THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.

Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.

Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.

In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.

Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.

Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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THOMAS LOVELL BEDDOES

Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.

Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.

Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.

Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.

Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.

Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..

Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.

(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)

Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.

 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.

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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.

[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.

[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.

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IL GIUDIZIO DI RAFFALOVICH SU WALT WHITMAN

Abbiamo già visto come diversi capitoli di “Uranismo e Unisessualità” siano in realtà più degli studi di ricostruzione storica, basati su una fitta trama di dati e di testimonianze, che non l’espressione della posizione personale di Raffalovich. Il capitolo dedicato a Walt Whitman è radicalmente diverso.

Raffalovich aveva polemizzato di John Addington Symonds rimproverandogli i suoi tentativi di ottenere, si potrebbe quasi dire di estorcere al vecchio Whitman una confessione della sua omosessualità, suscitando l’irritazione ferma e controllata del vecchio poeta, ma nel capitolo dedicato a Whitman di “Uranismo e Unisessualità” non c’è traccia di questa polemica e Raffalovich si lancia in una lode molto sincera e partecipata della poesia di Whitman e anche della sua figura umana; trova in Whitman un’idea che sente sua e che sarà poi il cavallo di battaglia di Edward Carpenter, cioè l’idea dell’utilità dell’omosessualità, che può servire a promuovere il vivere civile, a stringere rapporti di solidarietà umana e sociale e a coltivare sentimenti elevati.

Chi ha letto l’opera di Whitman avrà notato che l’omosessualità non è l’unico tema del poeta, ma che il tema omosessuale è molto spesso congiunto con quello del matrimonio e della generazione dei figli. Le due cose sembrano inconciliabili solo alle menti ristrette, e Whitman non era di quelle, per lui, l’intera gamma dei sentimenti umani può concorrere a creare un futuro migliore per tutti. Una filosofia che in nome dell’omosessualità tendesse a sminuire il matrimonio e la generazione dei figli sarebbe una ben misera cosa, come sarebbe una misera cosa una filosofia che in nome dell’eterosessualità negasse l’evidenza o il rilievo sociale dell’omosessualità.

Raffalovich vede in Whitman un moralista di tipo nuovo, lontano dalla tipica ipocrisia inglese, uno che non mistifica e che è esente dal vizio tipicamente inglese, secondo il quale, se si insiste nel negare caparbiamente l’esistenza di qualcosa, quel qualcosa sparisce di fatto dal mondo.

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Walt Whitman (1819-1892)

Il modo col quale è stato trattato Walt Whitman è un esempio abbagliante dell’incoerenza anglo-sassone. Whitman è uno degli uomini notevoli del secolo. È stato insieme un uomo d’azione, un profeta e uno scrittore. Durante la guerra americana (tra gli Stati del Sud e quelli de Nord), è stato ammirevole per la sua devozione e il suo amore, per il suo preoccuparsi dei feriti e per il suo amarli.

L’America non ha mai prodotto un autore di una tale larghezza mentale. Io non ho qui la finalità di esporre la filosofia o il vangelo di Walt Whitman, il suo panteismo yankee, la sua grande serenità. Emerson, Thoreau, i grandi americani si inorgoglirono di Whitman da quando egli comparve. Il suo grande libro, Foglie d’erba[1] è stato probabilmente letto da più generazioni. È stato difeso, analizzato, ha avuto degli apologisti contro il puritanesimo da lui scioccato; sono stati pubblicati volumi contenenti una scelta di brani senza rischi, e in tutti questi brani selezionati sono stati conservate le poesie sull’unisessualità e sono state tagliate quelle sulla paternità.

Alcuni uomini austeri hanno considerato delle poesie unisessuali come impudiche, se esse sono caste, e come audaci al di là della letteratura moderna se non lo sono, non critico questi uomini austeri ma mi sembra che facciano la danza sulle uova.

Se Walt Whitman ha il diritto di voler riformare l’America con l’aiuto del matrimonio sano, della procreazione di figli sani, e anche con l’aiuto dell’amore unisessuale, dell’amore greco che lui vorrebbe americano; se per questo nobile scopo si più permettere di cantare la paternità come la maternità, e l’amore unisessuale che spinge le labbra di un maschio su quelle di un suo compagno, di un suo uguale, o su quelle di un ragazzo giovane di cui lui vuole fare un uomo, se può essere citato normalmente quando descrive l’emozione di vedere degli uomini barbuti baciarsi, o quando celebra l’emozione supremamente serena e soddisfatta di dormire sotto la medesima coperta con chi egli ama di più, allora l’attitudine anglo-sassone diventa inquietante a forza di essere illogica.

Non c’è dubbio che Walt Whitman, un grande spirito, un uomo di cuore, vedendo la natura umana malata e viziata, abbia voluto reagire e mostrare che gli istinti naturali devono elevare l’uomo invece di anemizzarlo e di abbassarlo. L’ipocrisia, fatta di vigliaccheria e di ignoranza, che sostiene che il matrimonio e la procreazione hanno qualcosa di vile e che l’omosessualità non esiste, che non ha che poca importanza, regna in America forse ancora più che in Inghilterra.

L’aborto, lì, è frequente, e l’unisessualità è incoraggiata dalle circostanze sociali e psicologiche.  Invece di avere figli malaticci, invece di lasciare l’inversione sessuale limitata a degli occhi dissoluti e a delle lussurie segrete, perché non mettere in onore il matrimonio e l’unisessualità? Perché non celebrare le gioie del matrimonio sano, dei figli ben fatti, e le devozioni dell’amore atletico, dell’amore tebano della Grecia eroica?

Whitman ha voluto mostrare che tutto poteva servire al progresso e al benessere dell’umanità. Non c’è in lui alcuna spinta all’effeminazione. Quello che vanta, quello che fa emergere nell’unisessualità è l’amore dell’uomo vigoroso per il suo simile, per il suo pari o l’amore del giovane uomo per uno più grande di lui. Le passioni unisessuali non sono sterili o inutili; devono aiutare l’uomo a guardarsi da ciò che è vile, devono formarlo, devono stringere i legami della solidarietà, e devono anche prepararlo per il matrimonio fecondo. È qui che Walt Whitman è tra i più grandi e i più saggi moralisti (Platone, Gesù, Goethe) perché la sua idea mira a perfezionare l’umanità con l’aiuto di ciò che essa ha al suo interno.[2]

Una teoria dell’unisessualità che tentasse di abbassare il matrimonio, di sminuire il principio della dignità coniugale, sarebbe ridicola e falsa; una teoria dell’eterosessualità che volesse cancellare e annientare l’unisessualità sarebbe ignorante e insufficiente, e se essa volesse negare e impedire quello che l’uranismo può offrire alla civiltà, all’umanità, essa sarebbe intollerante e colpevole di lesa umanità.

È così che gli uomini e le donne possono trovare in Walt Whitman un’istruzione e un soccorso, ma per il grosso pubblico mi sembra molto strano citare i brani unisessuali e non anche nel medesimo tempo i brani che correggono e modificano.

In Inghilterra si ha paura del proprio pubblico, molto più che in Francia o altrove. Questo accade in parte perché ci si è tanto abituati a guardare alle donne, quando si scrive. Herbert Spencer si turba prima di scrivere qualcosa che possa fare arrabbiare le donne inglesi: e quest’uomo è stato il rappresentante di un sistema del mondo. Non si osa dire che Walt Whitman, accettando la natura umana come una sorgente naturale dalla quale derivano le virtù dell’ideale, ha accettato anche dei dati di fatto dell’esistente, gli istinti, le tendenze. Cosa che non andrebbe d’accordo con l’idea inglese secondo la quale, se si fa sufficientemente finta di non credere a certe cose scomode, quelle cose finiscono per non esistere più, o per non contare più. Di conseguenza non si possono citare gli epitalami coniugali di Whitman, ma si possono citare gli epitalami unisessuali, perché sono a doppio senso, e ci si può sempre rivoltare contro i Filistei, i grossolani che danno loro un senso poco onesto. Dato che in Inghilterra si ritiene che la promiscuità dei corpi maschili sia di una inutilità che confina con l’equivoco, di una indelicatezza che tocca l’indecenza, molti brani di Walt Whitman sono per i giovani o per i curiosi di un sapore pericoloso.

E, nonostante tutto, gli ammiratori di Walt Whitman e anche i suoi avversari non osano accusarlo pubblicamente, gli uni perché la loro ammirazione non sia ritenuta sospetta, gli altri perché la loro accusa non faccia mettere in dubbio la loro decenza cerebrale; R. L. Stevenson, uno scrittore per quale ci si è infatuati, ha detto che ogni ragazzo di 17 anni dovrebbe leggere Walt Whitman per guarire dal Welt Schmerz [disagio del mondo], per vedere che non tutto va verso il peggio, e non ci si è rivoltati in massa contro Stevenson: e comunque i ragazzi di 17 anni che leggono Whitman nell’età dei trasalimenti della pubertà  corrono il rischio di innamorarsi  dei loro compagni o delle loro conoscenze maschili perché “le notti nelle braccia uno dell’altro”, che Whitman celebra tanto e con una così solenne e una così insinuante ripetizione, sono più alla loro portata dei matrimoni con una grande donna sanguigna.

Dato che a 17 anni l’amore vago, l’amore-idea, l’amore-piacere tormentano più dell’idea del matrimonio, Walt Whitman produrrebbe più facilmente invertiti, o almeno unisessuali, che amanti di prostitute o di iniziatrici borghesi. E se col bell’ardore della giovinezza, non contenti di praticare o solo di ricercare delle emozioni così complete e così assorbenti, così caste, fino al momento in cui lo slancio sessuale prevale nell’adolescente, senza che se ne renda conto, o forse prima che se ne renda conto, se i poveri giovani  vantano l’ideale di Whitman, ne parlano, saranno molto presto mal visti, sospettati, circondati dagli ostacoli, dalla malizia, e dovranno subire molti fastidi, che forse non supereranno.

Whitman è un grande rivelatore, e 17 anni non sono l’età alla quella l’uranismo moderno si deve rivelare: cosa che non diminuisce in nulla la portata e il valore di Walt Whitman, le lezioni e la morale che contiene per colui che ha già scelto.

Il successo di Whitman è in completa armonia con la sua teoria della sessualità, e con quella che egli cerca di approfondire, ed è in contraddizione flagrante con la teoria scritta e orale degli Inglesi.

Walt Whitman non può servire affatto come celebratore dell’amicizia spirituale, intellettuale, riflessiva, civilizzata.  Le tenerezze estreme e appassionate che possono essere i dettagli dell’amicizia, dipendono dall’età, dal temperamento, dalla nazionalità, dall’innocenza, dall’ignoranza, ma sono dei dettagli così poco significativi che non bisogna dar loro rilievo o si rischierebbe di distruggere il principio dell’amicizia che è una simpatia soprattutto inesprimibile con i gesti. L’amore (anche il più forte) può esprimersi più facilmente con l’aiuto del corpo che non l’amicizia. L’amore vorrebbe fare una sola cosa di due spiriti, di due copri, ma l’amicizia più disinteressata, la più pronta al sacrificio, salvaguarda la sua individualità e fortifica quella dell’amico.

Ma si tratta di mostrare la mescolanza di sentimenti onesti e teneri e di aspirazioni sessuali, Walt Whitman è tutto lì, e se lo si è letto, non ci si stupirà che la sua vita sia stata bella e dedita agli altri.

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[1] Leaves of grass.

[2] Forse non è permesso dire che il Salvatore ha insegnato una morale fondata sulla conoscenza della natura umana così come essa è?

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RAFFALOVICH E I POETI “OMOSESSUALI” CITATI DA DANTE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato ai poeti comincia con una lunga citazione del canto XXVI del Purgatorio di Dante, in cu si parla “anche”, ma solo di sfuggita, di sodomiti. Raffalovich prolunga la citazione riportando una traduzione (incompleta) dei versi di Dante in cui Il sommo poeta descrive il suo incontro con Guido Guinizelli e Arnaut Daniel [Arnaldo Daniello (1150-1210)].

Il lettore attento resta però perplesso del fatto che Raffalovich , nello scrivere di poeti omosessuali, citi Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, e non citi il notissimo canto XV dell’Infreno in cui Dante esalta il suo maestro Brunetto Latini, pur mettendolo all’Inferno come omosessuale.

Il canto XXVI del Purgatorio non è tra quelli di più facile lettura e contiene anche alcuni versi in lingua provenzale, messi in bocca ad Arnaldo Daniello. Secondo Dante, nella settima cornice del Purgatorio, ove si purgano i lussuriosi, si trovano due distinte schiere di peccatori: quelli che gridano “Sodoma e Gomorra”, cioè gli omosessuali, e i peccatori “ermafroditi”, cioè gli eterosessuali, che cercano l’unione del maschio e della femmina (ermafroditi in questo senso).

Raffalovich, che non era certo un fine conoscitore dell’Italiano antico, come John Addigton Symonds, legge probabilmente il testo di Dante in una traduzione francese ed è in indotto, dalla presenza dell’espressione “peccato ermafrodito” a ritenere che si parli di omosessuali. Se così fosse, comunque, il riferimento al mito di Pasife sarebbe bel tutto fuori luogo.

L’equivoco deriva dal fatto che il termine “ermafroditismo psichico” era stato utilizzato da diversi autori per indicare una identità di genere mista, senza manifestazioni di ermafroditismo fisico. L’espressione finì poi per indicare anche l’omosessualità, intesa come una specie di sesso intermedio. Per questa ragione Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, vengono inseriti da Raffalovich nella schiera degli omosessuali, mentre Brunetto Latini, che era omosessuale, personalità tutt’altro che di secondo piano nella vita di Dante, che lo chiama “padre”, è del tutto trascurato.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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I POETI

Non è per cattiveria che ho scelto soprattutto i divini poeti; se ne avessi avuto il tempo e l’abitudine, avrei preferito studiare i grandi capitani, gli uomini d’azione. Non avrei avuto che l’imbarazzo della scelta.

Ma, dato che mi ritrovo ad aver letto e studiato i poeti, ne ho selezionato alcuni appartenenti alla schiera d’anime che Dante incontra in Purgatorio, anime che avevano commesso il peccato ermafrodita o che avrebbero potuto sentirsi chiamare Regina! Come il grande Cesare in occasione del suo trionfo. Non invoco nessun classico, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo … e neppure nessuno del Medioevo.

Purgatorio, Canto XXVI

“infatti, in mezzo al muro di fiamme, giunse una schiera che volgeva il viso verso questa, la quale mi indusse a osservare meravigliato.
Lì vidi ogni anima di entrambe le schiere affrettare il passo e baciarsi l’una con l’altra, senza fermarsi, contente per quel rapido saluto festoso;”

“i nuovi arrivati gridavano: «Sodoma e Gomorra»; e gli altri: «Pasifae entra nella vacca di legno, perché il toro corra a soddisfare la sua lussuria».”

“Io…
iniziai: «O anime certe di ottenere, quando sarà, la pace eterna,”

“ditemi, affinché io ne scriva una volta tornato nel mondo, chi siete voi, e chi è quella schiera che se ne va dietro le vostre spalle.”

“La schiera che non viene con noi commise lo stesso peccato (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere l’appellativo di ‘Regina’:[1]per questo se ne vanno gridando ‘Sodoma’, rimproverando se stesse come hai sentito, e accrescono la pena del fuoco con la vergogna.”

“Il nostro peccato, invece, fu eterosessuale (ermafrodito); ma poiché non osservammo la legge umana, seguendo come bestie l’appetito dei sensi, per nostra vergogna quando ci separiamo gridiamo il nome di colei (Pasifae) che divenne una bestia nella falsa vacca di legno.
Ora conosci il nostro comportamento e di cosa fummo colpevoli:”

“Esaudirò il tuo desiderio solo riguardo a me stesso: sono Guido Guinizelli, e sconto già qui la pena per essermi pentito prima della fine della mia vita.”

“quando udii presentarsi il padre mio e degli altri poeti migliori di me che mai scrissero versi d’amore dolci e leggiadri;”

“Dopo che fui soddisfatto di averlo osservato, mi offrii tutto pronto al suo servizio, con un giuramento che spinge le persone a credere alle parole.”

“Disse: «O fratello, costui che ti indico col dito», e mostrò uno spirito davanti a lui, «fu il migliore artefice del suo volgare materno.
Superò tutti nel campo della poesia amorosa occitanica e nella letteratura narrativa oitanica; e lascia parlare gli stolti, che credono sia superato dal Limosino (Giraut de Bornelh).[2]”

“Ora, se tu hai l’eccezionale privilegio di poter andare nel chiostro (Paradiso) dove Cristo è l’abate del collegio,”

“recita davanti a lui per me un ‘Pater noster’, almeno per quanto è necessario a noi in Purgatorio, dove non abbiamo più il potere di peccare”.

“Io mi avvicinai un poco allo spirito che aveva indicato prima, e dissi che il mio desiderio preparava una gradita accoglienza al suo nome (volevo sapere chi fosse).
Lui cominciò volentieri a dire: «La vostra cortese domanda mi piace a tal punto, che non posso né voglio nascondere la mia identità.
Io sono Arnaut,[3] che piango e vado cantando; preoccupato guardo la mia passata follia d’amore, e vedo gioioso la gioia, che spero, davanti a me.
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità di questa scala, di rammentarvi al momento opportuno del mio dolore!»
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.”
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[1] Sarebbe interessante studiare i rapporti tra il genio, l’orgoglio e l’unisessualità. Aggiunta di Project: – Tutti i nemici di Cesare gli rinfacciarono di essersi concesso quando era ancora un giovane ufficiale a Nicomede IV Filopatore, re di Bitinia. « Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem »(Svetonio, Vita di Cesare.) [« Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui. »]
[2] Nota di Project: – Giraldo di Bornello (… – 1220), originario della zona di Limoges (Dante lo chiama Limosino).
[3] Nota di Project: – Arnaldo Daniello (1150-1210).

