessi, né di Pelle d’Asino, alcuni di questi appassionati che non lo sono solo fisicamente, che hanno resistito e lottato, che cosa sono diventati dopo, hanno potuto tornare completamente alla donna? Mi sembrerebbe che quelli che hanno preso il maschio semplicemente, senza dare alla cosa troppo significato, solo per rimpiazzare la donna assente, hanno avuto meno difficoltà a dimenticarsi di questi intermezzi sessuali; ma quelli nei quali una cristallizzazione amorosa si è formata intorno al maschio, che cosa diventeranno? Lo si indovinerebbe se non lo si sapesse già. Acquisteranno un certo grado di inversione, dopo il massimo, l’uranismo acquisito, l’inversione acquisita, fino ad un minimo: delle velleità unisessuali persisteranno malgrado la loro eterosessualità riconquistata.

Si piange ancora nel sonno,
a Biribi.
A Birbi si respira affannosamente,
si respira così quando si è eccitati.
La notte si sente il maschio urlare,
il maschio che non avrebbe creduto
che un giorno sarebbe stato forzato a conoscere
la signorina Bibi,[2]
perché prima o poi bisogna stare
a Biribi [3]

Dopo tutto, non bisogna forse fare un po’ di spazio anche per l’ideale, in quelli che non si accontentano come gli altri della masturbazione e dell’onanismo? Non cercano forse un affetto, una consolazione più che un piacere? Non cercano forse la devozione e la sincerità? E la trovano, si sa.
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[1] Il testo usa il termine “mômes” (marmocchi) tipico del gergo familiare. Dire che “gli asini sono i miei marmocchi” indica che chi lo dice ha avuto rapporti sessuali con un’asina. Peau-d’Âne è il titolo di una fiaba francese, una versione della quale si deve a Perrault. Peau-d’Âne è un bellissima principessa che, per sfuggire ad un possibile incesto, fugge dal regno di suo padre coperta soltanto di una pelle di asino. La fiaba ha molte analogie con la storia di Cenerentola, ma l’espressione Peau-d’Âne, qui usata, indica che nei rapporti con l’asina ci si poteva immaginare, paradossalmente, che sotto la pelle dell’asino ci fosse una bellissima principessa.
[2] “Conoscere mam’zelle Bibi” è espressione gergale che significa essere omosessuale.
[3] Bruant. [Canzone di Aristide Bruant, 1891 dedicata a Biribi.]

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SEDUZIONE DI UN ETEROSESSUALE DA PARTE DI UN OMOSESSUALE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi è tratto integralmente dal “Romanzo di un invertito nato”, un documento molto interessante, in pratica una lunga confessione che un omosessuale italiano 23enne fece a Zola sperando che questi ne facesse un romanzo di successo. Zola, temendo le reazioni del pubblico e della critica (a quanto lui stesso sostiene) o forse per più profonde ragioni legate a una celata omofobia, si limitò a trasmettere il testo ad un suo amico medico, che lo fece pubblicare negli Archivi di antropologia criminale.

Il testo del capitolo di Raffalovich è un condensato della narrazione contenuta nell’originale. A Raffalovich interessa fare risaltare, attraverso la lettura, l’assoluta superficialità della seduzione del ragazzo eterosessuale da parte dell’“invertito nato”. La storia tra i due, in apparenza una vera storia d’amore, termina non solo nella banalità ma in un modo allo stesso tempo tragico e squallido. Il giovane militare sedotto, che sembrava essere destinato a diventare il compagno inseparabile del suo seduttore, viene ucciso da un suo commilitone per questioni banali inerenti al servizio e il suo vecchio seduttore non dà nemmeno molto peso a quella morte, che ormai non lo interessa più. La storia dimostra una terribile mancanza di senso morale da parte dell’”invertito nato” che è volubile e sostanzialmente disinteressato alle persone, anche a quelle che sembravano aver suscitato in lui il massimo dell’entusiasmo.

Mi sono sempre chiesto quanto, nell’ambito di un rapporto affettivo-sessuale, sia riferibile ad una forma di vero amore per l’altro o l’altra come persona, nella sua realtà umana, nelle sue debolezze, nella sua libertà, e quanto sia invece dovuto solo all’idea di sentirsi protagonista di un sostanziale monologo, in cui l’altro o l’altra sono solo comparse, che contano perché recitano un ruolo, e in quel ruolo potrebbero essere benissimo sostituiti da altri. La brevità delle relazioni affettive dei nostri tempi sembra indicare che il peso dei legami affettivi profondi è in realtà assai ridotto. È proprio per questo che il senso di frustrazione è così comune.

In ogni caso, con buona pace di Raffalovich, il racconto dell’”invertito nato” non è certamente il modello, almeno a livello teorico, di un rapporto tra un etero e un gay, Vorrei aggiungere che la vera causa del cinismo dell’”invertito nato” verso il suo ex-amante andrebbe ricercata in territori che hanno poco a che vedere con la sessualità, e cioè nella grande differenza di rango sociale tra i due, differenza che nell’800 rappresentava quasi una differenza ontologica.

