GAY TRA 800 E 900 TRA CASTITÀ E SENSI DI COLPA

STORIE DI OMOSESSUALI TRA 800 E 900 – parte terza

(gay tra 800 e 900 tra castità e sensi di colpa)

Prosegue la pubblicazione delle Storie  accluse al trattato sull’Inversione sessuale di Havelock Ellis con tre storie, per molti aspetti modernissime, dalle quali si comprendono le difficoltà che gli omosessuali di fine ‘800 e dei primi del ‘900 incontravano nel riconoscersi tali, in un mondo in cui la difesa della morale equivaleva alla congiura del silenzio ed è possibile farsi un’idea di come i ragazzi di allora potessero comunque trovare una risposta ai loro dubbi sulla sessualità. Le tre storie evidenziano anche come le difficoltà di vivere realmente l’omosessualità spingessero piuttosto frequentemente gli omosessuali a limitarsi alla sola masturbazione e li spingessero ad evadere in un mondo comunque frustrante di sogni intellettuali.

STORIA 7

“La mia discendenza è molto solida e sana. Entrambi i miei genitori (che appartengono alla classe media professionale) godono di una buona salute generale; né posso rintracciare una qualsiasi tendenza marcatamente anormale o patologica, della mente o del corpo, in tutti i ricordi di famiglia. Anche se sono io stesso di un temperamento fortemente nervoso e sensibile, la mia salute è buona. Io non sono a conoscenza di alcuna tendenza alla malattia fisica. Nei primi tempi della mia virilità, tuttavia, a causa, credo, della grande tensione emotiva con la quale ho vissuto, il mio sistema nervoso è stato un bel po’ a pezzi ed esausto. Mentalmente e moralmente la mia natura è abbastanza ben bilanciata, e non ho mai avuto grandi problemi in questi campi.

All’età di 8 o 9 anni, e molto prima che comparissero delle sensazioni sessuali distinte, provai un’attrazione amichevole verso il mio stesso sesso, che si sviluppò dopo l’età della pubertà in un appassionato senso d’amore, che, però, non trovò mai alcuna espressione fino a quando non fui pienamente ventenne. A scuola ero un semiconvittore e sentii poco del chiacchiericcio scolastico su argomenti sessuali, ero, per di più, molto riservato e modesto; nessuna persona anziana o genitore parlò mai con me di tali questioni, e la passione per il mio stesso sesso si sviluppò gradualmente, assolutamente non influenzata dal di fuori. Durante tutto questo periodo, e fino a un bel po’ più tardi, non appresi la pratica della masturbazione. La mia natura sessuale era un mistero per me. Mi trovai tagliato fuori dalla comprensione degli altri, mi sentivo un emarginato, e, avendo un temperamento altamente amorevole e affettuoso, mi sentivo intensamente infelice. Durante il giorno, pensavo ai miei amici maschi – qualche volta a ragazzi della mia età, qualche volta a ragazzi più grandi, e una volta anche a un insegnante – e sognavo di loro durante la notte, ma ero troppo convinto di essere un mostro senza speranza di realizzare mai progressi efficaci. In seguito fu più o meno lo stesso, ma a poco a poco, anche se lentamente, venni a scoprire che c’erano altri come me. Mi sono fatto un paio di amici speciali, e alla fine mi è capitato di tanto in tanto di dormire con loro e di soddisfare il mio bisogno imperioso di abbracci reciproci e di emissioni. Prima che questo accadesse, però, sono stato un paio di volte sull’orlo della disperazione e della follia per la passione repressa e il tormento.

Nel frattempo, fin dall’inizio, fisicamente, le mie sensazioni verso il sesso femminile erano di indifferenza, e più tardi, con la sviluppo più specializzato dei desideri sessuali, divennero sensazioni ben definite di repulsione. Pur avendo molti amici di sesso femminile, la cui compagnia mi piace e cui sono sinceramente affezionato, il pensiero del matrimonio o della convivenza con loro mi è sempre stato odioso.

Da ragazzo ero attratto, in generale, dai ragazzi piuttosto più grandi di me, dopo aver lasciato la scuola ancora mi innamoravo, in modo romantico, dei compagni della mia condizione. Ora, – all’età di 37 anni, il mio ideale di amore è un uomo forte, di costituzione robusta, della mia età, o meglio più giovane, preferibilmente della classe operaia. Anche se deve avere sensibilità e carattere solido, non deve essere particolarmente intellettuale. Se dotato in quest’ultimo campo, non deve essere troppo loquace o raffinato. Tutto ciò che è effeminato in un uomo, o tutto ciò che è intellettuale a buon mercato, mi ripugna in modo molto deciso.

Non ho mai avuto a che fare con la cosiddetta pederastia reale. Il mio desiderio principale in amore è la vicinanza fisica o il contatto, come dormire nudo con un amico nudo; il contatto specificamente sessuale, anche se abbastanza urgente, sembra una questione secondaria. La pederastia, sia attiva che passiva, mi potrebbe sembrare possibile, con quello che ho amato molto devotamente e che mi ha anche amato a quel livello, ma per altri motivi non è quello che penso realmente. Sono un artista per temperamento e per scelta, appassionato di tutte le cose belle, soprattutto della forma umana maschile, di costituzione attiva, leggera e muscolosa; di un personaggio simpatico, ma un po’ indeciso, anche se in possesso di autocontrollo.