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 3

In questa terza parte del capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato al processo Wilde, Raffalovich fa un resoconto estremamente chiaro della seconda fase del processo, quella nella quale Wilde è ormai dalla parte dell’accusato. Il processo, come si vedrà, attraverserà momenti di indecisione, in cui la giuria non arriverà a raggiungere un verdetto, segno evidente che, nonostante i vincoli legali rappresentati dal paragrafo Labouchère del 1885, che sanzionava senza alcuna distinzione tutti gli atti omosessuali tra maschi di qualsiasi età, stavano ormai maturando nella società inglese i primi segni di un diverso sentire, che tendeva a non dare per scontato che i comportamenti omosessuali dovessero finire tutti e indistintamente sotto i vincoli della legge penale. Molto meglio dell’ipocrisia inglese che aveva una legge rigidissima ma che era molto elastica nella sua applicazione, sarebbe stata l’adozione di una legge del tipo di quella proposta da Krafft-Ebing, per la quale, ferma restando la sanzione penale in caso di violenza, di induzione alla prostituzione e simili, sarebbero stati penalmente rilevanti solo i comportamenti omosessuali verso i minori al di sotto di una certa età, messi in atto da persone molto più grandi. Krafft-Ebing e anche Raffalovich avevano ben chiara la distinzione tra omosessualità e pedofilia, che non era invece considerata dalla legge inglese.

Raffalovich presenta un panorama squallido della giustizia penale inglese: ai giudici che negano risolutamente la libertà condizionale sotto cauzione, se ne alternano altri che invece la concedono anche in situazioni molto dubbie. I giurati e gli stessi giudici sono condizionati dalle reazioni del pubblico e dei giornali, e le beghe personali tra giudici, procuratori e avvocati coinvolti nel processo finiscono per condizionarne profondamente lo svolgimento; per non dire dell’atteggiamento ondivago del pubblico, e della furia dei creditori di Wilde che si gettano come avvoltoi sui bene privati del poeta e li saccheggiano senza nessun rispetto nemmeno per la moglie e per i figli di Wilde.

Il processo Wilde si conclude quando la pubblica accusa tenta di coinvolgere direttamente lord Alfred Douglas, nei cui confronti il giudice è molto prudente e reticente e si scatena invece l’aggressività dei giurati.

In buona sostanza, l’esito del processo viene deciso solo l’ultimo giorno, capovolgendo le aspettative, sull’onda della totale irrazionalità e incoerenza nei comportamenti processuali delle giurie e dei magistrati.

Il processo a Wilde è l’esempio più eclatante delle conseguenze del paragrafo Labouchère che, incriminando penalmente qualsiasi comportamento omosessuale, anche tra adulti consenzienti, creando cioè una fattispecie indistinta di reato omosessuale, ha di fatto aperto la porta ai ricattatori e ha così alimentato un’alta e ben più grave fattispecie di reato.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Verso le sei di sera Wilde fu arrestato. Un amico lo seguì subito in prigione con dei vestiti, ma non lo lasciarono passare. Poi accorse lord Alfred e mostrò un grande dolore quando non gli fu permesso di vedere il suo amico.

L’opinione pubblica era fortemente montata contro Wilde. Si sentiva il suo nome dappertutto, lui riempiva Londra. Se fossi alla ricerca del pittoresco, potrei raccontare molto realisticamente delle testimonianze incredibili dell’emozione dell’Inghilterra. Sì dava per certo che molti dei suoi amici stavano per essere arrestati. Si voleva aprire una sottoscrizione pubblica in favore di lord Queensberry.

Lord Alfred sì offrì di pagare qualsiasi somma purché Wilde potesse uscire di prigione su cauzione. Il magistrato rifiutò. L’indomani mattina, Taylor venne a sedersi al fianco di Wilde sul banco degli accusati. Li si fece comparire parecchie volte, rimandandoli dopo in prigione.

La questione del bail (cauzione) si ripresentò ogni volta: la risposta fu sempre altrettanto severamente negativa. I giornali raccontavano con molti dettagli le sofferenze di Wilde, quello che mangiava o non mangiava, ecc., ecc..

Improvvisamente il Pubblico Ministero accusò Taylor di avere tentato di commettere con i due Parker la suprema offesa sodomitica. Inizialmente Taylor era accusato soltanto di atti indecenti[1] e di avere “cospirato” con Wilde. Taylor, malgrado la sua situazione pericolosa non smise mai di sorridere (stando a quello che dissero tutti i giornali).

Ogni giorno si pubblicavano lettere di Lord Queensberry, di lord Alfred Douglas e di Robert Buchanan.

Lord Alfred dichiarava che se il suo amico fosse stato condannato, lui sarebbe rimasto vicino alla prigione fino alla liberazione di Wilde. Lord Douglas (il fratello maggiore) si lamentava del loro padre, che li aveva sempre perseguitati. Robert Buchanan,[2] autore famoso per le sue controversie, poeta, romanziere, critico, autore drammatico, domandava con quale diritto si trattasse così male uno scrittore non ancora condannato. Assicurava che lo stesso lord Queensberry compiangeva Oscar Wilde. Lord Queensberry si affrettava a rispondere che in altri casi aveva spesso ucciso degli squali, e sempre con la massima rapidità. Non compiangeva lo squalo, ma lo faceva soffrire per il minor tempo possibile, ma certamente il più possibile. Lord Alfred scriveva per ringraziare in blocco tutti gli sconosciuti, donne e uomini, che, a suo dire, lo inondavano di lettere di simpatia. Raccontava al pubblico che andava ogni giorno a vedere il suo amico attraverso la crudele griglia. E che questo privilegio gli era concesso solo per un quarto d’ora.

Quando Wilde fu arrestato, si davano in teatro due sue commedie. Con quella tipica mancanza di coraggio che caratterizza tutte le iniziative che dipendono da un pubblico, con stupidità pudibonda e inutile, si tolse il nome dell’autore dai manifesti senza ritirare le commedie. M. Sidney Grundy, solo tra tutti quelli che si occupano di teatro, protestò contro questa misura che non aveva per scusa né il buon senso né la carità cristiana e nemmeno il buon gusto. Il pubblico non si lasciò coinvolgere. Allora uno dei direttori [dei teatri dove si davano le commedie di Wilde], vedendo che la sua codardia non aveva avuto successo, ripristinò il nome dell’autore. Questa commedia chiuse le repliche il 27 aprile. L’altro direttore fece a meno del nome dell’autore fino alla fine delle repliche. Avrei capito la soppressione delle commedie, ma il nome dell’autore! Che cosa stupida, vile e inutile!

L’emozione fu violenta il giorno che i venditori di giornali urlarono: Arresto di lord Douglas! Ma si trattava di lord Sholto, un figlio ancora più giovane, arrestato in California per qualche ora per impedirgli di sposarsi con una donna di condizione troppo bassa.

Fu annunciato che sir E. Clarke avrebbe assunto la difesa di Wilde in cambio di nulla, cioè gratuitamente.

Infine arrivò il giorno del processo, venerdì 25 aprile. “Il processo sarà molto breve”, lo si dava per sicuro. Durò cinque lunghi giorni e non portò a una conclusione.

Successe una cosa curiosa. Il secondo giorno, lord Alfred fece sapere ai giornali che un messaggio urgente di sua madre lo costringeva ad andare in Italia per qualche giorno. Si fermò lì con un amico e ci rimase, stando ai giornali. Immagino che avrebbe contestato la notizia, se fosse stata falsa.

Se ne avessi il tempo, ci sarebbero parecchi incidenti emozionanti da raccontare: il fulmine e il rombo di tuono che accompagnarono lettura dei venticinque paragrafi dell’accusa, anche se ora, più che il fulmine, è il fango che minaccia Sodoma. C’è stata anche la vendita forzata degli effetti di Oscar Wilde inseguito dai creditori. Gli erano state trovate addosso parecchie carte timbrate, una del suo fornitore di cigarette-cases [portasigarette], quei famosi astucci d’argento. Alla vendita, una folla abiettamente curiosa si ammucchiò nella stanza da letto, aprirono i cassetti contenenti le lettere e si impadronirono di alcune di esse, lo scrittoio di Carlyle fu comprato per quattordici sterline; e tra i rari effetti dimenticati da Mme Wilde, si rimase colpiti dalla bibbia regalata “da papà” a uno dei figli e da due piccoli vestiti da marinaretto. Era una cosa triste, disgustosa.

Una delle sorprese del processo fu che il Pubblico Ministero ritirò l’accusa di sodomia contro Taylor. Un’altra sorpresa fu quando ritirò anche l’accusa di cospirazione contro Wilde e Taylor. Ma, ci si diceva, era per semplificare il processo, per evitare qualsiasi ricorso contro un verdetto sfavorevole: questo perché le prove erano schiaccianti. La disperazione di E. S., costretto a ripetere le sue disgrazie, fu ancora più manifesta – L’orribile e criminale passato di Atkins e le sue menzogne furono l’occasione di una scenata. La folla si mostrò molto ostile nei suoi confronti.

Tutti i nomi dei “messieurs” [frequentatori di bordelli] scritti su pezzi di carta stimolarono la curiosità pubblica al massimo livello. Un giornale diretto da J. K. Jérôme, uno degli autori che la massa ama, ebbe la stupidità di dire che, se fossero stati perseguiti i quattrocento uomini di mondo sospettati, si sarebbe distrutta da cima a fondo l’unisessualità in Inghilterra.

In certi giornali si parlò di un’associazione e di una circolare di questa associazione il cui scopo era di perseguire tutti gli individui sospetti, senza riguardo per il loro patrimonio, la loro posizione o il loro valore. Ogni uomo sensato sa che un’associazione del genere non potrebbe essere che uno strumento di ricatto. A Londra (come a Parigi, a Vienna e a Berlino) ci sono già abbastanza ricattatori che praticano la loro arte in modo molto consapevole nella classi basse per aumentare il numero di questi ricattatori o diffamatori.

Il quarto giorno del processo, sir E. Clarke cominciò il grande discorso sul quale si contava tanto per innalzare la dignità del processo. Aveva poco da dire. Assicurò che se Oscar Wilde non fosse stato innocente, non avrebbe sporto querela contro lord Queensberry. Se non fosse stato innocente, non sarebbe rimasto in Inghilterra dopo il verdetto in favore di lord Quuensberry.

Seguì l’interrogatorio di Wilde. Aveva avuto un appartamento in città solo per non essere disturbato quando lavorava. Non aveva commesso nessun atto sconveniente. Spiegò che nei versi di lord Alfred in lode della vergogna, vergogna voleva dire pudore. Quanto al sonetto sui due amori, quando uno degli amori diceva sospirando: Io sono l’amore che non osa dire il suo nome, non si trattava di un amore contro natura.

È proprio l’amore contro natura, gli obiettò M. Gill con quella esasperante ignoranza che il ruolo gli imponeva, e Wilde rispose con un fervore rivoltante e ipocrita,[3] speculando sull’ignoranza letteraria e l’incapacità del suo pubblico: “L’amore che non osa dire il suo nome” è il grande affetto dell’uomo più grande per l’uomo più giovane, l’amore di Davide per Jonathan, l’amore sul quale riposa la filosofia di Platone, l’amore di Michelangelo e di Shakespeare nei loro sonetti, il mio per lord Alfred Douglas. È l’amore che questo secolo con capisce , l’amore così esposto alla calunnia che non osa dire il suo nome. Non c’è niente contro natura. È bello, è ammirevole, è intellettuale, questo amore di un uomo che ha vissuto la sua vita per un uomo giovane la cui gioia e la cui esperienza sono all’inizio…”

Questi cliché, a pena ammissibili nella bocca di un uomo serio, che conduce un vita almeno un po’ nobile, venendo da lui, avrebbero dovuto indisporre il pubblico, ma al contrario fu applaudito a tre riprese e il giudice rimproverò il pubblico.

Un uomo i cui principi sono sicuri, la cui vita è calma e regolata, la cui amicizia è un privilegio, i cui affetti sono illuminati, forse un po’ veementi, avrebbe il diritto di parlare come Wilde o come Socrate. Provenendo da Wilde, queste parole sono dolorose. Qualsiasi sia la purezza del suo amore per lord Alfred (e perché no?), è certo che Wilde non ha mai capito gli obblighi imposti da un amore che si basa su Platone, Shakespeare e Michelangelo. Non ha separato lord Alfred dagli orribili amici che lo compromettevano, non si è staccato da lui quando è diventato lui stesso pericoloso per il giovane uomo, e non ha avuto nemmeno il coraggio di condurre la sua vita in modo che non fosse compromettente o infamante. Quando si parla dell’amore di Davide e Jonathan, di W. H. e di Shakespeare, non si fa allusione ad un amore puramente sentimentale, puramente innocente, mondanamente egoista. Platone e gli altri hanno celebrato il miglioramento di un’anima da parte di un’altra anima, l’amore che è l’inizio della saggezza. Quante volte Shakespeare esorta W. H. a comportarsi bene, come gli offre di lasciarlo se gli fa torto, come vuole sacrificarsi per la reputazione di colui che ama! Ma quando è successo che Oscar Wilde si sia preoccupato della direzione, della pedagogia morale del suo giovane amico? Non ha nemmeno rinunciato a delle frequentazioni indegne di un discepolo di Platone. Si sa quello che i Greci pensavano degli uomini venali.

L’ignoranza del pubblico era uguagliata solo dalla falsità dello speech [discorso] di Wilde; ma lui sapeva bene con chi aveva a che fare.

Negò gli incidenti dell’Hotel Savoy,[4] quando lui e lord Alfred occupavano le stanze 361 e 362. Il massaggiatore giura di avere trovato un giovane uomo nel letto di Wilde; e così anche la domestica. Una soprintendente ha testimoniato anche che questa domestica le chiese di venire a controllare il letto e le lenzuola del poeta. Lei rifiutò saggiamente. “Sarebbe infantile dare credito a dei domestici”, disse Wilde, ricordandosi le sue pericolose intimità con dei giovani e divertenti fattorini.

Salvo le cose sconvenienti, ammise quasi tutto il racconto di Parker. Negò di aver baciato S. – Disse che era male abbracciare un giovane uomo di più di diciotto anni. Tutto quello che Atkins raccontava era più o meno esatto. Salvo gli atti indecenti commessi con Schwabe o tentati con Atkins in quella celebre notte parigina. E lo stesso con tutti gli altri.

Qui arrivò (secondo me) la parte più straordinaria dell’interrogatorio di Wilde.
Non aveva mai messo in dubbio l’infamia di tutti questi giovani uomini, non aveva mai sospettato il loro genere di vita, il loro modo di procacciarsi i mezzi per andare avanti. Lui, uno scrittore ultra-moderno, che si interessava a qualsiasi cosa fosse nuova o strana, o vecchia come il mondo, aveva potuto trovarsi ogni giorno con dei prostituti senza educazione e non indovinare mai le loro equivoche frequentazioni. Questo, secondo me, è impossibile ma, se è vero, Wilde è un idiota. Un pazzo da legare, da richiudere, pericoloso per la salute dei suoi compatrioti. Se i suoi giuramenti su questo argomento non sono esatti, che credibilità si può attribuire alle altre sue deposizioni? Non sembra aver sospettato di poter ammettere l’ambiguità dei suoi giovani amici senza compromettersi dal punto di vista della ragione. Avrebbe potuto dire che studiava i bassifondi della società. Molti scrittoti di gran fama hanno studiato i parassiti del vizio. Lui non ci ha pensato. A che punto arriva l’ignoranza del metodo scientifico!

Il riassunto del giudice stupì. La decisione del giurì stupì ancora di più. Dopo parecchie ore di camera di consiglio, dopo una giornata di inquietudini e di impazienza, i dodici giurati non riuscirono ad accordarsi che sull’impossibilità di accettare le prove che venivano da persone sospette come Wood e Atkins. Quanto a Sidney M., lui aveva sempre negato. Ma i giurati trovarono assolutamente impossibile concordare circa E. S., circa Charlie Parker, e circa gli indicenti del Savoy Hotel.

Il processo fu dunque rinviato al 20 maggio. Lo stupore a Londra fu grande, le congetture si fecero favolose. E il 7 aprile Oscar Wilde uscì tranquillamente di prigione, avendo ottenuto il permesso di un giudice di fornire garanzie (per 125.000 franchi) circa il fatto che si sarebbe presentato il 20 maggio. Lui stesso si fece garante per la metà di quella somma e lord Douglas of Hawick e il Reverendo Stewart Headlam, il vigoroso organizzatore di una linea di tendenza per il riavvicinamento del teatro (soprattutto del balletto) e della Chiesa protestante, si resero garanti per il resto. Secondo la richiesta di M. Mathews per il “bail” [la cauzione] di Wilde, non c’è possibilità di rifiutarlo – Questo diritto risale a Carlo II. Se Wilde fosse stato accusato di felony [sodomia], diceva Mathews, sarebbe stato diverso, ma quando si tratta di “misdemeanour” [condotta indecente] è tutta un’altra situazione.