Mi sono chiesto se possano ancora oggi trovarsi forme di seduzione analoghe a quelle descritte in questo capitolo, onestamente credo di no. Seduzioni di un eterosessuale da parte di un omosessuale sono pensabili, e accadono realmente, solo se l’omosessuale è ricco, o potente e se l’eterosessuale è un arrampicatore sociale, ma in casi del genere, anche se si parla impropriamente di seduzione di un eterosessuale da parte di un omosessuale, bisognerebbe parlare di una corruzione reciproca, perché assegnare all’eterosessuale arrivista e interessato il ruolo della vittima è oggettivamente molto riduttivo. Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Seduzione di un eterosessuale da parte di un invertito

Testo preso dall’autobiografia di un invertito effeminato comparsa negli Archivi di antropologia criminale. Si noterà la differenza di casta sociale, la leggera differenza di età (l’invertito è più giovane) e l’ardore amoroso del seduttore che facilita o rende possibile la caduta di un giovane uomo onesto.[1]

“Mi sentivo pieno di amicizia per questo ragazzo che faceva così tristemente il suo dovere, era sobrio e usciva poco. Ma io non avevo comunque nessun desiderio su di lui e non pensavo che avrebbe mai avuto la capacità di capirmi. Spesso la sera mi sedevo al suo fianco e mi piaceva fargli raccontare qualche cosa del suo paese, della sua vita di prima, della sua famiglia. Non aveva madre e suo padre aveva avuto parecchi figli da un’altra donna e questo lo aveva spinto a continuare la vita militare. Suo padre era un piccolo impiegato che gli aveva dato una qualche educazione.”

“Cominciai via via a sentirmi sempre più compiaciuto della sua compagnia provai molto presto per lui la più tenera amicizia. Lo invitavo molte volte a venire al teatro con noi e questo non parve contrariare i miei compagni che avevano anche loro simpatia per questo ragazzo. Venne anche a cena con noi qualche volta ma si mostrava sempre molto freddo e riservato. Aveva molti compiti da svolgere e la sera, la maggior parte delle volte, era così stanco che preferiva non uscire dalla caserma. Avrei voluto offrirgli del denaro ma temevo che non lo avrebbe accettato.”

“In poco tempo non potei più fare a meno di lui e cercavo tutte le occasioni per essere gentile con lui. Mi accontentavo di toccare la sua mano e di passare qualche volta la mia sulla sua testa che era bella e seria, con i capelli fini, lisci, castano scuro. Notavo e ammiravo la bellezza dei suoi denti e della sua piccola bocca ornata, ma non nascosta, da piccoli baffetti castani. Rivedevo in lui tutti i miei eroi favoriti, quando lui passava con la sua bella uniforme nera e gialla su un bel cavallo, io lo paragonavo ad Ettore o ad Achille.”

“Ero geloso di lui ma mi piaceva fargli raccontare le sue avventure di guarnigione e i suoi amori passeggeri. Benché dotato di un fisico notevole, non andava a cercare donne se non al massimo due volte al mese perché erano molto care e lui aveva poco denaro.”

“D’altra parte si corrompeva poco con donne e amori, essendo stato sotto le armi dall’età di diciassette anni, aveva poco tempo libero per raffinare i suoi sensi. Io invidiavo furiosamente tutte le donne che, anche una sola volta, avevano tenuto nelle loro braccia e avevano reso felice questo bel ragazzo che io consideravo adesso come un dio! Avrei dato tutta una vita di gioie per poter avere questa soddisfazione almeno una volta.”

”E poi non avrei mai osato dirgli una parola di tutto questo. Sarei morto di vergogna prima di aver finito l’orribile frase. Ma quello che doveva succedere successe. Una sera noi eravamo stati a cena tutti insieme e il nostro amico era della partita. Tutti avevano bevuto e molto. Al rientro agli alloggi parecchi di noi si sentirono ignobilmente male. I soldati non dormivano con noi ma in una sala vicina. I nostri otto o dieci letti si perdevano nell’immensità della sala buia, illuminata da una piccola lampada che si spegneva nel mezzo della notte.”

“Noi eravamo più o meno eccitati e i nostri giochi chiassosi si prolungarono parecchio prima della notte. Il furiere, che dormiva in una piccola camera vicina, ubriaco fradicio anche lui, ronfava in modo orribile. Il mio letto era nell’angolo più scuro di fronte a quello di un giovane sottufficiale che, anche lui, era allegro grazie al vino generoso che aveva bevuto e al quale non era affatto abituato per ragioni di vario tipo. I miei compagni erano addormentati da molto tempo quando noi non ci eravamo ancora spogliati. Alla fine mi decisi e sbarazzandomi dell’uniforme mi rannicchiai nella mia camicia di baptiste ed entrai nel mio piccolo letto sul quale avevo fatto sedere il mio giovane amico al quale, nella nostra eccitazione e nell’intossicazione causata dal vino e dal chiasso che avevamo appena fatto, prodigai come per scherzo le più dolci carezze e la parole più adulatrici. Ero steso a metà sul cuscino che ci permettevano di tenere sul nostro letto, lui era mezzo spogliato, sedeva sulle mie cosce piegato verso di me. Io gli parlavo come nel rapimento di una mezza ubriachezza dovuta al sonno e al calore del letto che stavano cominciano ad aver ragione di me, quando lui si abbassò completamente su di me, mi strinse tra le braccia e mi baciò sul volto e contemporaneamente infilò le mani sotto le coperte e afferrò a piene mani la mia carne. Io mi sentii morire e come una gioia immensa mi rapì di colpo. Così per un piccolo momento ci stringemmo, poggiando le teste una accanto all’altra, mentre le gote bruciavano e la mia bocca era attaccata alla sua bocca, sul dolce cuscino. Io non sono stato mai così felice!!”