Non riesco a considerare le mie sensazioni sessuali come innaturali o anormali, in quanto si sono rivelate così perfettamente, naturalmente e spontaneamente dentro di me. Tutto quello che ho letto nei libri o sentito dire dell’amore sessuale ordinario, la sua intensità e la passione, la dedizione per tutta la vita, l’amore a prima vista, ecc., mi sembra essere facilmente comparabile con le mie esperienze in campo omosessuale, e, per quanto riguarda la moralità di questo complesso argomento, la mia sensazione è che sia la stessa che dovrebbe prevalere in amore tra l’uomo e la donna, e cioè: che nessuna soddisfazione del corpo dovrebbe essere cercata a costo del disagio o del degrado di un’altra persona. sono sicuro che questo tipo di amore è, nonostante le difficoltà fisiche che comporta, altrettanto profondamente eccitante e nobilitante dell’altro tipo, se non di più, e penso che in un rapporto perfetto le gratificazioni sessuali reali (qualunque esse siano) probabilmente occupino un posto meno importante in questo amore che nell’altro.”

STORIA 8

M. N., di 30 anni. “Si sarebbe potuto dire che mio nonno fosse di temperamento anormale, perché, anche se di molto umili origini, organizzò e svolte un lavoro di missione estremamente arduo e divenne un linguista rifinito, tradusse la Bibbia in una lingua orientale e compilò il primo dizionario di quella lingua. Morì, praticamente di superlavoro, all’età di 45 anni. Si sposò due volte, mio padre era il suo terzo figlio dalla seconda moglie. Credo che due, se non di più, della famiglia (numericamente sette in tutto) siano stati invertiti, e l’unico di loro che si sposò fu mio padre. Mia nonna era l’ultimo rappresentante di un’antica e molto ’selvaggia’ famiglia irlandese. Morì in età avanzata, di paralisi. Mio padre aveva 36 anni e mia madre 21 al momento del loro matrimonio. Sono nato tre anni dopo e fui il loro unico figlio. Il matrimonio si è rivelato infelicissimo, essendo i miei genitori del tutto inadatti l’uno all’altra sotto ogni punto di vista.

La salute di mio padre durante i primi anni del suo matrimonio era molto delicata, e ho ragione di credere che fosse stata minata in un certo modo dalla sua vita all’estero. So che sono nato con una leggera affezione di gonorrea, e da bambino la mia salute era piuttosto mediocre. Quest’ultimo fatto potrebbe essere stato causato dalla vita particolarmente infelice e innaturale che conducevo. Non avevo compagni della mia stessa età, e non ho nemmeno frequentato una qualche scuola fino a dopo la morte di mia madre. Mio padre si occupò della mia istruzione fino a quel tempo, avevo libero accesso a una biblioteca di grandi dimensioni e molto varia, e avevo anche una grande quantità di ozio solitario da godere. Nella biblioteca c’era una quantità di libri di medicina e di scienza, che erano i miei preferiti, e mi ricordo che decisi in età molto precoce di essere un medico. Quando avevo circa 5 anni, mi ricordo di aver avuto un sogno sessuale, collegato con un facchino della ferrovia. Ricordarmi di questo sogno mi procurava un grande piacere, e più o meno in quel periodo ho scoperto un metodo di auto-gratificazione (non c’è bisogno di molto ’insegnamento’ in queste cose!). Non posso affermare che il sogno che ho menzionato costituisca in assoluto la prima manifestazione di sentimento invertito, direi piuttosto che cristallizzava idee vaghe che potevo già aver avuto sull’argomento. Posso ricordare che quando avevo fra i tra 3 e 4 anni, un giovanotto di circa 20 venne a casa nostra più volte in visita. Era amante dei bambini, suppongo, e io in genere sedevo sulle sue ginocchia ed ero baciato da lui. Questa era una fonte di grande piacere per me, ma non ricordo se era accompagnata da erezione. Posso solo ricordare che la sua attenzione e le sue carezze facevano su di me un’impressione più grande rispetto a quelle delle donne. Più o meno a quell’età ero spesso eccitato quando dormivo con mia madre, e mi venia detto in faccia di non mentire. Mi ricordo che l’erezione era sempre presente in queste occasioni. Il sogno fu il primo di molti dello stesso genere, che nel mio caso furono mai accompagnati da emissioni. Sono sempre stati di carattere ’invertito’, anche se ho occasionalmente avuto sogni sulle donne. Questi ultimi, tuttavia, assumevano spesso qualche caratteristica tipica di un incubo!

Fino all’età di 14 anni mi sentivo molto perplesso e depresso dai miei punti di vista sul desiderio sessuale, ed ero convinto che fossero specificamente solo miei. Questo, combinato con la condizione solitaria della mia vita, e con circa quattro anni di maltrattamenti prima della morte di mia madre (che si era data al bere in quel periodo), ha avuto un effetto molto dannoso sulla mia salute, mentale e fisica. Guardando indietro dal mio attuale punto di vista, posso capire e perdonare molte cose che mi sembravano mostruose e ingiuste quando ero bambino. La vita di mia madre deve essere stata molto infelice, era amaramente delusa per molte ragioni, e molto probabilmente anche a causa mia. Il mio sfortunato e frainteso temperamento mi ha portato ad essere timido e reticente, e sono stato spesso in difficoltà, e la mia formazione non è stata calcolata in modo da migliorare la situazione. Alla fine, però, il cambiamento e la libertà sono arrivati, e sono stato mandato in un collegio. Qui, naturalmente, mi sono subito imbattuto nei legami affettuosi e nelle gratificazioni con altri ragazzi. Sono arrivato alla pubertà, e la mia salute è migliorata per l’influenza di un ambiente più felice. Non ci ho messo molto a scoprire che i miei compagni vedevano i piaceri che per me avevano un significato così importante da un punto di vista completamente diverso. Le loro gratificazioni erano normalmente accompagnate da conversazioni sulle donne, e da una direzione generale del pensiero orientata verso le donne. Quando ebbi superato i 15 anni, a causa di difficoltà economiche fui costretto a lasciare la scuola, e ben presto non solo costretto a basarmi solo sulle mie risorse, ma messo nella condizione di non dover rendere conto a nessuno, oltre che a me stesso, per la mia condotta. Naturalmente, la mia scoperta successiva fu che la mia situazione, lungi dall’essere particolare, era una condizione molto comune, e fui ben presto iniziato a tutti i misteri dell’inversione, alla sua setta segreta e al suo ’gergo’. Nel complesso la mia esperienza degli invertiti è stata un piuttosto ampia e variegata, e ho sempre cercato di classificare e confrontare i casi che sono venuti a mia conoscenza, al fine di arrivare a una sorta di conclusione o spiegazione.