Allora perché queste settimane in prigione, questi rifiuti reiterati di accettare cauzioni per lui? C’era o capriccio legale o ingiustizia, o un’estraneità poco rassicurante. Wilde non veniva assolutamente dichiarato innocente dal rifiuto della giuria di decidersi. Perché averlo guardato a vista prima, perché rilasciarlo dopo?
In ogni caso l’indecisione della giuria equivaleva a una decisione abbastanza straordinaria: cioè che i reati unisessuali non sono più di competenza della legge.

Quando si pensa a quello che è stato provato in questo processo – alle opinioni di Wilde, al suo entourage, alle losche conoscenze che portavano sempre a delle camere da letto contigue in un hotel, all’albergatore che aveva cercato di mandarlo via a causa delle sue frequentazioni, ecc. ecc. – e quando ci si ricorda che la legge inglese (dopo il 1885 e dopo M. Labouchère)[5] è chiarissima contro tutte le perversioni unisessuali (qualsiasi sia l’età degli individui) si capisce l’importanza di questa indecisione.

Il paragrafo di M. Labouchère non ha fatto che dare armi al ricatto e organizzarlo. Se si leggono i giornali, se non si chiudono le orecchie o gli occhi, ci si accorge subito dell’esistenza di Sodoma. Anche se non si ascoltano le maldicenze, i pettegolezzi, se si evitano i maldicenti e quelli che li alimentano, non si potrebbero comunque ignorare l’estensione, la devastazione, le sofferenze, i pericoli e i vizi di Sodoma.

Mi sembra (e questa è l’opinione di Krafft-Ebing e di tutti gli specialisti più noti) che leggi non possano aver ragione quando esse definiscono dei delitti che producono altri crimini. Il ricatto è un crimine, l’unisessualità (quando non c’è né seduzione né stupro né eccitazione abituale alla dissolutezza, né altre circostanze aggravanti) porta soprattutto a degli atti delittuosi.

Che utilità hanno le leggi che servono solo a riempire di immondizia i giornali e di denaro le tasche degli investigatori o degli agenti che si occupano di prostituzione maschile? Ah! Come reprimere questa orribile e ripugnante professione quando tutto la incoraggia?

Non so se il giudice o i giurati abbiano compreso che bisognava impedire una volta per tutte le accuse di questo genere, questi tipi di saturnali, o se abbiano agito delle forze più misteriose, ma in ogni caso l’era di questi processi sui costumi sessuali sembra chiusa. Solo, mi chiedo perché tanta pudibonderia e tanta spudoratezza? Perché non parlare della legge e dell’unisessualità seriamente invece di arrivare a questa conclusione ipocrita?

In Inghilterra l’arte è costretta a tacere,[6] il giornalismo strilla e vomita, e la scienza, la morale e la legge non tentano nemmeno di conoscere, di comprendere, di sorprendere, di istruire, di elevare i forzati, i condannati di Sodoma.

Mi sembra indispensabile o ascoltare tutti i casi di sesso a porte chiuse (ma l’Inghilterra libera non lo permetterebbe: – La Germania le invidia questo privilegio della pubblicità) – oppure bisogna incrudelire e colpire con una severità inutile ma abbagliante, i ricchi e i potenti, gli uomini gravi e sposati, – oppure bisogna adottare un progetto di legge del tipo di quello di Krafft-Ebing:

Ogni uomo di più di … anni che abbia rapporti sessuali con un maschio di meno di … anni cade sotto l’applicazione della legge.

Solo che bisognerebbe ricordarsi che normalmente la pubertà in Inghilterra è abbastanza tardiva e non bisognerebbe quindi scegliere per l’Inghilterra l’età che si sceglierebbe per la Germania o per un altro paese.

A questo proposito mi affretto qui a dire che, secondo il nuovo rapporto ufficiale sulle prigioni in Inghilterra (1895), è a diciassette, diciotto e diciannove anni che si forma la maggior parte dei “criminali abituali”. Dato che questa era l’età degli amici incoraggiati da Oscar Wilde, lui risulta così responsabile e colpevole agli occhi di tutte le morali, anche della morale pratica e senza pregiudizi.

Lunedì 20 maggio il processo di Wilde e Taylor ricominciò. Questa volta il giudice era M. Wills. Sir Francis Lockwood era l’accusatore. Sir Edward Clarke ottenne la separazione di Wilde e di Taylor.

Taylor fu trattato per primo, come per vedere di che pasta fosse la giuria. Taylor non era stato ammesso alla libertà provvisoria di Wilde. Taylor era accusato di atti indecenti commessi con i fratelli Parker e anche di avere giocato il ruolo di lenone, negò ogni accusa, confessò che i due Parker dormivano con lui, insieme, e dopo essersi fatto pregare, diede una lista di giovani uomini che condividevano il suo letto. Gli fu letta una lettera del suo amico Charlie Mason, amico d’infanzia, che gli chiedeva del denaro e gli diceva che gli affari non andavano bene, che non aveva incontrato nessuno, che desiderava il suo ritorno perché potessero uscire insieme.

Fu fatto comparire questo Harrington che era stato con i Parker in occasione del loro incontro con Taylor. Taylor conservò il suo aplomb e non si turbò neppure per un istante. Doveva contare sull’assoluzione. I due Parker sembravano dei testimoni molto sospetti e ancora più ripugnanti di prima. La giuria comunque non esitò affatto: trovò Taylor colpevole di atti indecenti commessi coi fratelli Parker, ma non poté decidersi circa le intenzioni di Wilde. Comunque, se si fosse ammessa la verità dei Parker, Wilde si sarebbe trovato più compromesso di Taylor
Il verdetto di colpevolezza fu registrato dunque contro il miserabile Taylor, ma dato che la giuria non si trovò d’accordo quando si trattava di sapere se Charles Parker era stato “procurato” per Wilde, si congedò la giuria, e il mercoledì mattina Oscar Wilde comparve davanti ad una terza giuria.

Logicamente il processo diventava entusiasmante. Le accuse di Charles Parker contro Wilde erano ancor meglio corroborate di quelle contro Taylor.

Dopo il verdetto, lord Queensberry mandò un messaggio a sua nuora, lady Douglas of Hawick, felicitandosi per il risultato, predicendo la sorte di Wilde, e prendendo in giro l’atteggiamento costernato di Percy, lord Douglas di Hawick. “Mentre aspettava il verdetto, assomigliava a un cadavere; è la follia di avere tanto baciato[7] che ne è la causa”, diceva il padre alla moglie di suo figlio.

Ci si può forse stupire che martedì 21 maggio sia scoppiata una lite in mezzo a Piccadilly, in mezzo ad una folla entusiasta, tra lord Douglas di Hawick e lord Queensberry? Il padre prese il pubblico a testimone che il suo figlio maggiore era stato un figlio cattivo e alla fine lo colpì in faccia con forza.[8]

Fu necessario separare per due volte i combattenti prima di portarli al posto di polizia. La folla accolse bene il padre e si dichiarò contro il figlio. L’indomani mattina comparvero davanti al magistrato e promisero di comportarsi bene per sei mesi, pagarono ciascuno una cauzione di 12.500 franchi. Lord Douglas aveva un occhio pesto, suo padre, con una rosa all’occhiello, se ne andò, dopo, ad assistere al processo di Wilde.

Il mercoledì e soprattutto il giovedì questo processo prese una piega ancora più sorprendente che inattesa. Le persone oneste, che non soffrono di questa apatia di cui soffrono gli Inglesi di oggi, fremettero vedendo l’orientamento del giudice. “Se non ci si appiglia né alla testimonianze dei complici, né ai testimoni che hanno visto tutto ma non l’atto sessuale stesso”, esclamò sir Frank Lockwood, “come si potrà impedire che questo vizio regni su tutta l’Inghilterra?” E M. Wills che aveva ammesso la colpevolezza di Taylor sulla testimonianza dei Parker, si mise a difendere Wilde più dello stesso sir Edward Clarke. M. Wills, il giudice, dichiarò che rigettava le testimonianze di E. S., la sola vittima non pagata; che secondo lui non c’era niente di equivoco nella relazione tra Wilde e E. S..

Quanto alle deposizioni di molti domestici e impiegati del Savoy Hotel, M. Wills dichiarò che non negava ai giurati il diritto di rimanerne inquietati[9] ma che lui si riservava il diritto di non tenere conto della loro decisione. Se fosse stato veramente visto un giovane uomo nel letto di un uomo della posizione sociale di Wilde, allora, diceva M. Wills, basterebbero ben poche prove in aggiunta per crederlo colpevole, ma, si affrettò a concludere il giudice, se tutti questi domestici e impiegati avessero detto la verità, la direzione del Savoy Hotel avrebbe certamente preso delle misure contro Wilde.

Una tale asserzione è parecchio curiosa, e sir Frank Loockwood, il Solicitor General, rispose inutilmente che gli albergatori evitavano gli scandali per ragioni di interesse e di convenienza. M. Vogel dell’Albemarle Hotel aveva cercato di sbarazzarsi di Wilde a causa dei giovani uomini che lo frequentavano, ma non era per lamentarsi dei suoi comportamenti morali che aveva tentato di sloggiarlo, no! Cercò di mandalo via a causa del fatto che non aveva pagato dei conti.

Alla fine sir Franck Lockwood obiettò (e le sue parole dovettero risuonare in tutta l’Inghilterra, e attristare ancora di più delle villanie del processo) che era assolutamente inedito che un giudice si mettesse in questo modo al posto della giuria e rigettasse la prova più evidente contro l’accusato.

Avevamo parlato molto del crollo individuale di Wilde, ma quando fu interrogato nuovamente sembrava sempre lo stesso. Sir Edward Clarke prima dell’interrogatorio di Wilde fece un appello toccante alla lealtà di sir Frank Lockwood.

Sir Edward Clarke aveva preceduto sir Frank Lockwood nell’incarico di Solicitor General, e lo aveva conservato per più tempo rispetto a tutti i suoi predecessori da un secolo a questa parte; e, aggiungeva sir Edward Clarke, sir Flank Lockwood si ricorderà certamente oggi di quello che ha dimenticato ieri, che lui non è un avvocato che cerca di ottenere un verdetto, ma che è quasi un giudice, questa è la sua dignità. Sir Franck Lockwood, continuò sir Edward Clarke, ha il diritto (un diritto che sir Edward non si era mai preso e non si sarebbe mai preso) di indirizzare le ultime parole ai giurati, alla conclusione delle argomentazioni della parti.

Wilde, interrogato, negò ogni colpa ma confessò tutte le sue imprudenze, e insistette nel compromettersi, dichiarò di non trovare reprensibile che tanti giovani uomini di classe sociale bassa avessero dormito con Taylor. Quanto a lui, amava l’adulazione. Questi giovani uomini lo ammiravano e lo adulavano. L’adulazione dei letterati è sempre guastata da qualche critica. Negò di avere avuto influenza su questi giovani uomini. Lui credeva solo all’influenza letteraria. Quando le domande di sir Franck Lockwood facevano protestare sir Edward Clarke si notò che il giudice prese le parti dell’accusato e protestò anche lui. E anche quando Wilde negò di aver dato una certa spilla ad Harrington, il giudice disse alla giuria: “Signori, voi dovere ammettere questa negazione; non avete il diritto di non darle credito.”

Sir Edward Clarke ringraziò il suo avversario della sua cortesia, poi se la prese con molta eloquenza contro i testimoni, questi prostituti e ricattatori che erano stati nutriti e vestiti per tante settimane a spese pubbliche [che erano stati a lungo in prigione]. C’era molto da dire contro questi testimoni e sir Edward lo disse. Perorò la sua causa chiedendo ai giurati di permettere al brillante scrittore di darci ancora altri capolavori degni del suo genio. Se non fosse stato innocente Wilde non sarebbe stato lì.

Sir Frank Lockwood cominciò allora la sua risposta e la terminò l’indomani, il sesto giorno del processo. È alla irresistibilità di questo discorso che si deve attribuire l’orientamento della giuria e di conseguenza quello del giudice.

Durante questo discorso ebbero luogo delle scene violente tra sir Edward Clarke e sir Frank Lockwood. Il giudice tentò di addolcire sir Edward dicendogli: “Dovrò parlare di questo argomento più tardi” e sir Edward rispose: “Saprò pazientare, my lord”. Ma la disputa ricominciò ben presto tra i due avversari. Poi sir Franck Lockwood iniziò quell’attacco contro lord Alfred Douglas, il cui seguito stava per diventare così drammatico. Lord Alfred aveva avuto Alfred Wood a casa sua a Oxford, lo aveva mandato a Wilde, Wood aveva cenato con Wilde, l’amico del suo amico, e aveva cercato (riuscendoci) di farlo ricattare. I miei lettori conoscono la storia.

Quando M. Wills arrivò al suo riassunto, dichiarò di preferire di gran lunga essere giudice dell’omicidio più abominevole che di una causa di questo genere. Si gettò subito anche lui contro Alfred Douglas, causa di tutti questi scandali, contro le lettere di Wilde, contro quelle “labbra rosse”, contro quella “follia dei baci”. Se si trattava di baci che lord Alfred dava a una donna, era molto male per Wilde, alla sua età, incoraggiare delle passioni così naturali. Se quei baci non erano per una donna, allora la giuria non aveva che da pronunciarsi. Espresse il suo stupore per l’intimità tra lord Alfred e questo Wood e tra Wood e Wilde. Il capo dei giurati lo interruppe allora per chiedere se ci fosse un mandato di arresto contro lord Alfred Douglas, e in caso negativo se si stessero per prendere delle misure per incarcerare quel giovane uomo. Questa domanda produsse una profonda sensazione. Dopo tanti sforzi sovrumani la causa di Wilde era dunque persa.

M. Wills rispose educatamente ma in modo vago. I giurati insistettero. M. Wills disse che lord Alfred era in Francia, che aveva certamente commesso le più grandi indiscrezioni ricevendo delle lettere simili senza sciogliere i legami della sua intimità, ecc., ma che non era presente per difendersi, che se fosse stato colpevole si sarebbero prese le misure necessarie ecc..

Non si riferì più allora alle testimonianze degli impiegati del Savoy Hotel con la stessa leggerezza di prima; ma non si era ancora preparati per la sua severità. Quando il verdetto della giuria fu dichiarato, un verdetto di colpevolezza contro Oscar Wilde,[10] M. Wills disse che era inutile parlare a lungo a degli uomini così spudorati come Oscar Wilde e Alfred Taylor. Si rammaricava di non potere applicare loro se non il massimo della pena: due anni di lavori forzati.

Oscar Wilde volle parlare ma non gli diedero ascolto.

La giuria aveva salvato l’onore della giuria inglese. L’istituzione della giuria si era lavata le mani dagli schizzi dei sospetti. Questa nuova decisione non modificava affatto i risultati ottenuti dagli scandali del processo e dall’indecisione delle altre giurie. Tali questioni di sesso non saranno consegnate presto alla pubblicità. E senza gli sforzi fatti per Oscar Wilde a dispetto di tutto, senza il tentennamento di M. Wills, senza le chiacchiere che percorsero tutta l’Inghilterra, questa giuria, come le altre, non avrebbe trovato un accordo.

Mi limiterei a qualche indicazione sommaria per non superare (cosa che sarebbe facile) i limiti di questo capitolo.

In una commedia famosa di sir John Vanbrugh, La Rechute, messa in scena nel 1699 con grande successo, l’eroe si trova ad avere bisogno del soccorso di un vecchio usuraio sodomita. Il vecchio chiede al giovane uomo di mettergli la mano “in seno”, il giovane rifiuta chiamandolo “vecchio sodomita”, ma dopo che l’usuraio ha acconsentito a fornire il suo aiuto, il giovane uomo gli dice: “Se lo desiderate, potete mettere la vostra mano nel mio seno.”

La scena è impertinente e vivace, il vecchio pederasta è ben disegnato e la disinvoltura dell’eroe libertino colpisce molto. Non mi ricordo di nessuna scena di teatro moderno in cui la pederastia sia così vivamente trattata.

Nel 1725 (leggiamo nella prefazione), sir John Vanbrugh credette saggio cambiare una scena troppo impertinente di questa commedia perché nella superficialità del suo gioco teatrale si era permesso di vestire un libertino con l’abito ecclesiastico e di farlo parlare proprio come un libertino vestito in quel modo. Per non scioccare nessuno, mise il libertino in una sottoveste galante da donna di mondo.

In Roderick Random, un romanzo famoso e molto ristampato, che Smollet pubblicò nel 1748, leggiamo un capitolo ammirevole per la veridicità e il buon senso: lord Strutwell, un invertito che aveva molta prestanza e falsa bonomia, si interessa a Roderick Random, gli fa delle proposte e delle promesse, lo mette nel capitolo di Petronio [dà per scontato che sia omosessuale], finge di averlo voluto mettere alla prova e di essere contento della sua virtù, poi parla con distacco filosofico del piacere estremo che l’amore unisessuale procura “a quanto si dice”, quindi, non volendo essere [manca una parola nel testo originale] per le spese relative alle colazioni si fa dare da Roderick il suo orologio, e quando il povero Roderick scopre la fama del suo protettore, la sua scarsa influenza, la sua lussuria e la sua cupidigia, trova sempre chiusa la porta di lord Strutwell, con grande gioia del valletto di camera, il favorito compiacente e ordinario del conte.

Quanto a esattezza, ironia e buon senso e dal punto di vista della morale, questo episodio non lascia nulla a desiderare.