“La lampada poggiata a terra mandava dei raggi incerti nell’immenso dormitorio dove nei letti lontani i miei compagni dormivano e lasciava nella più profonda oscurità questo angolo dove noi eravamo così felici. Ebbi comunque paura che qualcuno ci vedesse e volendo gioire completamente di quell’abbandono del mio amico, gli dissi all’orecchio baciandolo: “Vai a spegnere la lampada e torna, ma presto”: si alzò inciampando e andò a bere alla brocca che era poggiata a terra vicino alla lampada; spense molto dolcemente la fiammella che stava già per spegnersi da sé. Il dormitorio non fu più rischiarato che dalla lampada del dormitorio vicino, cioè, ci si vedeva un po’ al centro della sala ma tutto il resto era nelle tenebre più dense.”

“Lo vidi nella penombra che ritornava al suo letto di fronte al mio. Lo sentii spogliarsi in fretta e tornare verso di me trattenendo il respiro. Quel piccolo momento mi sembrò un secolo e quando lo sentii vicino a me tra le coperte calde, lo abbracciai alla vita.”
“ “Mai ho provato un piacere così forte con una donna.”, disse, i loro baci e le loro carezze non sono né così caldi né così pieni d’amore” Queste parole mi inondarono di gioia e di orgoglio. Lo avevo dunque conquistato quest’uomo così desiderato, e che uomo affascinate! Qualsiasi donna me lo invidierebbe.”

“Alla fine ci separammo. Promettendoci di amarci sempre e di fare il possibile per restare sempre insieme.”

“L’indomani, quando ci alzammo, non osavamo scambiarci un solo sguardo, la vergogna era subentrata momentaneamente ai nostri folli ardori e l’aria fresca del mattino ci aveva fatto smaltire la sbornia. Per tutta la mattina non scambiammo che qualche parola ma la sera, dopo che andammo a letto, soli nell’oscurità profonda, il desiderio mi assalì di nuovo, mi alzai trattenendo il respiro e andai a trovarlo. Era sveglio e mi aspettava, così mi disse.”

“Da quella notte venne meno ogni freno, e passammo quasi tutte le notti uno nel letto dell’altro ad abbracciarci e a coccolarci. “Che belle guance hai, mi diceva, sono più dolci di quelle delle donne, e i piedi, si direbbero quelli di un bambino”.

“Questi discorsi mi facevano trasalire dalla gioia ; non desideravo più di essere una donna, perché trovavo questa passione terribile molto più saporosa e gradevole, superiore a quello che può offrire l’amore più conosciuto, che d’altra parte non mi attirava affatto. Mi innamorai talmente di questo bel ragazzo che arrivai ad amarlo più di qualunque cosa al mondo e non ebbi pensieri che per lui.”

“Il nostro anno di servizio militare volgeva ormai al termine e (cosa che un anno prima avevo creduto impossibile) vedevo approssimarsi la mia partenza con un vero terrore, l’idea di dovermi separare per parecchio tempo, se non per sempre, dal mio amico, mi era insopportabile, e spesso la notte ne piangevamo insieme. Lui doveva ancora fare parecchi anni e vedeva con dolore il momento di restare solo e isolato lì dove aveva avuto un amico così fortemente attaccato a lui.”

“… io ritardai la mia partenza per poter godere una volta ancora del mio caro ed amato amico. Gli lasciai tutto il denaro che avevo e anche molti oggetti come ricordi e gli raccomandai di scrivermi il più spesso possibile, lui me lo promise e alla fine partii.”

“Al ritorno nella mia casa paterna, provai una spaventosa sensazione di vuoto e le abitudini della famiglia mi sembrarono insopportabili. Tutti mi accolsero nel modo più caloroso e fui coccolato nel modo più tenero.”

“Comunque, dopo tre mesi tornai perfettamente in salute e cominciai ad occuparmi di nuovo di pittura e di letteratura, cose che mi interessavano molto. L’immagine del mio amico si sbiadì ben presto e perse tutto il suo charme e la sua vivacità. Mi scriveva ancora qualche volta ma io non rispondevo che a lunghi intervalli con lettere via via più fredde. Smise ben presto di scrivere e io non ne fui gran che dispiaciuto. Sei mesi dopo la mia partenza, il suo reggimento cambiò guarnigione e lui fu ucciso con un colpo di pistola da uno dei suoi compagni ubriachi che aveva avuto una discussione con lui su una faccenda relativa al servizio. Morì sul colpo sulla strada bordata di abeti che si stende tra la città e la fortezza. Il suo assassino fu condannato al carcere a vita. Non ho rimpianto quella morte, che ho appreso dai giornali e della quale ho saputo dei dettagli da un sottufficiale che ho incontrato più tardi.”[2]
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[1] Uso qui la mia traduzione del Romanzo di un invertito nato, pubblicata nella Biblioteca di Progetto Gay: http://gayproject.altervista.org/romanzo.pdf]

[2] Si vede che l’amore meno vizioso di un effeminato non vale più di quello di una donna leggera e frivola. Questo invertito disse di avere avuto rapporti sessuali piuttosto semplici con questo giovane uomo.