Suppongo che sia dovuto alla versatilità femminile o all’impressionabilità il fatto che è possibile per me sperimentare mentalmente le emozioni attribuibili ad entrambi i sessi, secondo l’età e il temperamento del mio compagno, per esempio, con uno più grande di me, che possiede ben nette caratteristiche maschili, sono in grado di sentire quell’arrendevolezza e quella dipendenza che è così essenzialmente femminile. D’altra parte, con un giovane di tipo e di comportamento femminile posso incarnare, con la stessa quantità di piacere, il tenero, ma dominante, atteggiamento del maschio.

Io non provo sessualmente alcun particolare ’orrore’ verso le donne. Immagino che il mio sentimento verso di loro somigli molto quello che la gente normale sente per quanto riguarda gli altri del loro stesso sesso.”

M. N. osserva che non può fischiare, e che il suo colore preferito è il verde.

In questo caso il soggetto ha trovato facilmente un modus vivendi morale col suo istinto invertito, e dà la sua gratificazione per scontata. Nel caso seguente, che, credo, è tipico di molte persone, il soggetto non ha mai ceduto ai suoi impulsi invertiti, e, tranne che per quanto riguarda la masturbazione, ha osservato una stretta castità.

STORIA 9

R. S., 31 anni, americano di origine francese. “Sulla questione dell’eredità posso dire che appartengo ad una famiglia ragionevolmente sana, prolifica e longeva. Da parte di mio padre, tuttavia, vi è una tendenza verso problemi polmonari. Egli stesso è morto di polmonite, e due dei suoi fratelli e un nipote di consunzione. Nessuno dei miei genitori era malato o eccentrico. A parte una certa timidezza con gli sconosciuti, mio padre era un uomo molto maschile. Mia madre è un po’ nervosa, ma non è fantasiosa, e per niente portata a manifestare i suoi affetti. Penso che il mio temperamento fantasioso e artistico debba venire dalla parte di mio padre. Forse la mia origine francese ha qualcosa a che fare con esso. Con l’eccezione di mio nonno materno, tutti i miei progenitori erano di origine francese. Il padre di mia madre era inglese. Possiedo un temperamento mercuriale e un forte senso del ridicolo. Anche se il mio fisico è snello, la mia salute è sempre stata eccellente. In questi ultimi anni soprattutto sono stato molto portato all’introspezione e all’auto-analisi, ma non ho mai avuto allucinazioni, deliri mentali, né isterici, e non sono affatto superstizioso. Le manifestazioni spiritiche, le immersioni ipnotiche, e le altre mode psichiche del giorno esercitano poca o nessuna attrazione su di me. In realtà, io sono sempre stato scettico al riguardo, e piuttosto mi annoiano.

A scuola ero un indolente, ragazzo sognatore, che si sottraeva allo studio, ma per il resto ero abbastanza docile verso i miei insegnanti. Dalla prima infanzia mi sono dato a un gusto onnivoro per la lettura, le mie simpatie particolari erano per i viaggi, l’estetica, i soggetti metafisici e teologici, e più recentemente per la poesia e per alcune forme di misticismo. Non ho mai curato molto la storia o le materie scientifiche. Fin dall’inizio ho mostrato una forte vena artistica, e possedevo un amore travolgente per tutte le cose belle. Da bambino ero appassionato di fiori, amavano stare nei boschi e da solo, e volevo diventare un artista. I miei genitori si sono opposti a quest’ultimo desiderio e io ho ceduto davanti alla loro opposizione.

In me la natura omosessuale è singolarmente completa, ed è senza dubbio congenita. La gioia più intensa della mia infanzia (anche quando ero un ragazzino affidato a una balia) era quella di vedere gli acrobati e cavallerizzi al circo. Questo non era tanto per la loro abilità quanto a causa della bellezza dei loro corpi. Anche allora mi interessavo soprattutto dei ragazzi più agili e graziosi. La gente mi disse che gli attori del circo erano malvagi, e avrebbero rapito i ragazzini, e così sono arrivato a considerare i miei preferiti come metà diavoli e metà angeli. Quando ero più grande e potevo andare in giro da solo, mi capitava spesso di aggirarmi tra le tende degli spettacoli itineranti nella speranza di intravedere degli attori. Volevo vederli nudi, senza le loro calzamaglie, e avevo l’abitudine di rimanere sveglio la notte pensando a loro e desiderando di essere amato e abbracciato da loro. Un certo cavaliere che cavalcava senza sella, una sorta di fantino, mi piaceva soprattutto per le sue belle gambe, che erano fasciate di muscoli fino alla cintola, lasciando i suoi bellissimi fianchi non coperti dai pantaloncini. Non c’era niente di coscientemente sensuale di queste fantasticherie, perché al momento non avevo sensazioni o conoscenze sensuali. Curiosamente, le donne-attrici allora mi respingevano (come fanno oggi) con una forza più o meno pari a quella con la quale ero attratto dagli uomini.