Arriviamo ora alla poesia del XIX secolo, ai Poèmes et Ballades di Swinburne, per esempio. Questo volume è il capolavoro di Swinburne e ha lasciato un’impronta incancellabile sulla maggior parte degli scrittori più giovani. Ecco alcune citazioni di un poema molto bello e molto perfetto, intitolato Fragoletta (allusione a un romanzo di Henri de Latouche, romanzo di ermafroditismo):

“Amore… essendo senza sesso, vuoi tu essere ragazza o ragazzo? Ho sognato ieri di labbra strane…”

“Rigetta all’indietro il tuo collo di madreperla cesellata, la tua bocca mormori come la colomba. Io dico che Venere non ha nulla di ragazza, non ha bocca di donna, tra i suoi amori. Il tuo dolce basso petto, i tuoi capelli corti, i tuoi fianchi dritti e lisci, la cui linea si assottiglia fino ai tuoi piedi, la tua strana aria verginale… La tua bocca è di fiamma e di vino, il tuo petto sterile riceve i miei baci… Congiungiti a me, amami, bacia i miei occhi, sazia le tue labbra amandomi. No, perché tu non devi alzarti. Resta coricato come Amore che muore per amore per te. Le mie braccia cingono la tua testa, le mie labbra sono brucianti sul tuo viso e dove il mio bacio s’è nutrito, il tuo sangue simile a un fiore, si slancia rosso verso il punto baciato. O amarezza delle cose troppo soavi, tubare spezzato delle colombe, le ali d’Amore sono troppo rapide, e come i piedi della pantera, i piedi d’Amore”.
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[1] La differenza tra la sanzione per la sodomia (felony) e gli atti indecenti (misdemeanour) è molto importante.

[2] Robert Buchanan, altre volte avversario di Wilde, ha dimostrato ancora una volta quanto la generosità sia più facile della giustizia.

[3] Ipocrita letterariamente e intellettualmente soprattutto.

[4] Su dodici giurati, si afferma che dieci trovarono Wilde colpevole di atti indecenti con due individui dell’Hotel Savoy.

[5] E l’inerzia della Camera dei comuni che sembra non avere affatto osato discutere questo paragrafo imprudente.

[6] O di mormorare orazioni pericolosamente false.

[7] Allusione alla famosa lettera di Wilde a lord Alfred.

[8] Lord Alfred non mancò di scrivere ai giornali francesi per esprimere il suo rincrescimento per non essere stato lì a punire lord Queensberry.

[9] Diritto che lui rifiutava loro, riguardo ad E. S..

[10] Colpevole di tutti i capi d’accusa. I rapporti con E. S. erano stati rigettati da M. Wills. La situazione morale di E. S. al momento è molto strana. È stato precipitato inutilmente nell’ignominia e si trova tacitamente accusato dal giudice di pazzia o di spergiuro.

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 2

Il brano di “Uranismo e unisessualità”, che potete leggere qui di seguito (seconda parte del capitolo dedicato da Raffalovich a Wilde), contiene elementi di interesse veramente unico sotto il profilo strettamene storico e anche per la particolarità dei temi affrontati. Ne viene fuori un ritratto impietoso ma con ogni probabilità realistico della vita mondana di Oscar Wilde. Wilde, abituato alla bella vita, si circondava di “galoppini dagli occhi di tribade” reclutati negli ambienti della prostituzione. Lord Alfred Douglas, cresciuto in un ambiente familiare anaffettivo e dominato da conflitti profondi, pur essendo omosessuale, aveva in mente l’idea fissa di fare schiattare di rabbia suo padre col quale aveva scambiato più volte lettere molto violente.

Sia Wilde che lord Alfred si fidavano troppo dei ragazzi che frequentavano, ragazzi abituati alla prostituzione e al ricatto. Saranno proprio questi ragazzi i principali accusatori di Wilde, quando Wilde si farà convincere, con molta leggerezza, a querelare per diffamazione lord Queensberry, padre di lord Alfred.

Raffalovich si chiede come abbia potuto un uomo intelligente come Wilde, che non si nascondeva, che frequentava prostituti e ricattatori professionali, pensare di querelare lord Queensberry per averlo accusato di sodomia, senza finire egli stesso travolto da quelle accuse che sarebbero state assai facili da dimostrare.
Wilde affronta il processo con estrema superficialità, senza rendersi conto di essersi messo nei guai da sé, lasciandosi andare a battute assolutamente fuori posto.

Raffalovic non rimprovera a Wilde la sua vita dissipata e nemmeno il rapporto con lord Alfred che si dimostrò una cosa seria, quando Wilde, passato ormai dalla parte dell’accusato, rifiutò di fuggire all’estero per non abbandonare lord Alfred al suo destino.

Ciò che muove veramente lo sdegno di Raffalovich è il comportamento tenuto da Wilde nei confronti di E. S. (di cui l’autore omette il nome per pietà verso quel ragazzo). Il racconto della seduzione di S. E. è realmente terribile. Wilde, fu il vero corruttore di quel ragazzo, che poi fu cacciato dalla famiglia, e fu ridotto dalla malattia e dalla fame a chiedere aiuto al suo stesso seduttore, che non si assunse la responsabilità di quello che aveva fatto e fece per quel ragazzo meno di quello che aveva fatto per tanti prostituti di professione.

Raffalovich insiste sul fatto che la seduzione omosessuale può creare danni spaventosi, che i responsabili fanno finta di non vedere o di non capire. È probabile che Raffalovich vedesse nella terribile storia di E. S., quello che avrebbe potuto essere il finale della storia di John Gray, se lo stesso Raffalovich non se ne fosse innamorato e non lo avesse sottratto così alle nefaste influenze di Wilde.

Il discorso di Raffalovich non fa che confermare un’idea piuttosto comune tra gli omosessuali e cioè che il considerare Oscar Wilde, per altre cose persona di genio e di valore, come una icona dell’omosessualità non renda certamente un buon servizio agli omosessuali.

Per una corretta comprensione del testo, bisogna tenere presente che quando l’autore dice che alcuni nomi sono passati al giudice scritti su pezzi di carta, si riferisce al fatto che, data la particolarità dell’accusa, si intendeva mantenere una certa riservatezza evitando di diffondere nomi di persone citate dai testimoni ma non direttamente parte in causa.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Lord Alfred telegrafa a Wilde di trattare bene Alfred Wood, un giovane commesso senza lavoro. Il commesso è invitato subito a cena in una stanza privata; Wood e Wilde si chiamano immediatamente Oscar e Alfred.[1] Poco dopo Wood dice al suo amico Oscar che le lettere di questo buon amico a lord Alfred sono state rubate. Si trovavano in una tasca di certi vestiti regalati da lord Alfred a Wood.

Wood (che ha assicurato di aver avuto rapporti sessuali con Wilde il giorno stesso del loro primo incontro, ha raccontato con dovizia di particolari gli incidenti della sua “seduzione”; ma quando si è scoperto che era un ricattatore di professione, il giurì[2] ha rigettato la sua testimonianza come troppo sospetta) ha espresso rincrescimento per essersi fatto rubare quelle lettere, e ha chiesto denaro per andarsene in America. Voleva sfuggire ai suoi associati.[3] Wilde gli diede il denaro e lo invitò a colazione.

Allan, il ladro delle lettere, andò a trovare Wilde. Ecco, stando allo stesso Wilde, quello che si dissero:

O.W. – Voi siete venuto a proposito della mia bella lettera a lord Alfred Douglas. Se voi non aveste avuto la stupidità di mandarne una copia a M. Beerbohm Tree (il famoso attore e direttore del teatro di Haymarket, dove si dava allora una commedia di Oscar Wilde: Una donna senza importanza), vi avrei pagato bene per avere l’originale, perché è un’opera d’arte.

ALLAN. – Questa lettera potrebbe avere una strana motivazione.

O.W. – L’arte è difficilmente comprensibile per le classi dei criminali.

ALLAN. – Mi hanno offerto 1500 franchi per questa lettera.

O.W. – Allora vendetela subito, ve lo consiglio. Non ho mai ricevuto tanto denaro per così poche righe della mia prosa, e mi fa piacere che per qualcuno in Inghilterra questa mia lettera valga 1500 franchi.

Wood partì per l’America, da dove tornò per testimoniare contro i suoi vecchi amici.

La storia della copia della lettera di Wilde mandata a M. Tree era ben nota a Londra nel mondo che si occupa di teatro. Si racconta che Wilde avesse firmato questa copia; e questa lettera aveva circolato, si racconta, in una certa cena.

Lord Queensberry volle rompere il rapporto di suo figlio con Wilde, e lettere terribili furono scritte da una parte e dall’altra. Il primo di Aprile 1894 il marchese scrisse a suo figlio: “Alfred, … dopo le vostre lettere isteriche e impertinenti, io mi rifiuto di riceverne altre. Se avete qualcosa da farmi sapere, venite voi stesso.” Si lamentava che suo figlio avesse dovuto abbandonare Oxford e non si stesse preparando per nessuna professione.
Rifiutava di dargli denaro. “La vostra infame intimità con quest’uomo, Wilde, deve cessare, altrimenti sarete diseredato… Non intendo analizzare la vostra intimità, e non faccio accuse, ma secondo me atteggiarsi è male tanto quanto essere quello che non voglio dire. Ieri vi ho visto dalla mia finestra con quest’uomo. Il mio sangue si è ghiacciato. Non ho visto mai in vita mia qualcosa che fosse comparabile a quello che ho visto sui vostri orribili volti! Vengo a sapere che sua moglie vuole divorziare per dei crimini contro natura… Se questo diventa uno scandalo pubblico, io avrei il diritto di fargli saltare il cervello…”

Il figlio telegrafa: “Che piccolo uomo stupido siete” Il padre risponde con minacce di correzione corporale e poi: “La vostra sola giustificazione può essere la follia. A Oxford vi si credeva un folle… Se vi trovo ancora con quest’uomo, farò uno scandalo che nemmeno ve lo potete immaginare. E vi diserederò. Sapete che cosa aspettarvi.”

A suo suocero, lord Qennsberry scrisse una lettera furiosa, accusando la sua prima moglie, il governo inglese, la regina, i suoi figli. Scrisse un’altra volta a lord Alfred: “Ho fatto molto bene ad incorrere nella vergogna piuttosto che mettere al mondo altri figli. Quando voi stavate nella vostra culla, ho pianto accanto a voi pensando a quello che avevo generato… Voi siete pazzo e io vi compiango. Non è affatto strano che voi siate diventato la preda di questo orribile bruto.”

Alla fine, lord Queensberry andò da Wilde per ordinargli di rompere con suo figlio. Non accusò il suo avversario se non di atteggiarsi ma con una severità tale che Wilde lo mise alla porta dopo avergli detto in presenza di un domestico quello che pensava d lui.

Lord Alfred scrisse allora a suo padre una cartolina: “dato che voi non aprite le mie lettere, sono costretto a scrivervi su una cartolina. Vi scrivo per farvi sapere che tratto le vostre ridicole minacce con un’indifferenza assoluta. Dopo il vostro comportamento presso O.W. … ho insistito per farmi vedere con lui nei ristoranti alla moda, continuerò ad andare dove mi pare e con chi mi pare. Sono maggiorenne e padrone di me stesso. Voi mi avete diseredato almeno una dozzina di volte. Non avete alcun diritto su di me, né morale né legale. Se O.W. vi denunciasse per diffamazione, sareste condannato a sette anni di lavori forzati. Malgrado tutto il mio disprezzo per voi, desidero evitare questa cosa a causa della famiglia, ma se cercherete di attaccarmi mi difenderò con un revolver carico che porto sempre con me; e se vi ammazzo o se vi ammazza lui, saremmo comunque noi dalla parte della ragione. Non credo che molta gente sentirebbe la vostra mancanza.”

A quell’epoca fu pubblicato un romanzo molto debole, Il garofano verde. Gli eroi erano Wilde e lord Douglas. In questo libro non c’erano né vigore maschile, né onesta indignazione, ma solo chiacchiere da giornali femminili. Questo libro fece comunque chiasso e arrivò alla quarta edizione. Me ne stupii mentre ero allora in campagna; ma di ritorno a Londra ho sentito questa storia ringhiare più minacciosa intorno a Wilde. Mi raccontarono da molte parti le minacce di lord Queensberry e la sfida di suo figlio e di Wilde.

Io li ho visti (lord Alfred e Wilde) allora, più di una volta, che cenavano insieme e mi ricordo il piccolo brivido col quale ci si domandava se il padre non stesse per arrivare con quella nuova canna di cui aveva parlato. Non andai alla prima de Il Marito ideale di Wilde, al teatro Haymarket, per non vedere il pubblico che credeva in vecchie sciocchezze e in pallide immoralità. Quando vidi la commedia, essa fu recepita piuttosto freddamente. Lord Alfred stava in uno dei palchi ai lati della scena. Wilde era partito per Algeri e aveva annunciato in un giornale (il Morning Post) che le lettere che gli fossero state mandate non gli sarebbero pervenute.

Ritornò nel bel mezzo delle repliche dell’altra sua commedia “L’importanza di essere serio o Ernest (c’è un gioco di parole) che si dovevano tenere al teatro Saint-James. Alla prima di questa commedia[4] regnò una certa emozione tra gli iniziati e le iniziate. Lord Queensberry aveva cercato invano di penetrare nel teatro, ma gli era stato impedito. Gli avevano rimandato indietro un biglietto. Un palco dove si trovavano dei suoi amici fu sorvegliato per tutta la serata; si temeva di vederlo alzarsi in piedi e gridare a Wilde quello che pensava di lui davanti al pubblico. Era stata quella la sua intenzione. Frustrato si vendicò all’inizio in modo illusorio. Lasciò per lui in teatro un ben bouquet di legumi.

In seguito il marchese fu ben consigliato. Se ne andò al circolo di Wilde e lasciò al portiere un biglietto per Wilde nel quale scrisse qualche parola accusandolo di atteggiamenti contro natura. Notate l’abilità. Non lo accusò di atti impossibili da provare ma di atteggiarsi come se ne fosse colpevole.

Qui bisogna fare ricorso alle congetture. Come osò Wilde intentare un processo, ben sapendo la quantità delle sue proprie imprudenze? Mi sembra che sia stato trascinato dall’odio di famiglia che stava per farlo tanto soffrire e penso che senza questo odio non si sarebbe messo in un rischio del genere.

L’emozione a Londra fu grande il giorno dell’arresto di lord Queensberry. Era il principio della fine? Chi sarebbe andato in prigione, il diffamatore o il diffamato? Il marchese ebbe subito la simpatia del pubblico. Si giustificava dicendo di voler salvare suo figlio e che aveva tutte le prove necessarie.

A Bow-Street, Wilde fece un ingresso trionfale, in un landò. I due cavalli portavano Wilde e la sua fortuna e lord Alfred, e il fratello maggiore lord Douglas di Hawick. Il magistrato non permise a lord Alfred di rimanere durante l’udienza e si rimase colpiti anche della severità e della freddezza dal magistrato verso Wilde. Il denunciante non si rendeva conto della gravità del momento. Lord Queensberry fu liberato su cauzione (12.500 franchi) e il processo cominciò il 3 aprile.

Ci si domandava con ansia se il processo ci sarebbe stato, e quando Wilde fece mettere sui giornali l’annuncio della sua partenza, in compagnia di lord Alfred Douglas, per una settimana a Monte Carlo, si facevano scommesse pro o contro il loro ritorno. Non rimasero assenti per lungo tempo. Si disse che furono male accolti laggiù.

Difficile o inutile descrivere l’interesse, la curiosità, l’inquietudine, la folla che si accalcava per assistere ai dibattiti. Tutte le paure e tutte le emozioni stavano per essere superate.

Il primo giorno Wilde apparve molto arrogante, molto sufficiente, stando ai resoconti, ma se si crede ad alcuni amici, poco a suo agio. Aveva conosciuto il 30 marzo (il processo cominciò il 3 aprile) tutto quello di cui stava per essere accusato e tutti i testimoni contro di lui; ma per il pubblico le sorprese furono colossali.

Il marchese sosteneva che le sue accuse erano vere e per il bene del pubblico.
Sir Edward Clarke (per Wilde) riassunse la brillante carriera dell’accusatore. Poi parlò della sua amicizia per lord Alfred Douglas[5] e lord Douglas di Hawick, e per lady Queensberry. Nel 1894 Wilde apprese che lo diffamavano in seguito al furto delle lettere dimenticate da lord Alfred negli abiti regalati a Wood.

Ecco una di quelle famose lettere: “Ragazzo mio beneamato (My own dear boy), il Vostro sonetto è completamente adorabile, ed è una cosa meravigliosa che queste labbra rosse del rosso delle rose siano adatte alla musica dei versi altrettanto bene che alla follia dei baci. La Vostra esile anima dorata oscilla tra la passione e la poesia. Io so che Giacinto, il folle amore di Apollo, eravate voi al tempo dei Greci. Andate ad immergerci le mani nel crepuscolo grigio delle cose gotiche e venite quando lo desiderate. È meraviglioso qui. Mancate solo Voi; ma andate prima a Salisbury. Sempre con un amore imperituro, vostro Oscar.”

Io condivido il parere di sir E. Clarke, il difensore di Wilde, circa questa lettera. Secondo me poteva essere l’espressione affettata di un sentimento ordinario.
Sir E. Clarke che non credeva necessario appesantirsi circa le accuse di atti immorali commessi da Wilde con molte persone. Senza dubbio si trattava di accuse fatte in fretta e che sarebbero state lasciare cadere. Preferiva venire invece alle accuse letterarie, all’indecenza di Dorian Gray e di una rivista, Il Camaleonte, in cui Wilde aveva pubblicato delle “Frasi per i giovani”.