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OMOSESSUALI ED EFFEMINATEZZA SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisesusalità” di Raffalovich che Vi presento oggi, come preannunciato, è dedicato all’effeminatezza. Ho già anticipato che qui Raffalovich lascia spazio ai suoi spiriti moralistici e ai suoi pregiudizi misogini e dimostra di non possedere gli strumenti culturali adeguati per affrontare il problema della cosiddetta effeminatezza. In buona sostanza, pur manifestando dubbi sul fatto che la forte effeminatezza sia strettamente correlabile con l’omosessualità, non arriva alla fondamentale distinzione tra questioni di orientamento sessuale e questioni di identità di genere, sovrappone ampiamente le due categorie e sposta il discorso su valutazioni moralistiche improprie.

Nella seconda parte del capitolo, che si stacca in modo sostanziale dal tema dell’effeminatezza, il livello morale cambia nettamente, Raffalovich cita un lungo e interessantissimo brano del Fedro di Platone, sui comportamenti di un amante dominato dalla ricerca del piacere. La citazione riguarda un rapporto tipicamente pederastico, ma in essa si delinea un concetto di moralità della pederastia, che consiste nel favorire la crescita e la libertà di un giovane, agendo per il suo bene e non per la ricerca del piacere.

Dalla citazione di Platone Raffalovich prende lo spunto per una digressione sulla omosessualità “immorale” dell’altra società e sulle sue conseguenze, prima fra tutte il matrimonio degli omosessuali. La descrizione di quegli ambienti e di quei comportamenti mette in evidenza che ciò che Raffalovich considera immorale non è l’omosessualità in sé ma il fatto di viverla senza serietà e senza dignità morale. Ma lasciamo a lui la parola.
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EFFEMINATEZZA

Leggendo le biografie degli invertiti effeminati (che si sentono soprattutto donne di fronte all’uomo, o meglio agli uomini), si è colpiti dalla loro inferiorità morale, dalla loro superficialità e dalla loro mancanza di pudore. I loro vizi sono più vili di quelli degli uranisti maschili. Messalina sembra loro un ideale lubrico e una piccola diva da operetta, quasi il loro ideale sentimentale e artistico. Si vantano di avere i vizi della donna come il suo charm. Vorrebbero vestirsi come una donna, e lo fanno spesso; amano tutte le occasioni in cui possono travestirsi; non disdegnano nemmeno i lavori femminili, gli arazzi, ecc. ecc.. Soffrono della vanità femminile allo stato acuto e cronico.

Si sarebbe tentati di considerarli dei degenerati, e spesso lo sono, ma questa spiegazione non è sempre sufficiente. Sono portato a credere che la loro sessualità invertita e la loro effeminatezza abbiano cause diverse, e che sia la mescolanza di effeminatezza e inversione a produrre un risultato così ripugnante, così desolante.

Il giovane uomo effeminato che si lascia andare all’inversione esagera tutti i suoi difetti perché li crede delle qualità, delle attrattive, della armi di civetteria. Non inventa tutti i suoi atteggiamenti ridicoli, ma ne copia parecchi. Se lo si incoraggia, si pavoneggia, diventa fiero delle sue timidezze e dei suoi nervosismi. Se lo si prende in giro, trattiene la sua inquietudine fino al giorno in cui sarà libero di mostrarla, di metterla in piazza.

È una disgrazia quando un uomo ammira troppo o invidia troppo il ruolo della donna,[1] perché l’uomo non invidia affatto il ruolo della donna virtuosa. L’uranista più maschile, così come l’eterosessuale, ha la sua ora di femminilità: Shakespeare ha ragione a far dire a Rosalinda che le donne e i ragazzi sono bestiame dello stesso colore. C’è un tempo (non sessuale) in cui il giovane uomo ha delle sensazioni, degli slanci, dei pudori tipici di una donna più che di un uomo. I Greci eccellevano nel rappresentare questa verginità maschile, e i Tedeschi l’hanno descritta con adorazione nei loro libri. Nell’uranista maschile, nell’adolescente maschio eterosessuale che vale qualcosa, che ha delle aspirazioni verso quello che c’è di buono o di forte (anche molto relativamente), questo periodo di tempo è molto breve. L’esperienza, lo sviluppo intellettuale e fisico, tutto quello che forgia l’uomo, porta via questo fiore della giovinezza, questo desiderio di essere guidato, di essere un po’ apprezzato, di sentire di valere qualcosa in rapporto a qualcuno che si ammira. Nessun uomo veramente virile ha ignorato sentimenti di questa lievità. Solo che nell’effeminato la vanità personale e femminile arriva a rovinare per la maggior parte del tempo questi slanci. Il giovane uomo desidera di essere qualcosa in rapporto a qualcuno nel quale quello che c’è di più essenziale è il sesso maschile. Nel capitolo sull’infanzia degli uranisti virili abbiamo visto la storia del risveglio di questo istinto in un maschio. Nell’effeminato c’è una esagerazione permanente di questi sentimenti di sacrificio sessuale, di desiderio di essere posseduto.[2] Quando questo desiderio esiste, nella forma sessuale, in un uranista maschile, la violenza del desiderio può essere causata da una virilità precoce che si ignora, che vuole imparare, conoscere, imporsi e che non vede altro mezzo che il concedersi, offrirsi, essere posseduto e iniziato. L’effeminato si lascerà più spesso prendere, il maschile invece si offrirà la prima volta, o le prime volte.