Avevo anche l’abitudine di trarre un grande piacere nel guardare uomini e ragazzi che nuotavano, ma le mie opportunità di vederli così erano estremamente rare. Non ho mai osato lasciare che i miei compagni sapessero come la pensavo in queste cose, ma la vista di un giovanotto ben fatto o di un uomo nudo mi avrebbero riempito (come accade anche ora) di un misto di pudore, angoscia, e gioia. Avevo l’abitudine di raccontarmi senza fine storie su un castello immaginario abitato da bei ragazzi, uno dei quali era particolarmente mio caro amico.

È stato sempre il principe, nelle favole, che catturava il mio interesse e il mio affetto. Ero costantemente innamorando di bei ragazzi che non ho mai conosciuto, né ho mai provato a mescolarmi con i loro amici, perché ero turbato davanti a loro, e non avevo simpatia né attitudine per i giochi da ragazzi. A volte ho giocato con le ragazze perché erano più tranquille e gentili, ma mi sono interessato a loro poco o niente.

Come avviene di solito, i miei genitori trascurarono di impartirmi qualsiasi nozione che riguardasse il sesso, e le conoscenze che possedevo erano raccolte furtivamente da fonti contaminate, discorsi di ragazzacci a scuola e altrove. I miei vecchi mi fecero sapere, in modo vago, che simili discorsi erano malvagi, e la timidezza naturale e il desiderio di essere ’buono’ mi impedì di imparare molto sulle questioni sessuali. Dato che non sono mai andato in collegio, mi sono state risparmiate, forse, molte delle degradanti iniziazioni amministrate in tali situazioni da ragazzi che hanno conoscenze sessuali.

A dispetto di quanto detto sopra, non credo di essere stato sessualmente molto precoce, e anche adesso sento che mi deriverebbe più piacere dalla semplice contemplazione che da un contatto personale con l’oggetto delle mie attenzioni amorose.

Crescendo, arrivò, naturalmente, un desiderio fisico non definito, ma era la bellezza di quelli che ammiravo che mi attraeva di più. Al momento della pubertà ho acquisito spontaneamente l’abitudine della masturbazione. Una volta, mentre facevo il bagno ho scoperto che una sensazione piacevole veniva dal toccare gli organi sessuali. Non passò molto tempo che quell’abitudine si consolidò. In un primo momento la praticavo, ma di rado, ma poi molto più frequentemente (per esempio, una volta a settimana), anche se a volte sono trascorsi mesi senza che mi lasciassi andare ad essa. Ho avuto sogni erotici solo tre o quattro volte nella mia vita. Considero l’abitudine della masturbazione moralmente riprovevole e ho deciso molte volte di interromperla, ma senza risultato. Mi offre solo una soddisfazione assolutamente momentanea, ed è sempre seguita da scrupoli e da rimorso.

Nella mia vita non ho mai provato alcuna sensazione sessuale per una donna, né ho avuto alcun rapporto sessuale con nessuna donna. Il solo pensiero di una cosa del genere è troppo ripugnante e disgustoso per me. Questo è vero, a parte ogni considerazione morale, e non credo che potrei arrivare ad una cosa del genere. Io non sono attratto in nessun modo dalle giovani donne. Anche la loro bellezza fisica ha poco o nessun fascino per me, e spesso mi chiedo come gli uomini possano essere così colpiti da essa. D’altra parte, io non sono uno che odia le donne, e ho molte forti amicizie del sesso opposto. Sono, però, donne più grandi di me, e la nostra amicizia è basata esclusivamente su determinati gusti intellettuali o estetici che abbiamo in comune.

Non ho avuto praticamente nessun rapporto fisico con gli uomini; in ogni caso, nessuno specificamente sessuale. Una volta, quando avevo circa 19 o 21 anni, ho iniziato ad abbracciare un giovane ben formato con il quale stavo dormendo, ma la timidezza e gli scrupoli hanno avuto la meglio sui miei sentimenti, e, dato che il mio compagno di letto non era amorosamente inclinato verso di me, non se ne fece nulla. Qualche anno dopo mi sono fortemente legato a un amico che avevo già conosciuto per diversi anni. Le circostanze ci fecero stare molto tempo insieme durante un’estate. Fu allora che sentii per la prima volta lo shock pieno dell’amore. Lui ricambiava il mio affetto, ma entrambi eravamo timidi nel mostrare i nostri sentimenti o nel parlarne. Spesso, camminando insieme, dopo che era scesa la notte, avremmo messo le braccia ciascuno sulle spalle dell’altro. Qualche volta anche quando dormivamo insieme ci saremmo stesi a stretto contatto, e il mio amico una volta suggerì che io mettessi le mie gambe contro le sue. Lui spesso mi pregava di passare la notte con lui, ma io cominciai a temere i miei sentimenti, e dormii con lui, ma di rado. Nessuno di noi due aveva idee precise sulle relazioni omosessuali, e, a parte quello che ho raccontato sopra, non abbiamo avuto nessun ulteriore contatto tra noi. Pochi mesi dopo che i nostri sentimenti amorosi si erano sviluppati il mio amico morì. La sua morte mi causò grande sofferenza, e il mio temperamento naturalmente religioso cominciò a manifestarsi in maniera forte. In questo periodo, inoltre, ho letto per la prima volta alcuni scritti di Mr. Addington Symonds, e certe allusioni nel suo lavoro, insieme con la mia recente esperienza, presto mi portarono ad una piena coscienza della mia natura invertita.

Circa otto mesi dopo la morte del mio amico mi capitò di incontrare in una strana città un giovane della mia età, che esercitava su di me un’attrazione forte e immediata. Aveva un volto raffinato e bello, aveva una gradevole struttura fisica, e, anche se era piuttosto poco portato a dimostrare i suoi sentimenti, diventammo ben presto amici.