Wilde dichiarò quarant’anni per lui e ventiquattro per lord Alfred. Lord Alfred era stato con lui a Oxford, Brighton, Worlhing, Cromer, Torquay, all’Hotel Savoy a Londra, ecc. Allora cominciò uno degli interrogatori più ridicoli che si conoscano sull’arte e la morale.

M. Carson, probabilmente non fece che il suo dovere professionale, ma Wilde si mostrò incapace di ragionare e di capire la situazione. Così, questa piccola rivista, Il Camaleonte, aveva pubblicato con le “Frasi” di Wilde una novella: “Il Prete e l’Accolito”. L’accolito veniva scoperto nel letto del prete e i due amanti si avvelenavano accanto all’altare per vendicarsi del mondo che non capiva un simile amore. Wilde aveva scritto al giovane editore per protestare contro questa novella, ma quando gli chiesero se avesse protestato contro la bestemmia, si ostinò a dire: “Perché era scritta male.” Continuò a dire come un pappagallo che non ci sono libri immorali, che ci sono solamente libri scritti male. Era ancora alla prefazione di Mademoiselle de Maupin. M. Carson usò allora tutta la sua abilità per trionfare sulle banalità. M. Carson capiva la messa in scena ancora meglio di Wilde, fece emergere che Dorian Gray si occupava di sodomia, fece divagare Wilde sull’arte greca e sui sonetti di Shakespeare, gli fece dichiarare che né lui né le sue opere erano per i borghesi e per gli illetterati, che lui scriveva solo per gli artisti, che solo gli artisti lo apprezzavano, che non aveva mai adorato un uomo più giovane di lui, perché era troppo noioso amare un uomo diverso da sé. M. Carson gli permise di infervorarsi. Wilde disse che la massa degli uomini non poteva capire l’effetto meraviglioso prodotto da un giovane uomo su un artista. Tutti gli artisti avevano percorso quella strada. La lettera a Alfred era la lettera di un poeta a un poeta.

Fece una vera e propria lezione di sentimentalismo, non capì affatto lo spirito del momento e di quello che stava per accadere. Si potevano degradare i sonetti di Shakespeare meno eroici fino all’affetto egoista di Wilde per lord Alfred, ma che rapporti avevano con le sue amicizie per gente disonesta e vile?

Negò l’influenza di un uomo su un ragazzo giovane. “Un uomo non corrompe un ragazzo” fu una delle sue colossali sciocchezze.

Fu letta un’altra lettera di Wilde a lord Alfred. Si è molto riso di questa lettera soprattutto nel mondo dei depravati, ma essa non mi fa l’effetto che fece sul pubblico. “Mio carissimo! La vostra lettera è stata per me vino bianco e rosso. Ma io sono triste e mi sento a disagio. Bosie (era questo il nomignolo di lord Alfred), non fatemi delle scene, perché mi uccidono, distruggono la bellezza della vita. Io vi vedo così greco e così grazioso, sfigurato dalla collera. Non posso vedere le vostre labbra rosate e ascoltarvi. Voi mi spaccate il cuore. Ho bisogno di vedervi. Voi siete la cosa divina che mi manca – la grazia e il genio – ma come vedervi? Devo venire a Salisbury? Ma ci sono molte difficoltà. Il mio conto qui all’albergo è di quarantacinque sterline a settimana, ho un salone che affaccia sul Tamigi. Ma voi, dove state voi, cuore mio, mio caro, mio meraviglioso ragazzo? Ho quasi paura di vivere, non ho denaro, non ho credito, un cuore di piombo. Sempre vostro Oscar.”

Non è forse, gli fu chiesto, una lettera straordinaria scritta da un uomo della vostra età a un giovane uomo come lui?

Tutto quello che scrivo, rispose Wilde, è straordinario. Io ho un affetto imperituro per lord Alfred.

Come è triste vedere l’affetto rivoltarsi contro coloro che si amano profondamente quando essi ignorano le regole della vita e si dirigono insieme verso l’inferno egoista. Queste lettere non sono ispirate da un sentimento di livello molto alto (nemmeno Verlaine in “Amour”, ma certo lontano dal Verlaine di “Parallèlement”) ma non contengono nulla di grossolano e poco di equivoco. Sono le labbra rosse che hanno tanto scioccato. Certo qualsiasi padre impossessandosi di queste lettere si sarebbe spaventato; provenendo da Wilde avrebbero provocato indignazione; ma è cosa buona non dare troppa importanza all’affettazione delle lettere delle persone che scrivono. I biglietti laconici di Wilde e dei suoi “galoppini dagli occhi di tribade” che si davano appuntamenti, sono ben altrimenti suggestivi delle lettere più straordinarie. Se uno ha letto poco o molto della corrispondenza dei poeti o dei romanzieri, si ricorda certamente di molte lettere innocenti, imprudenti e ardenti tra amici. Leggete per esempio i romanzi tedeschi da Jean-Paul fino a Sudermann. Essi usano le stesse parole per l’amore e per l’amicizia. In Titano di Jaen-Paul, per esempio, il cattivo ma appassionato Karl dice all’innocente e tenero Aldano: Rosenangesicht “volto di rose!” e si portano via le parole dalla labbra abbracciandosi. Uno degli eroi di Eswar, l’ultimo romanzo di Sudermann, chiama l’altro ragazzina, e comunque la persona più depravata non potrebbe trovare nulla di equivoco nello spirito di questi autori. E poi, quando si ama così per lettera e a parole, di norma ci si può solo rimproverare un po’ di esagerazione. Nel romanzo di Abel Hermant, Il Discepolo amato, la passione delle lettere di Jaen-Baptiste Merminod non è uguagliata che dalla sua purezza e dalla sua noia.

Se non si permette ai poeti (anche ai mediocri come Wilde) di esprimersi con enfasi e affettazione, come i sapienti e i filosofi, essi, chiamando gli uomini e le cose col loro nome, potranno forse sfuggire al rimprovero di brutalità e sconvenienza?

E M. Alfred Wood? Chiese M. Carson. Wilde confessò (poiché le sue risposte erano delle confessioni), quello che ho già raccontato, l’invito di lord Alfred Douglas, la cena in sala privata con Wood, il denaro che gli aveva dato, la loro familiarità, la storia delle lettere rubate, il ricatto, il pranzo di addio. Negò qualsiasi condotta sessuale impropria con Wood.

E Alfred Taylor? Chiese M. Carson. Wilde confessò di conoscerlo e di essere stato spesso a casa sua il pomeriggio. Incontrava lì molta gioventù, mai donne. L’anno precedente Taylor era stato arrestato in occasione di una retata di pederasti, e poi rilasciato. Tutto questo non aveva per nulla interrotto i rapporti di amicizia con Wilde al corrente dell’arresto e delle sue cause, che non ci aveva visto niente di losco.

Taylor è un uomo di 33 anni. È stato educato in uno dei primi collegi d’Inghilterra. A 21 anni aveva un patrimonio di più di un milione di franchi, ma ora non lo ha più. La polizia lo conosceva da lunga data. Suonava bene il piano. Era un amico di lord Alfred. Abitava in una stradina di Chelsea. Pagava per tre o quattro camere 75 franchi al mese. Cucinava da sé. Le sue stanze erano ammobiliate con cura e molto profumate e non ci entrava mai il sole. Le finestre non erano solo oscurate dai tendaggi di mussola, ma era impossibile vedere attraverso di esse. A casa sua sono state trovate una parrucca bionda, delle calze da donna, numerose spille (la sua camicia da notte era chiusa con una spilla) e molte paia di pantaloni con delle feritoie al posto delle tasche, strumenti di lavoro, abito professionale, evidentemente molto conosciuto. Io non ne avevo mai sentito parlare e non so se in Francia o in Germania se ne trovano presso tutti i pederasti di professione. A casa sua c’erano sempre giovani uomini dai 16 ai 30 anni, che si chiamavano con nomi dolci, Charlie caro, Jenny caro, ecc. e che condividevano con lui il suo unico letto qualche volta per una notte, qualche volta per tre settimane. Dopo il processo non ho più trovato nessuno che si sia arrischiato ad andare da Taylor, ma ho trovato molti che avevano sentito parlare di lui quando era ricco o che lo avevano anche incontrato al circolo, per esempio. Ma molto tempo dopo non andava più da nessuna parte, cosa che non significa che non uscisse mai e non avesse molte conoscenze.

E Alonzo Conway, il fratello del piccolo venditore di giornali si Worthing? Chiese M. Carson. E lo spietato si fece raccontare l’idillio di Worthing, di quando lord Alfed e Wilde fecero la conoscenza di Alonzo sulla spiaggia, la passeggiata in mare, i regali, il cappello con un nastro il cui colore era un errore, il viaggio di Wilde a Brighton con Alonzo vestito con abiti nuovi, la notte in albergo. No, dice Wilde, Alonzo non è un artista, non aveva un lavoro, ma era divertente. Wilde negò qualsiasi atto di immoralità.

E Sidney M., Gli chiese M, Carson, è vostro amico?

Sì.

Era destinato al caffè concerto?

Sì.

Sidney M. gli era stato presentato da Schwabe, figlio del colonnello Schwabe, un giovane uomo di 22 anni, che aveva anche fatto incontrare Wilde e Taylor. Wilde aveva dato a Sidney M. un portasigarette con una iscrizione. I portasigarette regalati da Wilde ad ogni giovane uomo, senza eccezione, hanno finito per diventare altrettanto comici delle battute del vecchio repertorio del Palazzo Reale. Sidney M. aveva cenato all’albergo di Wilde a Londra (questo giovane uomo viveva a Londra) e ci aveva poi passato la notte. Wilde e lui hanno negato qualsiasi atto di immoralità.

Conoscete Fred Atkins?

Sì.

Wilde aveva conosciuto Atkins attraverso Schwabe. Schwabe pregò Wilde di portare con sé Atkins a Parigi. Schwabe gli aveva promesso questo viaggio ed era costretto a ritardare un po’ la sua partenza. (Si era cominciato con lo scrivere il nome di Schawabe su dei pezzi di carta, ma il nome sfuggì dalla labbra di Atkins. Atkins è tanto mentitore quanto indiscreto. Ha raccontato di una cena che fece a Londra con Wilde e altre persone di mondo, durante la quale Wilde abbracciò tutti, anche il cameriere). Wilde confermò con piacere. Si hanno da lui dei dettagli di questo viaggio fantastico. Le indecenze delle deposizioni di Atkins aggiunsero poco alla inverosimiglianza della verità. Questo Atkins è una persona molto comune[6], rozzo, parla male, cantante comico e allibratore, ha vissuto per tre anni con un tale di nome Burton (un uomo di 50 anni che lo sfruttava). Hanno ricattato insieme almeno cinque signori (i cui nomi sono stati scritti su pezzi di carta) che erano coinvolti con Atkins; uno “conte o barone”[7] straniero (a Scarborough) che ha dovuto pagare 12.000 franchi, un ricco signore di Birmingham, un vecchio signore molto ricco e conosciuto in città, un signore che aveva trovato in Alabama[8], sue signori americani che lui e un amico accompagnarono in un hotel e chissà che altro. Lui e Burton ebbero anche delle avventure dello stesso genere a Monte Carlo. A Parigi Atkins fece una cena eccellente con Wilde, si fece arricciare i capelli, andò al Moulin-Rouge, a sentir lui, tornò in albergo e trovò Schwabe con Wilde. Wilde disse che Schwabe aveva una camera per conto suo. Atkins assicura anche che Wilde, quella stessa notte, volle entrare nel suo letto, ecc.. Si incontrarono di nuovo parecchie volte a Londra. Wilde lo trovava affascinante ma nega atti di immoralità.

E i due fratelli Parker, chiede M. Carson, li conoscete? Sapere che erano due domestici? Le domande diventano sempre più pesanti e inquietanti, le risposte sempre più compromettenti.

I fratelli Parker erano dei domestici a chiamata. William aveva vent’anni, Charlie diciannove. Si trovavano un pomeriggio al bar di un ristorante di Piccadilly con un tale chiamato Harrington di cui avevano fatto conoscenza in una pista di pattinaggio. Taylor si avvicina, parla loro di Wilde, del suo interesse per i ragazzi e della sua generosità. I Parker danno il loro indirizzo. William lo scrive su un pezzo di carta che viene presentato davanti al giudice.[9] Taylor organizzò una cenetta in una stanza riservata per Wilde e i fratelli Parker. Si possiedono i dettagli di questa cena, quasi il menù. Gli abat-jour erano a rose. Si bevve champagne, caffè, liquori. Taylor era seduto di fronte a Wilde, Wilde aveva un Parker da ogni lato. Si chiamarono subito Oscar e Charlie. “Amo la giovinezza, amo le persone giovani”, disse Wilde a M. Carson, e lord Queensberry, che durante le otto ore dell’interrogatorio di Wilde lo aveva guardato in faccia, in quel momento sorrise e guardò tutto intorno a sé per vedere anche la folla sorridere. “Non ho pregiudizi di classe”, disse Wilde. Negò comunque di aver dichiarato dopo cena: Charlie è il ragazzo “per me” e di averlo portato con sé al Savoy Hotel. Gli diede cinquanta franchi in attesa del portasigarette. Secondo Charlie, Wilde in albergo gli diede altro Champagne, poi si spogliarono completamente e si misero a letto. Charlie raccontò quello che avevano raccontato gli altri e quello che io ho già citato. Dopo tre o quattro ore si vestì, se ne andò e promise di ritornare la settimana successiva.[10] Charlie fu un capriccio pericoloso. Wilde non si nascondeva. Charlie veniva a trovarlo spesso più giorni di seguito. Andarono in un palco al Pavillon, andarono insieme al palazzo di cristallo. Una sera molto tardi, Wilde andò a trovare Charlie a casa sua. Wilde ha negato questo fatto e Charlie ha negato di essersi dato a Wilde quella sera in via eccezionale, ma si è avuta prova che l’indomani la padrona di casa ha congedato il suo affittuario Charlie perché una donna che abitava nella casa aveva visto Wilde e aveva concepito dei sospetti. Queste due donne hanno testimoniato. L’anno precedente Charlie Parker, al tempo di quella retata di pederasti, fu arrestato in compagnia di Taylor. E si anche distinto in un altro modo. Si portò a casa un signore una sera, e Wood (già nominato) e Cliburn minacciarono quel signore di denunciare i suoi atti delittuosi commessi con Charlie e gli spillarono 13.500 franchi. Charlie ricevette 750 franchi, che spese in due giorni. Circa nove mesi fa Wilde fermò la sua carrozza per dire a Charlie: “Sei sempre così carino.” È stata trovata una lettera di Charlie che si invitava a cena con “Oscar”.

I due Parker ebbero rapporti con Taylor, andarono spesso a letto con lui, e secondo loro lui tentò con loro l’atto sodomitico essenziale. Egli raccontò loro del suo matrimonio con Charlie Mason e il pranzo di nozze. Taylor era la moglie, ed era vestito di bianco. Charlie Parker, spaventato dal suo arresto al tempo della retata, assicura di essersi ritirato dagli affari; ruppe con i suoi amici e si fece soldato.
Wilde perse la testa completamente solo una volta, ma quella volta fece effetto.

Incalzato da M. Carson che gli chiedeva se avesse anche “baciato” un giovane domestico di lord Alfred, si lasciò coinvolgere fino a dire: “No, questo ragazzo era troppo brutto.” Per qualche minuto M. Carson insistette su quella bruttezza che non invitata a “baciarlo”; su questo grido del sesso. E i miei lettori sanno che cosa intendeva M. Carson con “baciare”.

Tralascio gli altri giovani uomini senza importanza per arrivare al denunciatore più serio, la sola vittima, il solo che non fosse un prostituto o uno che vivesse di risorse misteriose, il solo in ogni caso che non conosceva Taylor.

Si tratta di E. S.. Io non lo chiamo per nome per compassione. Era un giovane commesso presso l’editore di Wilde. Mi ricordo di averlo visto, magro e pallido, in un palco del proscenio con Wilde e altri, a una prima, l’indomani della serata in cui, secondo il racconto di E. S., lui stesso (lusingato, intossicato, impazzito) era svenuto sotto il bacio infame del poeta che ammirava più di tutti. A quella prima mi dissero il suo nome e la sua condizione. Vedendolo malaticcio, così mal nutrito, fui assalito dalla pietà. Io sapevo che i piccoli poeti che si facevano pubblicare da L. discutevano in modo completamente naturale, semplice e innocente con E. S.. Mentre lui rilegava i libri gli parlavano. Dicevano che fosse intelligente. E sono colpito dall’egoismo di Wilde, che lo metteva in pubblico, che lo comprometteva, probabilmente facendo girare la testa al giovane imprudente. Sapevo che Wilde aveva delle velleità di buon cuore, ma che non poteva che fare del male a un giovane uomo come E. S.. L’infelice E. S. testimoniò con grida di disperazione, con passione contro “quest’uomo”. Lo aveva ammirato oltre ogni misura. Wilde gli aveva regalato i suoi libri. E.S. gli scriveva delle lettere che esaltavano le opere del divino poeta e anche delle lettere sulla religione. Alla prima de “Il Ventaglio di Lady Windermere”, Wilde piazzò E. S. a fianco di un signore ben noto, ma che E. S. non conosceva, perché potessero discutere insieme.