L’adolescente si sbaglia facilmente e se ha lo spirito corrotto dalle letture o dalle conversazioni, crederà di essere donna[3] per temperamento e non per giovinezza, per ignoranza. Se ha carattere impara che prima di tutto è uomo; altrimenti coltiva i suoi errori e le sue qualità femminili con cura, e dato che le chiacchiere, la menzogna, la timidezza, l’affettazione non chiedono di meglio che aumentare, l’effeminato a 23 anni (se ha cominciato da giovane) o a ventiquattro anni, è già vittima di una malattia psicologica.

Le avventure galanti, gli innamorati, le scene di gelosia o di seduzione, le stanchezze dovute ad eccessi sessuali verso i quali gli effeminati e i passivi sono tanto attratti, producono questo stato psicologico e lo aumentano. A meno che non si faccia una riforma radicale, è molto difficile fermare tutte queste cattive abitudini, specialmente perché esse rendono improbabile lo sviluppo del carattere, il perfezionamento della individualità. La civetteria, la galanteria di una ragazza galante non permettono affatto a un giovane uomo di diventare uomo. D’altra parte quelli che si legano a simili giovanotti eleganti dai modi raffinati sono o sensuali, o curiosi, o viziosi, o indifferenti, che cercano solo di divertirsi, cercano di tenerseli per loro o di sbarazzarsene passandoli a qualcuno di loro conoscenza. I più saggi insegnano loro con maggiore o minore successo come ci si può difendere dalle maldicenze troppo irrimediabili, a quale nobile vedova bisogna fare la corte, quali conoscenze coltivare, ecc..

Dopo avere scritto quello che precede, risultato di tristi osservazioni che mi sforzo di non rendere ingiuste o satiriche, ho aperto il Fedro di Platone e ho notato un parallelo sconvolgente tra gli effeminati mondani[4] del XIX secolo e quelli di Atene:

“Chi è dominato dal piacere, schiavo del desiderio, deve necessariamente cercare nello stare accanto a colui che ama il più grande piacere possibile. Ora, uno spirito malato trova il suo piacere nella completa condiscendenza alle sue volontà; tutto ciò che lo porta al di sopra di lui o gli resiste gli è odioso. Dunque l’amante non vedrà mai volentieri in colui che ama uno a lui superiore e nemmeno uno a lui uguale; si darà sempre da fare per abbassarlo al di sotto di lui. L’ignorante è al di sotto del sapiente, come l’ignavo è al di sotto del coraggioso… Tutte queste cause di inferiorità, sia naturali che accidentali, faranno piacere all’amante, se le riscontra nell’oggetto del suo amore; altrimenti cercherà di farle nascere o al momento ne soffrirà. Sarà dunque necessariamente geloso, cercherà di impedire a colui che ama tutte le relazioni che potrebbero essergli utili e potrebbero renderlo più uomo; e in questo modo gli provocherà un grave danno, ma soprattutto gli farà un torto irreparabile derubandolo dell’unico mezzo per accrescere le sue conoscenze e le sue capacità di capire.

Questo mezzo è la divina filosofia, dalla quale l’amante cercherà necessariamente di allontanare il suo beneamato, per paura che lì non impari a disprezzarlo. Farà tutti gli sforzi possibili perché il giovane uomo resti nell’ignoranza assoluta, perché non abbia occhi che per il suo amante e sia per lui in questo modo ancora più gradevole proprio nel far torto a se stesso. Sul piano morale non si potrebbe avere guida peggiore né peggiore compagno… Sul piano fisico, chiediamoci che tipo di cura possa dare un amante a colui che egli possiede, costretto come è a cercare in tutto il gradevole a spese dell’utile. Lo vedrete sempre cercare, al posto di un giovane robusto,[5] qualche giovincello senza vigore, nutrito non alla luce del sole ma nell’ombra, estraneo ai lavori maschili e ai nobili sudori, abituato alle delizie di una vita molle, truccato con colori stranieri, carico di ornamenti per supplire alla mancanza dei veri ornamenti, e che, infine, non ha nulla in tutta la sua condotta e nei suoi costumi che non corrisponda a questo ritratto. Tutto questo è così evidente che non vedo la necessità di ribadirlo: diciamo solamente, per riassumere, che con un corpo così delicato il giovane uomo, esposto ai rischi della guerra o a qualche grande pericolo, non ispirerà che audacia ai suoi nemici, e paura ai suoi amici e al suo amante.”

Questo amante, continua Platone con la sua ammirabile psicologia, che non è invecchiata nemmeno di un’ora, vedrebbe colui che ama “con piacere privato di suo padre e di sua madre, dei suoi parenti e dei suoi amici, che egli considera come dei censori inopportuni e come degli ostacoli al dolce commercio che si compiace di intrattenere. Se questo giovane uomo è padrone di una grande fortuna o di una bella proprietà, non ci sono speranze di sedurlo così facilmente né di trovarlo docile dopo averlo sedotto. Egli vedrà dunque la sua ricchezza con uno sguardo doloroso e sarà vicino a gioire della sua rovina. Infine desidererà di vederlo il più a lungo possibile senza figli, senza moglie, senza casa; perché non si preoccuperà che di prolungare il proprio piacere.”