Siamo stati insieme solo per pochi giorni, poi fui costretto ad andarmene per tornare a casa, e la separazione mi causò grande infelicità e depressione. Pochi mesi dopo passammo insieme un periodo di vacanza. Un giorno, durante il nostro viaggio andammo a nuotare, e ci spogliammo nello stesso stabilimento balneare. Quando vidi il mio amico nudo per la prima volta, mi sembrava così bello che avrei voluto buttargli le braccia al collo e coprirlo di baci. Tuttavia ho tenuto nascosti i miei sentimenti, osando a stento guardarlo per paura di non riuscire a trattenere i miei desideri. Più volte in seguito, nella sua stanza, l’ho visto nudo, con lo stesso effetto sulle mie emozioni. Fino a che non lo avevo visto nudo i miei sentimenti per lui non erano di carattere fisico, ma in seguito ho desiderato il contatto vero e proprio, ma solo di abbracci e baci. Sebbene fosse affezionato a me, non aveva assolutamente desideri amorosi per me, e essendo un tipo semplice, puro di sentimenti, mi avrebbe odiato per i miei sentimenti e per la mia natura invertita. Sono stato attento a non fargliela scoprire, e sono stato molto infelice quando mi ha confidato che era innamorato di una ragazza che voleva sposare. L’episodio è avvenuto diversi anni fa, e anche se siamo ancora amici, i miei sentimenti affettivi verso di lui si sono raffreddati notevolmente.

Sono sempre stato molto timido nel mostrare le mie tendenze affettive. La maggior parte dei miei conoscenti (e anche gli amici intimi) pensano che io sia stranamente freddo, e spesso si chiedono perché non mi sono mai innamorato o non mi sono sposato. Per ovvie ragioni non sono mai stato in grado di diglielo.

Tre o quattro anni fa, mi venne tra le mani il piccolo libro di Coventry Patmore, e dalla sua lettura risultò una strana mescolanza delle mie concezioni religiose e di quelle erotiche. Il desiderio di amare ed essere amati è difficile da soffocare, e, quando ho capito che da omosessuale non era né lecito né possibile per me amare in questo mondo, ho cominciato a proiettare il mio desiderio nell’altro mondo. Per nascita io sono un cattolico romano, e nonostante un temperamento un po’ scettico, cerco di rimanere tale per convinzione.

Dalle dottrine della Trinità, dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, ho tratto conclusioni che avrebbero riempito le menti del pietista medio di un sacro orrore, tuttavia io credo che (date le premesse), queste conclusioni siano logicamente e teologicamente difendibili. La divinità del paradiso che io immaginato non assomiglia in alcun modo alle insulse concezioni del Beato Angelico, o al Quartier St. Sulpice. Il suo aspetto fisico, almeno, sarebbe meglio rappresentato da qualche semidio di Prassitele o da qualche ragazzo meditabondo nudo di Flandrin.

Anche se queste fantasie mi hanno provocato notevoli inquietudini morali, non sembrano del tutto riprovevoli, perché sento che la felicità più importante che vorrei trarre dalla loro realizzazione deriverebbe principalmente dalla contemplazione della persona amata, piuttosto che da gioie che richiedono maggiore prossimità fisica.

Io ho solo una conoscenza superficiale della storia e dei particolari del misticismo erotico, ma è probabile che le mie idee non siano né nuove né particolari, e molte parole dei pochi scrittori mistici, con le cui opere ho una frequentazione, sembrano sostanzialmente d’accordo con quanto io bramo e con le mie conclusioni Nel tentativo di trovare per esse una convalida da parte di un’autorità valida, ho sempre cercato conferme da parte dei membri del mio stesso sesso, di conseguenza è assolutamente improbabile che io abbia modellato le mie opinioni seguendo quelle di donne ipersensibili o isteriche.

Voi giustamente dedurrete che è difficile per me dire esattamente come considero (moralmente) la tendenza omosessuale. Di una cosa, però, sono molto certo, cioè che, anche se fosse possibile, non vorrei scambiare la mia natura invertita con una normale. Ho il sospetto che le emozioni sessuali e anche quelle invertite abbiano un significato più sottile di quello che è generalmente attribuito loro, ma i moralisti moderni o combattono vergognandosi delle interpretazioni trascendentali o non ne vedono alcuna, e io sono ignorante e incapace di risolvere il mistero che questi sentimenti sembrano implicare.

Patmore parla abbastanza coraggiosamente, a suo modo, e Lacordaire ha accennato ad alcune cose, ma in maniera molto controllata. Io non ho né la capacità né l’opportunità di studiare quello che i mistici del Medioevo hanno da dire in questo senso, e, poi, il modo medievale di vedere le cose, non mi è congeniale. La caratteristica principale della mia tendenza è l’ammirazione preponderante per la bellezza maschile, e in questo io sono più simile ai Greci.

Non ho assolutamente parole per dirvi quanto potentemente tale bellezza mi colpisce. I valori morali e quelli intellettuali sono, lo so, di maggior importanza, ma la bellezza fisica la vedo più chiaramente, e mi appare come la più vivida (se non la più perfetta) manifestazione del divino. Un piccolo fatto può, forse, rivelarvi i miei sentimenti in modo più completo. Non molto tempo fa mi capitò di vedere un giovanotto insolitamente ben fatto entrare in una casa di appuntamento con una comune donna di strada. Quella vista mi riempì dell’angoscia più acuta, e il pensiero che la sua bellezza sarebbe stata presto a disposizione di una prostituta mi fece sentire come se fossi un testimone impotente e infelice di un sacrilegio. Può darsi che la mia passione per bellezza maschile sia solo un’altra manifestazione della vecchia mania platonica, perché col passare del tempo mi capita di desiderare sempre meno il vero giovane che sta davanti a me, e sempre di più una qualche creatura ideale e perfetta il cui splendore fisico e il cui cuore amabile sono le cose reali di cui noi vediamo solo i riflessi in questa grotta di ombre. Dalla nascita e dallo sviluppo dentro di me di quello che io chiamo, per la mancanza di un nome migliore, il mio ideale Patmoreo omosessuale, la vita è diventata, nel complesso, un’attività stanca. Io non sono depresso, però, perché molte cose ancora hanno per me un certo interesse. Quando tale interesse viene meno, come accade di tanto in tanto, mi sforzo di essere paziente. Dio voglia che, dopo la fine qui, io possa essere tratto dall’ombra, e allontanato dalle immagini di vana apparenza per giungere nell’aldilà al possesso della loro infinita realtà.”