Secondo E. S., Wilde lo invitò a cena, gli diede troppo da bere, poi quando arrivò la notte, lo portò nella sua camera da letto e lo sedusse. E. S. confessò di essere ritornato il giorno successivo. Ben presto si rise dell’ammirazione di E. S.. Perse il posto. Il padre lo cacciò di casa. Due anni dopo la sua seduzione (seduzione che anche dal punto di vista psicologico assomiglia a quella di Sébatsian Roch nel romanzo di Mirabeau) scrisse a Wilde per rompere con lui. Era stato rovinato, distrutto. Era malato, affamato, abbandonato. Bruciò le lettere che aveva ricevuto, fece a pezzi gli autografi e le dediche delle opere di Wilde. Divenne sempre più malato, forsennato, isterico. Ebbe dei problemi con suo padre e dopo la rottura pregò Wilde di venirgli in aiuto. A chi si poteva rivolgere se non al suo corruttore! Il povero ragazzo non aveva ancora provato tutti i dolori. Fu obbligato a testimoniare contro Wilde, a raccontare la sua follia di un tempo, a raccontarla una seconda volta, fu costretto ad essere torturato, interrogato, interpretato, associato, per molti giorni sotto la custodia della polizia, con i valletti prostituti, i ricattatori di professione, esseri vili, abietti. Gli è stata rimproverata la follia che egli aveva temuto durante la sua angoscia, la disperazione che lo aveva costretto a implorare Wilde. Anche se E. S. si era allucinato al punto da sognare questa scena di ubriachezza e di seduzione, Wilde ha agito male verso di lui. Non ha assunto su di sé la responsabilità del suo capriccio.[11] Ha fatto meno per E. S. che per i valletti.

A Londra, la sera del 5 Aprile ci si chiedeva che cosa sarebbe successo. Socialmente Wilde era finito. L’indomani mattina non comparve nemmeno. In mezzo ad una grande emozione sir E. Clarke si alzò in piedi e annunciò che Wilde desisteva dalla querela contro lord Queensberry. Era contro l’interesse pubblico, diceva sir E. Clarke, esaminare tutti questi testimoni, smuovere questa melma. Era dunque nell’interesse del pubblico che Oscar Wilde ritirava la sua querela.
Lord Queensberry ottenne il suo verdetto immediatamente: le sue accuse erano vere e lui aveva agito per il bene della nazione inglese. Ci si può immaginare l’entusiasmo dell’Inghilterra. Ci si aspettava di leggere che Wilde si fosse rifugiato all’estero la sera prima con lord Alfred Douglas. M. Russel mandò al pubblico ministero tutti i documenti che incriminavano Oscar Wilde e Alfred Taylor. Ma Wilde non deluse le aspettative del pubblico e la speranza di molte persone serie. Scrisse subito a un giornale che, non potendo accettare di lasciare lord Alfred Douglas testimoniare contro lord Queensberry, un figlio contro un padre, e malgrado il vivo desiderio di lord Alfred, si rassegnava a sopportare per il suo amico qualsiasi ignominia che ricadesse su di lui.

Poi lui, lord Alfred e lord Douglas di Hawick cenarono insieme. Perché Wilde non è partito? Le congetture diventano fantasiose.

Verso le sei di sera Wilde fu arrestato.
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[1] Nel “caso Wilde” il nome Alfredo o Fred ritorna in un modo che può sviare; Alfred Wood, Alfred Taylor, Fred Atkins, lord Alfred Douglas.

[2] Con quattro voti contro otto, se possiamo credere alla garanzia formale di un giornale abbastanza al corrente di questo. Come vedremo in seguito, questo non fu l’ultimo verdetto.

[3] Come disse più tardi, voleva allontanarsi da “Douglas, Wilde e da tutti gli altri”.

[4] Alla prima de Il Marito ideale, si era fatto apparire che l’autore fosse comparso solo dopo molta resistenza e non avesse l’aria di essere a suo agio. Lui aveva, stando all’aneddoto, ricevuto quel giorno delle lettere di minacce.

[5] Sembra che lord Alfred abbia fatto la conoscenza di Wilde solo suo malgrado e per l’insistenza della madre e di un amico. All’atto del loro primo incontro, lord Alfred si mostrò, come d’abitudine, molto silenzioso, e Oscar Wilde per farlo parlare, gli chiese che cosa stesse leggendo, il suo autore preferito. Lord Alfred rispose Daudet.

[6] Che ha avuto il massimo successo vicino ai pederasti del “miglior mondo”.

[7] Se dobbiamo credere a quelli che dicono di sapere, era un conte.

[8] Atkins conosceva questo signore di vista ma non aveva mai parlato con lui prima di quella serata. Sembra che sia stato sempre molto al corrente del patrimonio, del carattere e delle abitudini di quelli che intendeva ricattare.

[9] Per una disattenzione da fare drizzare i capelli Taylor aveva dimenticato in un appartamento che aveva lasciato in fretta una cappelliera piena di lettere, biglietti e indirizzi.

[10] Si sostiene che in occasione della indecisione del giurì, dieci ritennero Wilde colpevole con questo Parker.

[11] È utile poter studiare il disastro di una seduzione unisessuale, disastro e seduzione che gli unisessuali di solito negano. Questo è vero anche se si cerca di mettere in dubbio la veridicità di E. S.. Si dà per certo che dieci giurati hanno trovato Wilde colpevole con E. S..

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5897

IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 1

Con questo post inizia una serie di quattro post tutti dedicati al caso di Oscar Wilde così come presentato da Raffalovich in “Uranismo e Unisessualità”. Va subito chiarito che sono stati fatti diversi studi sugli atti giudiziari e sui riflessi della vicenda Wilde, così come appaiono dai giornali dell’epoca, ma l’analisi e il giudizio di Raffalovich hanno un’importanza specialissima, in primo luogo perché Raffalovich è un contemporaneo, scrive pochissimo tempo dopo la conclusione del processo, è omosessuale, conosce personalmente Wilde e proprio per questo vede le cose dall’interno e non si affida al sentito dire o a sintesi altrui. Al di fuori delle persone direttamente implicate nel caso Wilde, ben poche persone sono state così profondamente coinvolte da esso come Raffalovich.

Va però anche sottolineato che Raffalovich ha avuto motivi di incomprensione con Wilde dovuti a ragioni molto private. Nel 1891 Wilde pubblica “The picture of Dorian Gray”, un libro importante sotto molti aspetti nella vicenda umana di Raffalovich. Il romanzo di Wilde, si ispira a John Gray, personaggio molto in vista della vita mondana londinese, un esteta di umili origini, nato nel 1866, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni ma che era riuscito a farsi apprezzare nell’alta società. Nel 1892, cioè l’anno successivo alla pubblicazione del ritratto di Dorian Gray,  Raffalovich, a Londra, conosce John Gray, che aveva allora 26 anni (Raffalovich ne aveva 28) e tra i due nasce un amore profondo che li terrà uniti per tutta la vita, anche se in situazioni, all’inizio, neppure lontanamente ipotizzabili. Proprio in quegli stessi anni, tra il ’94e il ’96, Raffalovich porta a termine il suo “Uranisme ed Unisexualité” in cui dedica parecchio spazio alle vicende giudiziarie di Oscar Wilde. Aggiungo per completezza che John Gray si fece prete cattolico e fece il parroco a Edimburgo, Raffalovich si convertì al Cattolicesimo, pagò gli studi a Gray e lo seguì a Edimburgo prendendo dimora in una casetta vicina alla parrocchia di Gray. Morirono nello stesso anno 1934 e furono sepolti nella stessa tomba. Nella sostanza Raffalovich sottrasse John Gray all’influenza di Wilde. Tra Raffalovich e Wilde le incomprensioni reciproche erano sostanziali, Raffalovich era rigorosamente omosessuale e considerava l’omosessualità come un valore fondante della moralità di una vita e la sua vicenda personale lo testimonia. Wilde, che era sposato e aveva due figli, considerava l’omosessualità come un insieme di avventure personali e sosteneva che “non si può essere innamorati della stessa persona per più di sei settimane”. Raffalovich, con ogni probabilità, visse dopo la sua conversione in castità monastica, Wilde si riteneva libero da ogni limite nella sua ricerca del piacere. Si tratta di due mondi molto lontani. Tutto questo spiega l’atteggiamento duro che Raffalovich dimostra nei confronti di Wilde, a fronte di un atteggiamento molto più rispettoso e comprensivo verso Alfred Douglas, di cui sui sottolinea la devozione assoluta al suo amante.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.

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IL CASO DI OSCAR WILDE

Le società hanno i criminali che si meritano (Lacassagne)

Al termine delle lunghe giornate rattristate dall’emozione per il caso di Oscar Wilde, cercavo di consolarmi leggendo le conversazioni del grande Goethe. Cercavo di innalzarmi fino alla sua serenità e traevo ispirazione dalla sua saggezza chiara e profonda. Anche lui, mi dicevo, si sarebbe rattristato vedendo tanta ignominia e tanta ignoranza. Il modo di fare del pubblico sarebbe stato per lui rivoltante come gli atteggiamenti degli accusati e dei coinvolti. E avrebbe buttato lontano da sé i giornali inglesi o stranieri con i loro apprezzamenti assurdi o scontati. In questo processo parla la storia ed è tempo di abbandonare molti stereotipi.

“Ogni uomo, ha detto Goethe, ha diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità. Questa è l’origine psicologica delle filosofie.” Ed era altrettanto persuaso che quelle Forze, quelle Decisioni, che egli chiamava das daemonische [il demoniaco] non permettono per troppo tempo ad una individualità di oltraggiare le altre individualità. Ciò che rende così giuste le vendette del tipo di questa (perché ci sono delle occasioni in cui ci si sente quasi in diritto di parlare di persone specifiche) è la loro stessa lentezza: non è più una questione di colpevolezza ma di criminalità. Se Oscar Wilde, per esempio, fosse stato colpito qualche anno fa, la sua colpevolezza dal punto di vista di una morale alta non avrebbe raggiunto il livello della criminalità.

Quando lo accuso di criminalità, non mi occupo più degli atti sessuali che gli sono stati rimproverati ma del ruolo che ha rivestito, dell’influenza che ha assunto e così male impiegato, delle giovani vanità che lui ha falsificato, dei vizi che ha tanto incoraggiato. La società inglese è altrettanto colpevole. Quanto a lui, che sia stato o meno “come la grande Saffo” con tutti “questi galoppini dagli occhi di tribade”, la morale più indulgente e la più lassista ora lo condannano da altri punti di vista, come fa l’opinione pubblica. Solo che l’opinione pubblica mi ispira poca stima su questo argomento; essa lo ha supportato, sostenuto, intrattenuto, l’ha subìto, questo infelice sacerdote di Priapo, ammalato del male delle rivendicazioni; l’opinione pubblica gli ha perdonato molte cattive parole che erano cattive azioni, e oggi è la sua colpevolezza che essa attacca più che la sua criminalità. E chissà come l’opinione pubblica cambierà direzione un giorno: forse in suo favore.

Sarebbe una buonissima cosa (e non necessariamente un’utopia) se questo processo aiutasse a chiarire la questione dell’inversione sessuale, una delle più importanti del presente e dell’avvenire. Questo processo, ancora più storico che scandaloso, secondo me, contribuirà a questo chiarimento necessario che arriverà, mi chiedo solo perché debba arrivare oscurato dalla licenza dei costumi.

Un’ultima parola prima di cominciare: per giustizia verso l’Inghilterra e per fare un po’ vergognare i giornali stranieri che hanno spinto lo sciovinismo fino a negare l’universalità dell’unisessualità, citerò una lettera di Madame, la moglie di Gastone l’invertito, cognata di Luigi XIV e madre del Reggente:

“Dunque voi pensate, mia cara Amelia, che non ci sia un gran numero di monelli che hanno le stesse inclinazioni dei Francesi! Se lo pensate vi sbagliate di grosso. Gli Inglesi sono altrettanto determinati e non si comportano meglio. Mi fate ridere se pensate che questo peccato non si commette in Germania                                            . Credetemi, anche i Tedeschi si intendono molto bene di quest’arte. Se Carlo-Luigi non fosse stato presente, il principe di Eisenach, che è caduto in Ungheria, avrebbe ucciso il principe di Wolfenbuttel. Quest’ultimo voleva fargli violenza e l’altro non ci sentiva da quell’orecchio. Carlo-Luigi mi ha raccontato anche che tutta l’Austria era infestata da vizi simili…,” 3 settembre 1708.

Dopo avere appassionato i curiosi, gli oziosi, gli sfaccendati, dopo avere occupato le persone serie, i colpevoli o gli imprudenti, il caso di Oscar Wilde appartiene ora alla scienza e alla storia. Gli storici della morale sociale non potranno trascurarlo. Nessun caso che riguardi i comportamenti di questo tempo è stato di una simile portata. Gli scandali di Cleveland Street,[1] che sono diventati famosi in Francia attraverso le battute sui giovani telegrafisti, e sono stati seguiti dall’allontanamento forzato di lord Arthur Somerset, non evidenziavano che dei vizi individuali che si servivano della comune organizzazione del vizio. Nessuno dei disgraziati coinvolti in questo caso si era  innalzato apertamente contro l’opinione pubblica. Nascondevano le loro abitudini. Avevano paura, provavano vergogna. La loro ipocrisia confinava con la decenza e la loro prudenza era un omaggio al pudore. Non si poteva accusare la società di una tolleranza indebita e nemmeno i colpevoli di aver voluto celebrare apertamente Sodoma.

Locali come quelli di Cleveland Street, clienti, prostituti, gestori di case di prostituzione esistono dovunque. Esiste Sodoma, la città invisibile, venale e minacciosa.

Ma la tragedia che ha Oscar Wilde per titolo e di un’altra natura. Oscar Wilde è stato incoraggiato, tollerato dalla società inglese. Si diceva che fosse un’istituzione. Ha deviato sempre di più e sotto il dominio della vanità e dell’impunità era arrivato da lì alla vita più audace e più pericolosa per la salute pubblica e anche per lui stesso.

È stato vittima di se stesso, della società e dei suoi amici. Se lo si compatisce nella sua grande disgrazia, ci si ricorda che è stato un pericolo nazionale; senza tutto questo, se fosse stato soltanto un pervertito cerebrale sospettato di perversioni sessuali e acciuffato dalla polizia, il sua caso non meriterebbe uno studio così approfondito. Il caso di Oscar Wilde, considerato seriamente, è di una importanza capitale. Come è stato permesso a un uomo simile di tenere un corso di mutuo egoismo con l’assenso della società inglese? E come, attraverso quali inconcepibili imprudenze, una impunità così consolidata è andata improvvisamente in pezzi?

Oscar Wilde (figlio di un medico irlandese molto conosciuto e di una madre tuttora vivente e che, col nome di Speranza, scriveva poesie irlandesi), è sempre stato molto irlandese, poteva parlare molte ore senza stancarsi, amava il suono della sua voce lenta, rideva violentemente alla sue stesse battute incessanti, faceva spesso l’effetto di masticare le sue parole come se fossero caramelle. Non lo si poteva veder parlare senza notare le sue labbra sensuali, i suoi denti scoloriti e la sua lingua che sembrava leccare le parole. Questo paragone triviale è di una esattezza scioccante. Era un parlatore di cui si vedeva la macchina in funzione. I miei lettori lo hanno probabilmente visto: di alta statura, un negro sbianchito o arrossito, imberbe, pettinato con cattivo gusto.

Quando comparve a Londra, si conquistò una fama di eccentricità e di talento da buffone. A Oxford si era distinto per gli studi seri. Guidato da M. Whistler (che lo ha molto rimpianto dopo e che gli aveva fornito molto spirito e molta originalità), entrò nell’ambiente mondano, preoccupato soprattutto di stupire, di divertire, di fare parlare di sé, senza disdegnare alcuna forma di stupidità, sempre in cerca di qualsiasi spiritosaggine o battuta impudente, felice di essere fischiato, capace di imporsi poco a poco.

La società inglese ebbe il suo buffone come aveva la sua bellezza, Mm Langtry; la carriera della dona più bella e del più vanitoso degli uomini si commentano reciprocamente, ma dato che lei vive ancora, e anche lei fa parte della storia, anche se della storia aneddotica, non parlerò che in modo molto riservato dell’opinione della “nuova Elena” sul suo poeta e amico. Un giornale americano l’ha consultata, e stando al giornalista americano, lei ha risposto che aveva conosciuto Oscar Wilde dopo che lo avevano rimandato indietro da Oxford, che lui aveva sempre queste idee, che era un uomo affascinante, di cui tutti ridevano nella più alta società e che lo si amava senza prenderlo sul serio.

Autentica o no, questa risposta del Giglio di Jersey, della bella per la quale fu inventato il titolo di bellezza professionale, è un modo di scusare la società di Londra, il peggior modo di scusarla. Oscar Wilde faceva ridere, divertiva soprattutto gli ignoranti, i giovani che non hanno letto granché, le donne che hanno letto ancora meno, e anche qualche uomo serio troppo occupato per approfondire, anche solo un po’, qualcosa di così frivolo come l’influenza di un uomo che fa ridere.