L’amore di questo amante, “che in ogni istante fa entrare il piacere nel suo cuore attraverso l’udito, la vista, il tatto, attraverso tutti i sensi”, per quanto durerà, sarà nocivo, quando non sarà spiacevole e capace di spingere il giovane uomo a trovare una compensazione attraverso capricci e follie: “Ma quando questo amore sarà finito, non contate più sulla fedeltà dell’amante, egli si dimenticherà perfino delle promesse che accompagnava con tanto di giuramenti e di preghiere, .. Il momento di pagare il conto è venuto, ma lui ha cambiato padrone e vive sotto altre leggi. La ragione e la saggezza hanno rimpiazzato l’amore e la follia; non è più lui: è diventato tutt’altro all’insaputa del giovane uomo che amava teneramente. Costui reclama ancora il prezzo delle sue compiacenze passate: ricordati, dice all’infedele, le tue stesse parole e le tue stesse azioni. Come se parlasse sempre allo stesso uomo! Ma lui senza osare ammettere il suo cambiamento, senza potersi sbarazzare ancora dai sentimenti e delle promesse che ha fatto sotto l’impero della sua folle passione, è già comunque abbastanza padrone i se stesso, abbastanza lucido per non voler ricadere nei medesimi sviamenti e non ridiventare quello che era. Per uscire da questa posizione fastidiosa, si vede obbligato ad abbandonare l’oggetto della sua vecchia passione; poi diventa un fuggitivo. Il giovane uomo imbrogliato perseguita allora il suo vecchio amante con la sua indignazione e le sue imprecazioni, crudelmente punito di avere ignorato fin dal principio che al posto di accordare i suoi favori ad un uomo innamorato e necessariamente folle, avrebbe fatto meglio a riservarli ad un amico saggio e padrone di sé; perché altrimenti sarebbe stato costretto a concedersi ad un infedele, a un capriccioso, a un geloso, pernicioso per le sue fortune, pericoloso per la sua salute ma soprattutto pericoloso per la sua istruzione…”

È nel mondo degli effeminati che lo scambio delle due fantasie e il contatto delle due epidermidi sono soprattutto ricercati, così come la vanità delle buone fortune.

Si sono descritte le serate dei pederasti prostituti ma la letteratura può ancora fare conoscere le cene e i pranzi degli invertiti mondani. Lì si beve alla salute del padrone di casa e del suo ultimo favorito. Ci si incontrano uomini seri, decenti, che le donne di mondo che ostentano una vita austera ascoltano con piacere, e anche attori, musicisti, giovani uomini chic che vanno a ballare a tutti i balli chic, uomini sposati giovani o vecchi. Lì si balla dopo pranzo o dopo cena, ci si trovano tutte le cose ridicole, tutte le vanità e tutte le menzogne. Ci sono uomini eterosessuali che vanno a queste cene per divertirsi, per fare delle conoscenze utili, per raccontare quello che hanno sentito, per andare da qualche parte, per intrufolarsi nelle cose intime altrui.

Vengono invitate anche donne, delle lesbiche belle o repellenti, donne che si si divertono di tutto e fanno finta di non sospettare niente di strano o di nascosto, ma anche, qualche volta, donne del tutto rispettabili, e indulgenti, ma questa non è proprio la stessa situazione. Ci si comporta più o meno come ci si comporterebbe in presenza di un uranista che non scherza sui buoni costumi o di un eterosessuale che non deve fare o proseguire la sua strada.

Non parlo delle feste più galanti e più pericolose alle quali si invitano anche persone di classe inferiore.

Si comprende facilmente che i giovani uomini fuorviati in questo mondo con pretese di eleganza, di arte, di musica, di letteratura, non maturano affatto e non tentano affatto l’uranista severo o la donna che desidera guarire. Qualche volta, comunque, un uomo che non vive in questo ambiente, che lo evita, innalza un giovane uomo di merito e lo salva e allora si vede un Vautrin casto e un Lucien de Rubempré che diventa rispettabile. Altre volte una donna si mette in testa di salvare il ragazzo carino che la fa tanto ridere, che canta così bene e che le confida tutti i suoi problemi e le sue disgrazie. Se è una donna di mondo, di buona condizione, se è generosa, se lo aiuta materialmente col suo denaro e coi suoi consigli e se lui soccombe ad un disagio sufficientemente forte, finirà per sposarla e la renderà poco felice. Non vorrà più accompagnarla sempre e dappertutto, si annoierà quando le sta accanto, la trascurerà e dopo un po’ di tempo ci sarà uno di quei tipici rapporti in più: Signora elegante e triste, depressa o dissipata, Signore carino, spendaccione, che si diverte con l’unisessualità. La donna può essere ben felice se ha un figlio o due, perché se non li ha all’inizio della sua vita coniugale è probabile che non ne abbia più l’occasione dopo, dato che più di un invertito, alla lunga, si rifiuta ad ogni intimità.

Una donna molto ricca e gelosa avrà più probabilmente un numero adeguato di figli che la trattenga a casa a fare i suoi doveri. I figli possono essere una garanzia che la donna non farà scandali. E si può essere persuasi che le madri che trascinano davanti ai tribunali un marito unisessuale[6] valgono meno di quanto esse credono.

Ma se la donna guaritrice è anche lei sposata, se è tenera e imprudente, entrerà in un inferno. Immaginatevi una Renée di “La Curée” di Zola, più tenera, meno corrotta, altrettanto mondana, e un Maxime, rimasto in sostanza quello che era in collegio. La situazione è frequente. Le donne si appassionano agli invertiti carini o divertenti, e gli invertiti effeminati fanno soffrire queste donne ancora di più degli eterosessuali, ma hanno una compensazione da offrire loro: ed è che si interessano alle medesime cose. Per un certo mondo è impossibile avere un’intimità più gratificante di quella con un brillante e giovane effeminato, che ha un bel modo di fare, è ricco, carino e di buona famiglia. Le relazioni mondane o semi-mondane tra gli effeminati e le donne vengono fuori più dal romanzo di costume, dagli abbozzi della vita come essa è, che non da questo libro. Non sono state rese banali dalla letteratura inglese, perché i critici non erano uomini degli di mondo o degli osservatori, non le hanno colte nei rari libri che se ne sono occupati, e gli imitatori non sono stati incoraggiati a cominciare e a volgarizzare.