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=5310

RAGAZZI GAY IN ALBERGO

Ciao Project,
mi sono messo a scrivere e non so nemmeno perché. Non so se è che voglio stare per forza al centro dell’attenzione, però pensare che mi leggerai mi fa una strana sensazione perché nessuno si interessa veramente a quello che faccio o penso. Mia madre in pratica mi passa solo un po’ di soldi, e pure pochi, ma per il resto se ne fraga del tutto, mio padre, ammesso che sia veramente mio padre, mi tiene in albergo come se fossi un pensionante estraneo, non mi tiene con sé in casa perché gli romperei le scatole, mi tiene proprio in albergo, lui ha un albergo e lì mi ha riservato una stanzetta, la peggiore dell’albergo, quella che non la venderebbe a nessuno, però così almeno non lo vedo quasi mai. Non è cattivo ma mi considera un pacco in deposito che si deve tenere per forza. È per questo che penso che non sia mio padre. Ultimamente però siamo ai ferri corti. Sto in una stanza d’albergo, ok, ma quella è casa mia, dico casa, non sono un ospite dell’albergo, quindi ci posso portare chi mi pare e ci posso fare quello che mi pare, o no? Beh, per lui no! La settimana scorsa ci ho portato un ragazzo e ho dormito con lui. Naturalmente il personale dell’albergo ha fatto la spia, perché non si fanno mai i cavoli loro. Ma io dico, voi siete pagati per pulire, per tenere in ordine, mica per fare la spia. Vabbe’ poi mio padre vuole sapere chi è, perché è rimasto con me, ecc. ecc., io gli racconto un po’ di balle, che è un mio compagno di scuola e abbiamo studiato fino a tardi e allora ha dormito con me. E qui giù domande perfide, perché nella mia stanza c’è un solo letto, mi ha chiesto se ho fatto portare un secondo letto, gli ho detto di no, perché era tardi e non volevo rompere le scatole al personale, e lui insisteva: “Ma avete dormito nello stesso letto?” E gli ho detto di sì. Ha fatto una faccia strana, ma non ha insistito, però penso che abbia capito. Se gli avessero detto che avevo portato una ragazza in camera sarebbe stato contento, ma così era stranito forte. Siccome l’ho visto incazzato nero (e quando lo vedo così sono molto soddisfatto) il giorno appresso ho insistito perché il mio compagno si trattenesse di nuovo a dormire con me. Questa volta ho chiesto al personale di montare un lettino che ovviamente non abbiamo usato. Anche questa notizia è arrivata immediatamente all’orecchio di mio padre che si è ripresentato, ma il discorso lo prendeva solo alla lontana. Io gli ho detto che la notte faceva freddo, questo perché doveva pensare che abbiamo dormito abbracciati perché faceva freddo. Tre giorni fa il disastro. Mio padre va a parlare coi professori, professori nuovi, perché sono stato bocciato e ho cambiato scuola. Io nella scuola nuova ho deciso di tenere sempre comportamenti liberi, perché mi devo reprimere? Liberi ma educati con tutti. I prof. non sono stupidi e non hanno fatto storie (non hanno nemmeno fatto finta di non vedere) e anche i compagni nuovi, salvo piccole cose proprio all’inizio, non hanno fatto storie. Mio padre va a parlare con la prof. di Italiano, che gli dice tutta sorridendo che sono un bravo ragazzo che non si è schiuso e che l’ha presa bene e che non è inibito nonostante tutto, è un discorso strano, mio padre non capisce, la prof. si rende conto che lui non sa e fa macchina indietro, la conversazione diventa imbarazzata, poi tornano su discorsi formali e il colloquio finisce lì. Così me l’ha raccontata la prof.. La prof, esce con una scusa dall’aula e va ad avvisare i colleghi che mio padre non sa. Gli altri rimangono sul generico ma l’insegnante di religione no! Prende da parte mio padre e gli dice che io a scuola sto sempre abbracciato con uno e che del fatto che sono gay non ne faccio mistero. Mio padre finisce il giro dei prof. cercando conferme ai discorsi del prete, ma non ne trova. Il giorno appresso me lo ritrovo in albergo. Ma lui ai colloqui con prof. della vecchia scuola non c’era mai andato, nemmeno quando lo avevano chiamato con una raccomandata perché stavo per perdere l’anno. Non c’è voluto molto perché capisse, prima lo sospettava solo, ma adesso era una certezza. Viene da me e vuole sapere. Io sgrano tanto d’occhi e gli dico: “Ma sei rincitrullito del tutto? Io frocio? (ho detto proprio frocio!)” E l’ho mandato a quel paese come se avesse detto una cosa assurda. Se n’è andato, parecchio dubbioso, perché ero stato molto deciso. Ma io dico: ma che te ne frega a te? Non te n’è mai fregato un cazzo per quasi vent’anni e adesso vuoi fare il papà? Ma vai a farti fottere! L’amico col quale mi tengo abbracciato a scuola non è quello che è venuto in albergo e con quello dell’albergo non ci ho fatto proprio nulla perché è 100% etero, anche se non ha preconcetti, al punto che abbiamo dormito nello stesso letto, e poi non c’erano pericoli, perché è pure brutto e di fare qualcosa con lui proprio non mi è mai passata la fantasia. Il fatto è che io sono solo. Quest’anno dovrei finalmente riuscire a fare la maturità. Per l’università è una cosa ambigua, voglia di studiare ne ho poca, ma lì ci sono tanti ragazzi e c’è una certa libertà, non è come a scuola che è come una galera. Vorrei fare una facoltà leggerina, mio padre mi vuole mandare ad economia perché dice che pensa di potermi inserire nella gestione dell’albergo, ma secondo me è una cosa detta così per dire perché con i rapporti che abbiamo non si fida certo di me, a parte che pensa che sono un incapace, pensa che io lo possa mandare fallito per dispetto. Sono gay, ma non ho un ragazzo, non è mai stata la mia idea fissa, vorrei soprattutto un amico, meglio ancora ne vorrei più di uno. Bei ragazzi ne ho visti tanti, ma a parte che probabilmente erano etero, quando provavo a parlarci mi sentivo un marziano, dicevano solo io, io, io, e basta, allora meglio stare solo o con uno etero intelligente, come il ragazzo che è venuto all’albergo. Non mi voglio vendere per un po’ di sesso, voglio uno che mi voglia bene veramente, se c’è bene, se non c’è ne faccio a meno, non voglio finire nella trappola delle coppiette che si mettono insieme tanto per giocare un po’ e poi alla fine non ne vengono più fuori e fanno finta che quella è la scelta di fondo della vita. No! E lo dico per esperienza indiretta, perché i miei si sono messi insieme proprio così e adesso sono due falliti alla ricerca di rivincite. Non cerco ragazzi sui siti di incontri o con applicazioni strane, se mi capiterà il ragazzo giusto sono disposto a dargli tutto me stesso, ma se si sente subito odore di bruciato lo mollo e me ne vado. Tra parentesi, avevo visto un ragazzo molto bello, forse pure lui etero, poi ho visto che si è acceso una sigaretta e allora mi è crollato subito. Ci sono cose che mi preoccupano, soprattutto l’università, perché penso che non combinerò niente più o meno come è successo a scuola, anche perché non vedo una sola facoltà che mi interessa veramente, di matematica non ho mai capito niente, giurisprudenza è la facoltà dei figli di papà, lettere e filosofia è cosa per le ragazze (e poi non mi piace proprio perché sono tutte ragazze), economia non la farei mai per non dare una soddisfazione a mio padre. Che ci resta? Psicologia? Mah… la vedo proprio nera, magari con un ragazzo vicino sarebbe diverso.
Tutto qui, Project, se mi rispondi, poi magari mi faccio risentire. Ciao!
Lello
p.s.: se vuoi, pubblica la mia mail.