I pittori dicevano di lui: capisce tutto meno che la pittura. I letterati al di sopra dei 23 anni: tutto salvo la letteratura. I musicisti: tutto salvo la musica. E così via. In Inghilterra la notorietà e la celebrità sono contigue. In un ambiente mondano le donne e i ragazzi giovani  vogliono divertirsi a qualsiasi costo; la borghesia imita questi atteggiamenti come può, e lo scherno delle classi intermedie e inferiori aumenta la notorietà. Il principe di Galles volle fare la conoscenza di Oscar Wilde. Oscar Wilde diventò l’uomo più ricercato e più ridicolizzato. Si vantava del suo egoismo, della sua pigrizia,  della sua vanità, della sua incostanza, di tutti i vizi confessabili. Era proprio l’avventuriero che divora le cose care e rare. Aveva ventotto anni. Se ne andò a fare delle conferenze in America. Lì risero di lui graziosamente, ma eccitare il riso faceva parte del suo progetto. Ritornò lamentandosi dell’Oceano che lo aveva deluso. Si sposò con una affascinante irlandese che aveva un po’ di patrimonio. Da questo matrimonio[2] sono nati due figli. Oscar Wilde avrebbe potuto essere felice senza la sua divorante vanità e in una società che non gli avesse fornito tanto pascolo. Ma allora era molto lontano dalle avventure di oggi. Il suo egoismo, è vero, era imperturbabile. Si orientava verso il più giovane e cercava di fargli girare la testa a forza di adulazioni e di fare di lui un discepolo. Discuteva, discuteva incessantemente, e fumava sigarette.

Si interessava allora di tutte le perversioni sessuali, le temeva, ne aveva paura in rapporto a se stesso. Gli piaceva parlarne, sapeva le storielle di tutta Londra. Le grandi tribadi lo affascinavano come i sodomiti coraggiosi o innamorati. Ci girava intorno. Era innocente, così diceva, ma seguiva la pista degli altri.

“Non credo proprio, diceva ai suoi giovani amici, che quelli che fanno queste cose si divertano tanto quanto mi diverto io a parlarne”[3]

Fu preso da un vero accesso di febbre cerebrale dopo aver letto “Monsieur Vénus” e ne raccontava la trama con un ardore poetico più che ammirevole. Era inesauribile. Per lui, quanto a lui, aveva paura. Sapeva di essere tanto conosciuto, che la sua immagine era così riconoscibile, che non avrebbe osato, in un luogo pubblico, discutere con sconosciuti compromettenti. Si vedrà la strada che ha percorso dopo.

Si ricordava allora di tutte quelle regole di prudenza e di decenza che aiutano un uomo onesto, anche se è invertito, a vivere con la fronte alta e senza paura. Se diceva ai giovani uomini del suo mondo: “Solo voi sapreste darmi un brivido di novità, solo voi sapreste mescolare il romanzesco e l’ironia, il romanticismo e il cinismo”, se rifiutava Mon Frère Yves, come troppo blando, troppo innocente, se la lettura in “A Rebours” dell’incontro del giovane uomo e di des Esseintes, gli dava un po’ della febbre di Monsieur Vénus, era soprattutto curioso, girandolone, timoroso, giocava con l’idea del pericolo più che col male in sé.

“Non posso farvi conoscere il signor Tizio o il signor Caio, diceva ai suoi giovani amici, perché potrebbero compromettervi.”

Quando gli si chiedeva di spiegare la situazione psicologica degli unisessuali del bel mondo, di quelli che vanno dappertutto, ma tirano dritto per la loro strada, assicurava che essi cominciavano con la gioia, il delirio della loro originalità, della loro indipendenza, ma che man mano che si isolavano sempre di più, man mano che erano per così dire marcati in volto, soffrivano molto. Secondo lui, essi cominciavano dall’esaltazione e dall’orgoglio e finivano per sentirsi dannati…

Ci fu qualche momento di esitazione quando scrisse Dorian Gray, un romanzo poco originale (Oscar Wilde non è mai stato originale), artificiale, superficiale, effeminato. L’unisessualità regnava ma senza vigore, nel chiaroscuro, nell’affettazione della paura.

Non vedo alcun argomento serio contro lo studio dell’unisessualità nell’arte. I maestri non ne hanno paura, da Eschilo a Swinburne. In Inghilterra, il teatro, il romanzo, la poesia, se ne sono impossessati o serviti, ma sempre in modo franco, eroicamente, o satiricamente, o appassionatamente.[4]

Oscar Wilde non avendo né il senso della vita né un talento che gli fosse proprio, ha potuto trattare l’inversione o la perversione sessuale solo debolmente, con una certa ipocrisia, languidamente.

Quelli che avevano capito e detestato la china sulla quale stava scivolando lo avevano abbandonato e avevano preso le distanze da lui prima del Dorian Gray. Quelli che aveva intorno non se ne rendevano conto, si divertivano con lui, condividevano i suoi gusti, lo capivano.[5] Questo è Oscar si diceva, tutti lo conoscono, può fare quello che vuole. I suoi amici e gli amici degli amici amavano ripetere: “Gli piace parlarne, ma non lo fa.”

Le sue lezioni di egoismo, di falsità, di menzogna, di sovrastrutture, di poveri paradossi spaccati in quattro, non erano abbastanza per screditarlo. Si permetteva ai propri figli di adularlo e di esserne adulati, di lasciarsi chiamare “il nuovo ragazzo di Oscar”.

Si era messo a lavorare e si parlava meno di lui quando la sua commedia “Il ventaglio di lady Windermere” fu messa in scena in uno dei migliori teatri di Londra. Mi ricordo di questa prima. La commedia corrispose a quello che mi attendevo dal suo talento e dalla sua sicurezza in se stesso: niente di così vecchio come la commedia, niente di così personale come il suo condimento.

La novità di questo tipo di plagio, gli interpreti, la moda, la famosa sigaretta che l’autore fumava gustando la sua apoteosi, dopo l’ultimo atto, in presenza del pubblico che lo acclamava, e il famoso garofano verde[6] all’occhiello gli provocarono un successo strepitoso. Il pubblico inglese ama le vecchie pagnotte; e Oscar Wilde, in più, gli offriva i vecchi ritornelli “artistici” e tutto lo “spirito” della sua esistenza e del suo mondo.

Oscar Wilde guadagnava ora denaro. Viveva poco a casa sua, stava qualche volta in un albergo, qualche volta in un altro. Rinunciava per la maggior parte del tempo alla vita domestica, ma il suo successo lo avrebbe potuto riportare alla vita rispettabile. Anche senza vivere una vita priva di sospetti, anche predicando la corruzione, anche circondato dai giovani uomini più visionari, più scintillanti di Londra, avrebbe potuto non crollare. Ecco uno dei punti curiosi del caso, una delle numerose lezioni commentate senza dubbio a Sodoma come a Londra.

Anche se fosse stato assolto, sarebbe comunque rimasto il modello di quello che non si deve fare. L’indulgenza che gli si accordava, il successo della sua commedia, la sua insensata vanità, la sua corte di gente giovane, sempre più giovane, come capita ad ogni celebrità sul punto di tornare indietro, la sua enorme indulgenza per i suoi propri capricci, lo avevano guastato e lui schiacciava tutto quello che stava intorno a lui o dentro di lui, anche le sue qualità, anche le sue amicizie.

Quello che Goethe chiama “das daemonische” [il demoniaco] gli fece fare la conoscenza di Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry. Lord Queensberry, le cui due mogli hanno divorziato, è sempre stato famoso per il suo trasporto collerico, per la sua ostinazione, per le sue opinioni religiose professate o piuttosto proclamate a una prima di Tennyson. Suo padre, suo fratello e il suo figlio più grande sono morti tragicamente, uccisi da un’arma da fuoco. Un altro fratello è morto su una montagna. Una sorella ha sposato un giovane panettiere. Un’altra sorella non ha mai temuto la pubblicità, e ora protegge gli animali che la sua passione per lo sport prima perseguitava.

Lord Queensberry era stato profondamente amareggiato dalla elevazione del suo figlio maggiore, lord Drumlawing, segretario di Lord Roseberry, a pari di Inghilterra, mentre lui non sedeva nella camera dei lord.

I suoi figli avevano tutti preso le parti della loro madre, e i rapporti non avevano niente di cordiale.

Lord Alfred, un giovane uomo pallido e artificiale, sempre vicino ad ogni tipo di imprudenza e a ogni tipo di esagerazione, scriveva dei versi sui “due amori” e su “la lode della vergogna”,[7] traduceva dal Francese in Inglese la Salomé[8] che è dedicata a lui, collerico come suo padre, trascinò Oscar Wilde alla rovina. Lo fece precipitare nel bel mezzo di un odio familiare comparabile con quello della razza di Atreo. Un figlio raramente ha odiato suo padre così apertamente come lord Alfred ha odiato lord Queensberry. Non penso di dovermene stupire più di tanto. Ci sono sentimenti più deplorevoli che bizzarri. Assolutamente indifferente non solo al che se ne dirà ma anche al che se ne dice, o forse non sdegnando affatto di essere celebre, abituato a vedere nella sua famiglia le teorie messe in pratica, sceglieva le sue amicizie e le sue conoscenze dove gli pareva, non sdegnando di cenare né con gestori di case di tolleranza né con piccoli Gesù [prostituti], né con degli amanti ben noti di carne maschile venduta a prezzo, la sua curiosità, la sua sfida, hanno dovuto affascinare Oscar Wilde, il curioso timido e impertinente. Wilde aveva ripetuto a sazietà che non si poteva amare lo stesso individuo per più di sei settimane ma il suo entusiasmo per lord Alfred dura dal 1891. La nascita di Lord Alfred, la sua giovinezza avventurosa e fuorviata, di cui avrebbe dovuto avere pietà, il suo aspetto insieme artificiale e indifferente, stanco e infaticabile, la lealtà commuovente, emozionante, degna di miglior causa, lo affascinarono e lo avvinsero. Bisogna sapere che in Inghilterra il figlio cadetto di una famiglia nobile esercita un prestigio fantastico agli occhi di molti borghesi. Così si è vista, in questi ultimi anni, una donna vestita da uomo farsi passare per lord A. Pelham Clinton (l’eroe defunto del processo Bolton e Park, processo di pederasti) e intascare il denaro dei borghesi. Man mano che Wilde si impaludava, il prestigio del giovane lord Alfred brillava sempre più chiaramente agli occhi dell’Irlandese.

Lord Alfred Douglas ha gettato una sfida così vigorosa e totale (non ha che ventiquattro anni) a tutte le cose che si definiscono convenienze, che non può stupirsi, irritarsi o offendersi se lo si tratta con la curiosità e con la franchezza dovute  a un contemporaneo. La sua giovinezza, la sua estrema arditezza, le sue inutili imprudenze, la sua fedeltà senza limiti, il suo odio, le sue lettere ai giornali, fanno fremere ogni uomo minimamente serio che la psicologia non abbia indurito. Più ci si avvicina alle laceranti divisioni interne alla sua famiglia, più si vede quanto avesse bisogno di una direzione e di essere diretto, più si trova terribile la sorte che lo legò a Wilde. In compagnia di un amico sicuro, lusingatore e lusingato, Oscar Wilde si inaridì fino a conoscere i professionisti del vizio.

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[1] Lo scandalo di Cleveland Street del 1889 vide molti aristocratici accusati di frequentare a Londra un bordello per la prostituzione maschile. Lord Arthur Somerset, avvocato di uno degli imputati, minacciò di coinvolgere il principe Albert Victor, secondo nella linea di successione al trono. Lo scandalo alimentò l’omofobia nel paese e l’idea che l’omosessualità fosse un vizio da ricchi. I giovani prostituti, che lavoravano anche come fattorini del telegrafo, furono oggetto di feroce satira sulla stampa francese.

[2] Notiamo la superiorità del giornalismo inglese (nonostante i suoi grandi difetti) sul giornalismo americano. Tutti i giornali inglesi hanno rispettato la tragica situazione della signora Wilde e dei figli. In America è stata pubblicata la loro biografia con le fotografie.

[3] Da questo punto di vista possiamo aggiungere il fatto che tutti i giovani uomini che hanno testimoniato contro di lui hanno raccontato la stessa storia: il coito orale praticato su di loro e poi la sua soddisfazione inter eorum femora [tra le loro cosce]. Anche non volendo prestare fede a queste testimonianze, si vede il rapporto logico tra questi atti e le sue parole.

[4] Si veda la nota alla fine di questo capitolo.

[5]  Ci sarà un giorno da fare uno studio sull’influenza delle donne inglesi o americane a favore della pederastia.

[6] Ci si ricorda del caso Abadie, detto delle cravatte verdi. Ecco qualche parola sui garofani verdi. Questi garofani, arrivati dalla Francia, colorati artificialmente, comparvero presso qualche fioraio elegante. In un modo o nell’altro, ne furono acquistati per metterli all’occhiello senza nemmeno sapere chiaramente perché. So che il primo acquirente si trovò (al teatro) molto imbarazzato dagli sguardi curiosi rivolti al suo occhiello, e giurò di non usare più fiori verdi. Oscar Wilde adottò questo “fiore dei poeti” e i suoi discepoli, di cui parecchi erano truccati o ne avevano l’aria (c’è un modo di pettinarsi e di camminare ondeggiando che va d’accordo con il bistro artificiale, il rosa delle labbra ecc.), si credettero obbligati ad imitarlo. I giornali pubblicarono degli articoli di una violenza inaudita; si accusavano i cavalieri dal garofano verde di far parte di una banda di pederasti. Era il segno della riscossa. Il fiore fu bruciato sulla scena e la sala risuonò di applausi. Dopo le minacce di processo contro alcuni giornalisti,  si smise di portare questi garofani verdi e di parlarne, fino all’anno scorso quando un romanzo “L’oeillet vert” [il garofano verde] fece la parodia di Oscar Wilde e Alfred Douglas.

Aggiunta di Project: – Robert S. Hichens nel 1894 scrisse un romanzo intitolato The Green Carnation in cui Oscar Wilde era caratterizzato come  M. Amarinth. Questo accadeva nel periodo in cui i garofani verdi apparivano agli occhielli del gruppo di amici di Wilde. Interrogato su questo argomento, Wilde disse che essi portavano dei fiori per generare conversazione. Comunque, il libro di Hitchens utilizza il garofano verde per rappresentare una persona come Oscar Wilde, totalmente senza paura della vita.

Noel Coward nel 1929, scrisse una commedia musicale intitolata Bitter Sweet in cui i garofani verdi appaiono come un mezzo per distinguere gli omosessuali. Oscar Wilde, che era apertamente gay, portava spesso il garofano verde, che era diventato di fatto un modo per dichiarare la propria omosessualità.

[7] Oscar Wilde attestò che vergogna voleva dire modestia, pudore – una spiegazione che vale ancora di più dell’analisi dettagliata dei sonetti e dei “giovani”.

[8] M. Aubrey Beardsley, un giovane artista di grandissimo talento, ebbe la fuorviante possibilità di illustrare questa Salomé, mediocre, con dodici disegni che deploro, anche se li ammiro. Ma non è stato ingannato da questa pubblicazione.

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OMOSESSUALITA’ TRA VIZIO, CASTITA’ E MORALISMO

I tre capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, sono di grande interesse, perché rappresentano situazioni che si possono osservare anche nel XXI secolo. Il primo dei tre capitoli tratta di un’esperienza di Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero. Hamann è il prototipo del moralista rigido; gli capitò, durante un lungo periodo di residenza a Londra di stringere una forte amicizia con un musicista inglese, sul quale aveva sospetti di omosessualità. Dalla lettura di certe lettere dell’amico venne a sapere che questo aveva una relazione con un ricco Inglese. Hamann non ebbe il coraggio di affrontare il discorso direttamente col suo amico ma fu spinto da un impeto moralistico a scrivere al ricco Inglese (che anche lui conosceva) per rimproverargli una relazione che ai suoi occhi appariva solo mercenaria, col risultato che il suo ormai ex-amico e il ricco inglese invece di separarsi si coalizzarono contro di lui. Hamann si portò appresso per tutta la vita il disagio derivante dal suo gesto e sperò di trovare un amico perfetto, del tutto aderente ai suoi modelli, e alla fine lo trovò nei Vangeli.

Decisamente più squallide sono le storie del duca di Cumberland e del vescovo di Clogher. Il primo fu implicato in una vicenda di sangue: un suo valletto tentò di ucciderlo perché lui lo aveva sostituito con un altro, e poi si suicidò, secondo la versione ufficiale, ma un giornalista, in un libello, ricostruì i fatti in un modo molto rigoroso arrivando alla conclusione che non si era trattato di un suicidio ma di un omicidio. Il caso non fu riaperto e il giornalista fu condannato a 15 giorni di carcere e a 200 sterline di ammenda.

Il vescovo di Clogher, che era stato colto “quasi” nell’atto di compiere sodomia su un soldato, perse il suo titolo episcopale perché, uscito dal carcere su cauzione, scappò all’estero prima del processo. L’unico ad essere condannato fu il soldato che scontò così la sua subalternità sociale.

Interessantissimo è il terzo capitolo riguarda le memorie di Arthur Hamilton scritte da Christopher Carr. Il discorso richiede un minimo di puntualizzazione storica: Arthur Christopher Benson (1862-1925) uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

La storia di Hamilton tratta in modo molto serio di un innamoramento profondo senza contatti sessuali tra due studenti. Non si tratta di un romanzo, ma di una storia che rappresenta un vissuto reale dell’autore. Raffalovich si rammarica che i lettori, invece di cogliere nell’omosessuale casto il valore del sacrificio della propria sessualità in nome di qualcosa di più grande, come il dedicarsi “disinteressatamente” all’educazione dei giovani, si siano limitari a considerare chi fa scelte simili un semplice caso patologico. Raffalvich cita anche il caso interessantissimo del generale Gordon, eroe nazionale inglese, con ogni probabilità un omosessuale represso che si dedicò alla cura dei ragazzi poveri.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Hamann in Inghilterra, 1758

Johann Georg Hamann, detto il Mago del Nord, nato a Koenigsberg (Prussia) en 1730, morto à Munster (Westfalia) nel 1788, scrittore molto famoso[1], racconta, nella sua autobiografia, che si ferma al suo trentesimo anno, lo sconforto che gli provocò l’unisessualità venale del suo amico al tempo del suo viaggio in Inghilterra. (Londra, 21 Aprile 1758)

Hamann  era stato allevato seriamente e religiosamente; gli avevano insegnato il Greco, il Francese, l’Italiano, la Musica, la Danza e la Pittura.