I medici, invece, si sono molto interessati di quello che riguarda gli effeminati e sono stati tentati di prenderli come modello dell’uranismo.

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[1] Alcuni effeminati eterosessuali hanno la mania degli abiti effeminati, vorrebbero portare biancheria meravigliosa e non amano le donne nude.
[2] È praticamente impossibile per il ragazzetto che desidera ardentemente di essere posseduto sapere se desidera essere posseduto per essere in potere di un altro o per imparare a sua volta il mestiere che l’altro conosce. Se desidera uno che lo possieda o un iniziatore.
[3] Il giovane uranista, il cui istinto sessuale lo spinge verso l’uomo più che verso il bambino, può essere votato alla passione della similarità tanto quanto a quella dell’effeminatezza. Vuole sedurre, vuole piacere, vuole essere amato, sceglie una taglia più stretta, si accentua le anche, ammorbidisce la sua camminata, perché crede che sia indispensabile. Una volta fatta luce su questo, l’uranista maschile non si comporterebbe più alla maniera di un eterosessuale. Il vero effeminato si femminilizza per il suo proprio piacere oltre che per quello degli altri, il giovane uranista maschile lo fa soprattutto per cercare un ammiratore. Curioso paradosso, perché più tardi l’effeminato farà di tutto per il pubblico e il maschile invece farà per esso il meno possibile.
[4] Sto parlando del mondo decente, non parlo del mondo basso descritto nelle memorie della polizia.
[5] Soprattutto robusto di carattere, per la virilità, l’indipendenza dell’anima o dell’intelligenza: perché qualcuno di questi “giovincelli”, se non la maggior parte, senza vigore virile nel vero senso della parola, sono giustamente ricercati per il loro vigore fallico.
[6] Come una certa riformatrice inglese.

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GAY E AUTOCOMMISERAZIONE

Presento oggi ai lettori il breve capitolo intitolato “Autobiografie”, tratto da “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich. Per capire esattamente il senso di questo capitolo bisogna tenere presente che poco prima di scriverlo, Raffalovich ha avuto modo di leggere il “Romanzo di un invertito nato”, un libro-documento che ho tradotto e pubblicato nella biblioteca di Progetto Gay (http://gayproject.altervista.org/romanzo.pdf). Si tratta in pratica delle confessioni di un ragazzo omosessuale italiano di 23 anni, inviate a Zola perché ne facesse un romanzo di successo. Zola non prese in considerazione la proposta ma passò il manoscritto ad un medico suo amico che ne curò la pubblicazione sugli Annali di antropologia criminale. La vicenda è complessa, ma molto interessante, mi limito a rinviare alla prefazione del libro sopra citato della biblioteca di Progetto Gay.
Effettivamente la lettura del “Romanzo di un invertito nato” non è una lettura edificante per gli omosessuali ed è il ritratto di un individuo di alto livello sociale, che si vanta e si compatisce dimostrando una grave immaturità personale.

Raffalovich lesse questa autobiografia e ne fu molto male impressionato, cosa che non fece che confermare che l’auto-commiserazione rappresenta una delle categorie tipiche non degli omosessuali, ma delle persone prive di energia morale, siano essere omosessuali o eterosessuali.

Va sottolineato che ancora oggi esiste tra gli omosessuali la tendenza a considerarsi vittime. Sottolineo che la lotta per i diritti civili è una cosa e il sentirsi vittime e cercare la commiserazione altrui è una cosa radicalmente diversa.

Secondo Raffalovich gli uomini superiori (non solo i gay superiori) sono quelli che non si fanno sovrastare dalle circostanze ma cercano con spirito positivo di realizzare la loro missione nel mondo.

Le riflessioni di Raffalovich sono ampiamente condivisibili anche oggi. Lo dico un po’ malinconicamente perché nel capitolo successivo, dedicato agli effeminati, Raffalovich tirerà fuori il peggio di sé e dimostrerà che lo spirito autenticamente morale emerso nel capitolo sulle autobiografie si mescola in lui con un moralismo di bassa lega, spesso aggressivo e denigratorio. Ma di questo avremo modo di parlare. Ora lasciamo la parola a Raffalovich.
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AUTOBIOGRAFIE

Gli invertiti, nelle loro biografie, raccontano spesso di non essersi resi conto della loro inversione. Si sono innamorati dei loro amici, si forse amati sessualmente, ecc. ecc., poi hanno avuto relazioni con donne, poi a poco a poco hanno scoperto che non era l’ignoranza che li aveva tenuti lontani dalle donne, che la loro scarsa tendenza verso le donne non era un fatto casuale, ecc., – ma che erano sempre stati uranisti, invertiti. Allora hanno amato con terrore, ardore ed entusiasmo un soldato qualunque, non importa chi fosse, – hanno forse lottato contro la loro tendenza, poi si sono arresi ad essa.

Tutti quelli che hanno letto le opere specialistiche dedicate all’inversione riconosceranno le storie alle quali faccio allusione.