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E. CARPENTER: “IL SESSO INTERMEDIO” TERZA PARTE

IV

L’AFFETTO NELL’EDUCAZIONE

Il ruolo dell’affetto e del desiderio di affetto come forza educativa nella vita scolastica è un argomento che sta cominciando ad attrarre un bel po’ di attenzione. Fino ad ora l’educazione si è concentrata sullo sviluppo intellettuale (e fisico); ma gli affetti sono stati abbandonati a prendersi cura di se stessi. Ora si comincia a capire che gli affetti hanno moltissimo da dire nella crescita del cervello e del corpo. La loro evoluzione ed organizzazione, a qualche livello, sta probabilmente per diventare una parte importante della gestione della scuola.

Le amicizie scolastiche ovviamente esistono e quasi ognuno di noi si ricorda che esse occupavano un grande spazio nel panorama dei suoi primi anni; ma si ricorda anche che esse non erano in alcun modo riconosciute, e che, di conseguenza la parte principale della loro forza e del loro valore andava perduta. È comunque evidente che il primo schiudersi di un forte attaccamento nell’adolescenza di un ragazzo o di una ragazza deve avere una profonda influenza; mentre se quell’attaccamento si produce tra compagni di scuola, uno più grande e l’altro più giovane, la sua importanza rispetto all’educazione ben difficilmente può essere sopravvalutata.

Pochi negheranno che tali sentimenti prendono talvolta forme piuttosto intense e romantiche. Ho davanti a me una lettera, nella quale l’autore, parlando di un attaccamento che aveva provato quando era un ragazzo di sedici anni, per un giovane in qualche modo più anziano di lui, dice:

“Avrei voluto morire per lui dieci volte. Gli strumenti e i piani per incontrarlo (imbattersi in lui casualmente, per così dire) erano quelli che un ragazzo usa per la sua innamorata, e quando lo vedevo, il mio cuore batteva così violentemente che mi toglieva il respiro e non potevo parlare. Ci siamo incontrati a … , e durante le settimane in cui lui si trattenne lì, io non pensai ad altro – pensavo a lui giorno e notte – e quando se ne tornò a Londra presi l’abitudine di scrivergli una lettera ogni settimana, si trattava di vere lettere d’amore, lunghe parecchie pagine. Non provai mai neppure la minima gelosia nonostante la nostra amicizia durasse da alcuni anni. Per quanto violenta e stravagante fosse la passione credo di essere stato perfettamente libero da sentimenti sessuali, perfettamente sano e in buono stato. Ciò contribuì marcatamente alla mia crescita. Guardando indietro a questo fatto e analizzandolo bene per quanto mi è possibile, mi sembra di riconoscere come elemento fondamentale in esso una fuga dallo stretto puritanesimo nel quale sono stato allevato, verso una natura larga, solare e ingenua che non conosceva affatto tutti quei legami dei quali allora stavo cominciano a diventare consapevole.”