Un apprendista del padre insegnò a giovane Hamann (verso il suo quattordicesimo anno) ”il peccato contro il proprio corpo”.

Questa triste esperienza incombeva su Hamann quando egli fu precettore e lo rese quanto più severo possibile quando si trattava di rapporti tra bambini e domestici.

“Io riconosco – dice – che è la casistica di Satana che ci fa considerare certi peccati come veramente minimi, paragonati ad altri. La mia ragione mi aveva sempre fatto considerare la mancanza di castità come un aiuto per la virtù, in quanto capace di impedire certi matrimoni squilibrati o gli adulteri.”

“A Riga sono stato vicino all’adulterio, ho avuto delle tentazioni della carne e del sangue come dello spirito e del cuore, e Dio fino ad ora mi ha miracolosamente preservato.”

“Le scuole piccole – continua – sono le peggiori per i costumi, perché c’è più familiarità, e anche perché c’è più invidia e più odio che si trasformano ancora di più in gelosia e in emulazione quando ci sono meno ragazzi.”

Il 18 Aprile 1757, Hamann, il mago del Nord, arriva a Londra, essendo stato mandato dalla maison Borens per degli affari importanti. Dato che questi affari si trascinavano molto per le lunghe e richiedevano molta pazienza, Hamann non sapeva come passare il tempo e non aveva né un amico né un confidente. Era disperato e cercava di distrarsi, e dal suo punto di vista le distrazioni erano degli accecamenti, delle perdite di tempo. A Berlino aveva fatto la follia di imparare a suonare il liuto in una settimana, e il suo degno padre lo aveva punito per questo e gli aveva detto di occuparsi della sua professione e di non rovinarsi gli occhi. Questo maledetto liuto gli aveva procurato allora anche altre disgrazie: uno studente, Viermetz, che viveva di musica, gli aveva prestato un liuto, l’incapace Hamann lo aveva danneggiato e non aveva potuto compensare in alcun modo l’amico del danno. Gli fu indicata l’unica persona che a Londra poteva insegnare l’arte di suonare questo strumento, un giovane musicista che avrebbe potuto guadagnare molto denaro ma che preferiva vivere da gentiluomo [cioè senza lavorare]. Hamann fece la sua conoscenza, lo scelse per amico intimo e quotidiano, e andò a vivere presso di lui.

Il musicista, il tentatore, aveva una casa propria, aveva con sé una ragazza. Il primo giudizio di Hamann lo avrebbe allontanato da quest’uomo, almeno così pensò più tardi, ma si lasciò andare alla simpatia. Credette di avere trovato quello che cercava, un amico utile e gradevole, il cui contatto, le cui relazioni e la cui casa lo rendevano felice e divertito. Poteva essere felice come lui.

“Ringrazio Dio – esclama  Hamann – di avermi molto amato per questo, di avermi strappato a quest’uomo, al quale io mi ero legato come uno schiavo per seguire lo stesso cammino di peccato e di vizio.” Il suo cuore cieco – continua – gli fece credere che questa unione, questa alleanza non fossero egoistiche. Pensava di dare del gusto e dei principi a un uomo che non ne aveva. Cieco lui stesso, voleva guidare un altro, o insegnargli a peccare con grazia, a trasformare la ragione in malvagità.

Hamann si butto per nove mesi nei piaceri dei sensi, dello spirito e dell’oziosità, ma senza mai trovare riposo. Cambiava casa tutti i mesi, e dovunque incontrava gente bassa, imbrogliona e interessata.

La scoperta che fece gli diede il colpo finale. Il suo amico aveva già dato luogo a molti sospetti che lui aveva schiacciato. Hamann venne a sapere che il suo amico era coinvolto in un modo vergognoso da un ricco inglese. Lo si conosceva (l’amico) col nome di Senel, passava per essere un barone tedesco, la sorella era ugualmente coinvolta da un ambasciatore straniero col nome di Signora de Perl.

Hamann si spaventò di queste chiacchiere e volle conoscere la verità. Il suo amico gli aveva affidato diverso tempo prima un pacchetto di lettere che aveva apparentemente dimenticato di richiedere indietro malgrado la loro importanza e che Hamann “per un presentimento” non aveva restituito. Le lettere erano sigillate solo molto leggermente. Hamann non resistette alla tentazione di leggerle. Si giustificò promettendosi di confessare la sua condotta al suo amico, se non avesse trovato in quelle lettere la prova del crimine di cui lo sospettava; oppure gli avrebbe giurato di non tradire i suoi segreti e gli avrebbe detto addio per sempre.

Hamann si convinse, leggendo, della colpa del suo amico. “Erano delle abominevoli e ridicole lettere d’amore.” La grafia cancellava ogni dubbio che fossero dell’amante, di quello col quale il suo amico aveva una relazione. Hamann credette prudente conservare le lettere più compromettenti. L’amico era in campagna col suo ricco complice. Di ritorno a Londra richiese indietro le lettere e da una parte e dall’altra ci furono esitazioni e imbarazzo. Hamann non osò fare le sue rimostranze subito, e per un certo tempo vissero apparentemente come prima, ma alla loro amicizia mancava l’affetto. “Sembrava anche – dice Hamann – che lui mi avesse risparmiato solo per scoprire se io sapessi qualcosa dei misteri della sua malvagità. Quando lo ebbi rassicurato a questo riguardo, credette di potersi allontanare da me poco a poco. Lo prevenni e presi la decisione di scrivere al ricco Inglese (che io conoscevo) per fargli vedere la vergogna e il  rischio della sua relazione col suo complice. Lo feci col massimo impegno, ma senza successo. Perché, invece di separarsi, i due si unirono contro di me per chiudermi la bocca.”

L’8 Febbraio 1758, Hamann, ridotto il suo gruzzolo a poche ghinee, ebbe la fortuna di trovare presso M. Collins di Marlbourg Street, una camera e dei padroni di casa onesti e buoni. È in questa casa che scrisse il resoconto dei suoi primi trent’anni.

Là, povero e disperato, supplicava Dio di dargli un amico. Aveva tanto sofferto per la falsa e per la vera amicizia. Voleva un amico che gli desse la chiave del suo cuore, il filo del labirinto. Trovò questo amico allora nel suo proprio cuore (il 13 marzo, con l’aiuto del Vangelo.)

Il duca di Cumberland. – Il vescovo di Clogher

Nel 1811 una sanguinosa avventura venne a ravvivare la cattiva reputazione di un principe della famiglia regnante, il duca di Cumberland. Uno dei suoi paggi, dopo un servizio di molti anni, aveva tentato di uccidere il duca e dopo si era suicidato. Sellis, il morto, era geloso del valletto del duca, aveva motivi di lamentarsi del suo padrone. La questione rimase misteriosa; i dettagli sulla giovinezza di Sellis, sui suoi rapporti con un padrone americano, si prestavano all’equivoco.

Nel 1813 un giornalista, in certo Henry White, fu condannato a 15 giorni di prigione e a 200 sterile di ammenda per un libello contro il duca.

White rimetteva insieme tutti i fatti significativi che lasciavano supporre un assassinio (quello di Sellis) e non un suicidio.

Nel 1822, L’onorevole Percy Jocelyn, vescovo di Clogher, zio di Lord Roden, fu scoperto con un soldato in un cabaret di Westminster, quando stava per rendersi colpevole di sodomia. L’abbigliamento del vescovo aveva fatto sì che venisse notato, senza questo abbigliamento il suo legame con il soldato sarebbe potuto passare inosservato. Prove sufficienti di unisessualità erano fornire dalla postura del vescovo e del soldato, e ci si congratulò col vescovo per il fatto che non aveva avuto il tempo di commettere l’atto che avrebbe potuto costargli la testa, perché allora la sodomia era ancora reato capitale.

Nel 1822, redigendo l’atto di accusa, non si sospettava neppure che l’unisessualità molto spesso si ferma prima della sodomia e che il vescovo e il soldato forse non ci avevano nemmeno pensato. Il vescovo passò il resto della notte in preghiera; e l’indomani fu costretto, per ottenere la libertà provvisoria sotto cauzione, a confessare il suo nome.

Pagò 500 sterline e il proprietario della casa di cui lui era locatario fornì le 500 sterline. Il soldato restò in prigione. Il vescovo non si presentò il giorno del processo. Aveva lasciato l’Inghilterra. Fu allora solennemente deposto dalla sua carica di vescovo. (Alcuni anni prima, a Dublino, aveva avuto l’ardire di fare arrestare per calunnia un tale che lo accusava di unisessualità, si era ripulito dai sospetti facendo frustrare pubblicamente quel disgraziato.)

Il soldato, John Moverly, prima guardia del corpo, fu condannato. C’erano sette testimoni contro di lui e contro il vescovo. Fu, come Fitzpatrick, una vittima della sua inferiorità sociale.

Non faccio una scelta di avvenimenti unisessuali, non li vado a cercare. Parlo solo di quelli che trovo senza difficoltà.

Arthur Hamilton

Nelle memorie di Arthur Hamilton di Christopher Carr (1886)[2], il figlio dell’arcivescovo di Canterbury ha descritto la vita di un uranista superiore con molte verità e molta arditezza. L’eroe del libro (non è un romanzo ma una biografia fittizia) essendo casto ha lasciato scioccati e disgustati i lettori e i critici. Il protestantesimo inglese persiste abbastanza forte nelle persone di mondo e negli agnostici tanto da fare considerare loro come “patologica” l’intensione che un uomo potrebbe avere di essere casto. L’autore, abbastanza inglese per saperlo, ha cercato di mettersi al riparo da questo punto di vista, ma inutilmente. Ci sono poche pagine del libro dedicate alla sessualità, ma sono tutte di valore. Arthur Hamilton, originale, un temperamento riflessivo per il quale la riflessione e l’influenza sui suoi amici rimpiazzano le occupazioni rumorose, si trova a diciotto anni ad amare appassionatamente e con purezza un ragazzo grande un po’ più giovane di lui. Questo attaccamento era di quelli, dice l’autore, “che si possono comparare all’amore spartano, quando sono veramente cavallereschi e assolutamente puri, al di sopra di qualsiasi altro amore, nobili, veri, capaci di elevare, una passione che arrossisce in vano e senza macchia, una confidenza così intima che non ne esiste una simile nemmeno tra marito e moglie… parlo della mia personale esperienza, e so che altri confermeranno le mie parole, che queste cose ci ricompensano infinitamente e ci sono infinitamente care.”

Fu nel suo ultimo anno a Winchester che questo amore si sviluppò. Arthur Hamilton va a Cambridge, i due amici si scrivono. “Ho tre lettere di Arthur, dice l’autore, così appassionate nell’espressione, che per non provocare inquietudine, per non dire dei sospetti, non le citerò. Ho letto le lettere dell’altro, anche se le ho distrutte come mi era stato chiesto.”

L’amico, singolarmente attraente ma debole, scivola in una cattiva compagnia a Winchester dopo la partenza di Arthur. Dopo tre anni va a Cambridge, dove cade di nuovo. Arthur non lo venne a sapere subito e fu ardentemente felice di avere di nuovo il suo amico. Ma dato che l’affetto è chiaroveggente e il vizio è incapace di dissimulazione, Arthur scoprì che il suo amico non era solamente debole, che non solo cedeva ma che era deliberatamente impuro. La rabbia, l’agonia, il disgusto di Arthur lottarono contro il suo amore, contro la sua pietà, contro il suo giovane e altezzoso odio per la lussuria (e, ma l’autore non lo dice, probabilmente contro una tacita tentazione di accettare la corruzione del beneamato) e Arthur finì per rompere.

L’amico, una natura brutale e corrotta, più tardi diceva scherzando: “Sì, eravamo molto amici ma con me ora ha tagliato: mi ha dovuto abbandonare perché non mi approvava. Ecco che cosa è la giustizia, la misericordia e la verità”, e via di seguito.

Ci si stupisce forse di vedere un amore così profondo che si spezza, e Arthur si rimproverò amaramente il suo egoismo irreparabile. Probabilmente non si sentiva ancora in grado di salvare l’amico né di non soccombere egli stesso. La lotta dovette essere reale perché Arthur dall’età di vent’anni divenne un altro. L’ambizione, il desiderio di fare effetto, tutte queste cose rientrarono in lui e la sua evoluzione divenne soprattutto interiore. La crisi di Arthur, se qualcuno ha il diritto di scrutare misteri così rispettati, sembra avere qualche somiglianza con quella attraverso la quale l’illustre Gordon[3] dovette passare, una crisi nella quale egli assassinò, castrò una parte di se stesso per diventare uno dei più grandi uomini di azione della storia. Arthur Hamilton non è un uomo d’azione ma è il pensatore, l’uomo generoso, l’uomo che si interessa prima di tutto dell’anima e della giovinezza, che si vota alla giustizia verso l’uomo. Arthur Hamilton si salva dal suicidio dedicandosi all’educazione di un delizioso figlio adottivo, la cui morte a vent’anni, ucciderà anche lui.

Si sa tutto quello che Gordon ha fatto per l’educazione di migliaia di ragazzi. Il sacrificio della sensualità personale, il culto di idee che annientano la ricerca della lussuria, producono negli uomini come Gordon o come Arthur Hamilton una carità per il loro proprio sesso, e soprattutto per i giovani, o soprattutto per tutto ciò che deve soffrire, e un amore di cui Gesù ha dato l’esempio.

Arthur Hamilton interpreta bene il ruolo che l’uranista disinteressato può ricoprire  nel mondo moderno, e invece di approfondire questo senso del libro, molti se ne sono fatti beffe e lo hanno messo sotto accusa.

Quello che è anche interessante è il punto di vista di Arthur Hamilton verso i vizi sessuali. L’idea di mettere insieme la donna con la dissolutezza gli sembra rivoltante; (per un momento ha pensato di sposare una ragazza di mondo, mezza-vergine intellettuale, cioè libera, indipendente, che detesta le donne ed è detestata da loro, ma non cattiva in fondo, benché superficiale e frivola); ma non arrivò a credere con Lacordaire che le dissolutezze non possono conoscere il vero affetto, al contrario trovò in esse le più ammirabili devozioni, al di là dei loro piaceri. È pieno di compassione per i vizi sensuali degli uomini degni di nota, quando vede che sono attaccati da gente comune, dalla folla meschina: perché ha scoperto quel segreto che i saggi hanno sempre conosciuto (e che è in pratica una delle forze del cattolicesimo intellettuale): che l’uomo arriva dal male come dal bene alla verità, alla superiorità morale, alla serenità, se non rimpiange quello che ha imparato.

Il pentimento che trasforma l’uomo, o anche la forza d’animo che può supportare il vizio e la virtù insieme, come una salute ammirabile che poco a poco si purifica da una malattia, Arthur Hamilton li apprezzava e li comprendeva. Ma la bassezza, la maldicenza, la villania, la pietà verso se stessi, per quello che si è perso perdendo la propria innocenza, tutte le debolezze che non servono a niente, che fanno del male, gli sembravano quello che sembravano a Platone o ai grandi santi: perché spogliate dei molti veli le vie terapeutiche dell’anima si assomigliano molto: e l’uranista triste o timido, che non ha la saggezza che Goethe trovava in Winckelmann, dovrà pure alla fine rifugiarsi in un qualche cristianesimo, ortodosso o eretico, simbolico o obbediente.

L’uranista che non è triste o inquieto, che è sicuro di se stesso, anche se cade o si impantana, se vuole ritemprarsi e trovare un po’ di coraggio non può fare di meglio che leggere il Winckelmann di Goethe: psicologicamente come letterariamente uno dei capolavori “del primo dei critici” (Sainte-Beuve)

Winckelmann ha vissuto come un uomo, dice Goethe. E si sa quale compagno sospetto ha assassinato Winckelmann.

Non è questo il luogo per scrivere l’apologia o il panegirico di Winckelmann. Ma il lettore curioso o desideroso di avere l’ultima parola su di lui non ha che da leggere la piccola ammirevole monografia di Goethe.

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[1] Goethe lo aveva in grande considerazione. (Viaggio in Italia, Autobiografia, ecc.)

Aggiunta di Project: – Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità del anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero.

 [2] Nota di Project: – Arthur Christopher Benson (1862-1925), uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti sessuali con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

[3] Nota di Project: – Il generale Charles George Gordon (1833-1885) mitico eroe dell’esercito inglese, impavido davanti alla morte, forse per una volontaria ricerca del martirio, non si sposò mai e le sue relazioni con le donne sembrano essere state tutte platoniche. Mentre viveva a Gravesend a metà degli anni 1860, si interessò molto dei monelli cenciosi del quartiere. Li nutriva e insegnava loro molte cose, e quando erano sporchi, li avrebbe lavati lui stesso nel trogolo del cavallo, parlava molto con loro di attualità e, cosa più importante, trovava loro un lavoro nell’esercito, sulle chiatte, nei magazzini e in mare.

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