Mi sembra che non sia opportuno approfondire troppo su queste biografie né dare ad esse troppa importanza. Se si collezionassero biografie di donne adultere si sarebbe colpiti dalle somiglianze: stessa logica, stessa mancanza di logica, stesso egoismo feroce, stessi rimorsi, stessa apologia. E comunque gli scienziati non ci chiedono di assolvere e di compiangere le donne adultere in quanto adultere.

Allo stesso modo io chiedo che non ci si abitui a compiangere gli invertiti in quanto invertiti. Gli uranisti entusiasti non vorrebbero cambiare. Con chi lo potrebbero fare? I veri omosessuali, quelli che hanno la passione della similarità, se fossero donne, amerebbero le donne.

Io non penso affatto che gli invertiti debbano essere compatiti, come pensa Ktafft-Ebing – se sono invertiti superiori non soffrono se non quello che soffrono ogni giorno gli uomini superiori; la lotta tra la coscienza e le tendenze, tra la saggezza e il mondo, non è peggiore per l’invertito superiore che per l’uomo eterosessuale superiore.

Compatiamo gli uomini superiori, se vogliamo, ma la lotta contro le passioni è più o meno la stessa qualsiasi siano le passioni e il lottatore, se egli è un grande. Quanto agli invertiti ordinari e abietti, non sono e non si credono da compatire più degli ubriaconi per piacere o per abitudine, o degli uomini che si attaccano alle prostitute o alle donne leggere o interessate.

Compiangiamo pure l’umanità intera, se vogliamo, compiangiamola amaramente se non abbiamo religione, niente di meno o niente di più, ma non scegliamo gli invertiti per la nostra pietà estrema. Questo avvertimento non sarà mai ripetuto troppo.

Gli invertiti abietti o entusiasti non ritengono affatto di dover essere campatiti. Gli invertiti superiori non sono da compatire più degli eterosessuali superiori.

Quanto agli invertiti che si compiangono e si lamentano e che si rivolgono agli scrittori, sono nella maggior parte dei casi individui che si sarebbero compatiti e si sarebbero lamentati anche se fossero stati eterosessuali. Non si trova facilmente una persona del sesso opposto che sia in grado di soddisfare insieme, sia il sesso, sia l’anima, sia la società che la famiglia. Perché l’invertito dovrebbe avere quello che l’eterosessuale trova con tale difficoltà? Quanti eterosessuali sono infelici a causa ella loro vita sessuale? La sifilide, le malattie nervose, la perdita di credito sociale, lo scioglimento di tanti legami, e anche tante altre cose, perseguitano l’eterosessuale infelice o senza carattere.

L’individuo che non è né casto, né sobrio, né vigoroso, né ragionevole, né moto coraggioso, né molto illuminato, né molto pio sarà sempre da compiangere, sia che si tratti di un invertito sia che si tratti di un eterosessuale. I grandi invertiti si sono sempre fatti perdonare la loro inversione, essa non ha mai impedito loro di essere se stessi, di portare a termine il loro lavoro su questa terra. Pensate forse che Platone, Walt Whitman, Michelangelo, il gran Condé, Winckelmann e tutta la legione degli altri abbiano il diritto o il desiderio di compiangersi per la loro omosessualità?

I grandi uomini sono grandi perché lo sono nonostante tutte le infermità e di tutti gli accidenti di questa esistenza.

I geni omosessuali, o eterosessuali, o indifferenti, ci dimostrano chiaramente che non bisogna separare gli uomini dalle tendenze della loro sessualità, ma da ben altre considerazioni, di un ordine completamente diverso.

Si i grandi uomini o gli uomini di gran cuore o di grande spirito si collocano al di fuori della pietà che si vuole organizzare per venire in soccorso agli invertiti, gli uomini ordinari che sono uranisti[1] e che sono malati, degenerali, squilibrati, malaticci, infelici e ipocriti, dovrebbero essere giudicati come malati, infelici, deboli o rammolliti; ma perché incitare la nostra simpatia verso di loro? Leggete attentamente le loro autobiografie e ditemi sinceramente, scavando nella vostra coscienza, sarebbero stati uomini di maggior valore, sarebbero stati più felici, più virtuosi, se fossero stati eterosessuali altrettanto inclini alla sessualità?[2]
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[1] Sono sicuro che il Dott. Koch de Zwiefalten, l’eminente autore di Minderwertigkeiten [Inferiorità (psicopatica): Koch, J.L.A. Die psychopathischen Minderwertigkeiten. (1891-93) Ravensburg: Maier] sarebbe dell’avviso che senza religione non si saprebbe guarire dall’uranismo.
[2] Quanto ai prostituti, ai ricattatori, agli sfruttatori, si sia giusti con loro, ma indulgenti proprio no! Parlo dei prostituti a tutti i livelli della gerarchia sociale, anche quelli che si vendono con piacere e che amano il loro mestiere e il loro sostenitore, che si dedicano al ricatto e al furto. L’uomo di mondo che si rivolge ad uno di loro sa quello che rischia e non merita affatto la pietà che gli si accorderebbe volentieri si si pensasse esclusivamente alle conseguenze della sua follia.
Gli ipocriti o i debosciati cinici, che tentano di corrompere o corrompono i bambini, i ragazzi giovani o gli uomini molto giovani sono trattati dall’opinione pubblica con una giustizia e un disprezzo meritato. Non bisogna certo diminuire questa severità e questo disprezzo.

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