Shelley nel suo frammentario “Saggio sull’amicizia” parla nel modo più splendido di un attaccamento che visse a scuola, e così fa anche Leigh Hunt nella sua “Autobiografia”. Dice quest’ultimo:

“Io non ho raccolto alcun altro beneficio dal “Christ’s Hospital”, ma la scuola mi sarebbe comunque cara per il ricordo delle amicizie che sono nate in essa, e per il primo sapore di paradiso che mi diede in questo affetto molto spirituale … Non dimenticherò mai l’impressione che ciò mi provocò. Amavo il mio amico per la sua gentilezza, il suo candore, la sua genuinità, la sua buona reputazione, la sua libertà anche dal mio modo di essere più vivace, la sua calma e ragionevole gentilezza … Dubito che abbia mai immaginato neppure un decimo del riguardo e del rispetto che io avevo nei suo confronti, e sorrido pensando alla perplessità (quantunque lui non l’abbia mai dimostrata) che probabilmente qualche volta provò di fronte alle mie espressioni entusiastiche; perché io lo consideravo una specie di angelo.”

Non è comunque necessario citare autori come questo su questo argomento [1] Chiunque abbia avuto esperienza dei ragazzi della scuola sa abbastanza bene che essi sono capaci ci creare queste forme di attaccamento romantico e devoto e che le loro alleanze sono spesso del tipo particolare cui abbiamo fatto cenno come fattori che hanno un peso sull’educazione – cioè tra uno più giovane e uno più anziano. Si tratta di forme di attaccamento genuino, libere di regola, e al loro inizio, da motivi secondari: non sono create dal più vecchio per qualche finalità personale. Più frequentemente, io credo, sono create dal più giovane che ingenuamente lascia che la sua ammirazione verso il più grande diventi visibile. Ma si tratta di forme di attaccamento intense e assorbenti, e da entrambe le parti la loro influenza è profondamente sentita ed è ricordata per molto tempo. È comunque evidente che queste forme di attaccamento possono essere di grandissimo valore. Il ragazzo più giovane vede l’altro come un eroe, ama trovarsi con lui, freme di piacere alle sue parole di orgoglio e di gentilezza, imita e fa suoi il sui percorso e i suoi standard, impara esercizi e giochi, contrae abitudini e ottiene informazioni da lui. Il più anziano, profondamente toccato, diventa protettore e ausilio, il lato non egoistico della sua natura è portato alla luce, ed egli sviluppa un autentico affetto e una tenerezza verso il più giovane. Sopporta fastidi di ogni tipo per iniziare il suo protetto agli sport di squadra o agli studi; è orgoglioso del successo del più giovane e lo guida, magari dopo un po’, a condividere le sue idee personali sulla vita, sul pensiero e sul lavoro.

Qualche volta l’alleanza comincerà, in un modo corrispondente dal lato del ragazzo più grande. Qualche volta, come abbiamo detto, un simile attaccamento, o il germe di esso, si ritrova tra un ragazzo e un insegnante; ed è veramente difficile dire quale abisso, o differenza di età, di cultura, di classe sociale sia tanto grande che un affetto di questo tipo non sia capace all’occasione di superarlo. Ho con me una lettera scritta da un ragazzo di undici o dodici anni ad un giovane di ventiquattro o venticinque. Il ragazzo era piuttosto servaggio, un “cattivo” ragazzo, e aveva dato ai suoi genitori (gente della classe lavoratrice) un bel po’ di problemi. Frequentava, comunque, una specie di scuola notturna o di corso pomeridiano e lì concepì un affetto forte (testimoniato da questa lettera) per il suo insegnante, il giovane in questione appunto, abbastanza spontaneamente e senza nessun tentativo da parte del giovane di sollecitarlo; e (cosa ugualmente importante) senza nessun tentativo da parte sua di negarlo. Il risultato fu molto favorevole; quell’unica forza che poteva realmente arricchire il ragazzo, per cos’ dire, era stata trovata e il ragazzo si sviluppò rapidamente e bene.

Il seguente estratto proviene da una lettera scritta da un uomo anziano che aveva una grande esperienza come insegnante. Egli dice:

“Mi è sempre sembrato che il rapporto che esiste tra due creature umane, sia che siano dello stesso sesso sia che siano di sesso diverso, sia una forza non sufficientemente riconosciuta e capace di produrre grandi risultati. Platone comprese completamente la sua importanza e mirò a dare una direzione nobile ed altra a ciò che per i suoi concittadini era più o meno sensuale … Dato che ho avuto molto a che fare con l’istruzione dei giovani e con l’avviarli alla vita, sono convinto che il grande segreto dell’essere un buon insegnante consista nella possibilità di quel rapporto, di natura non meramente intellettuale, ma che coinvolge certi elementi fisici, un affetto personale, quasi indescrivibile, che cresce tra allievo e insegnante e attraverso il quale i pensieri vengono condivisi e si crea un’influenza che non potrebbe esistere in nessun altro modo.”

E deve essere evidente a tutti che allargare la mente di un ragazzo giovane fino ad avere una relazione di affatto con una persona più grande, sensibile e disponibile, del suo stesso sesso, debba essere un dono di valore immenso. A quell’età l’amore per l’altro sesso non si è ancora manifestato e infatti non è esattamente quello che si va cercando. La mente non ancora formata richiede un modello ideale di se stessa, per così dire, al quale possa aggrapparsi o in direzione del quale possa svilupparsi. Ed è ugualmente evidente che la relazione e il suo successo dipenderanno fortissimamente dal carattere del più anziano, dall’autocontrollo e dalla tenerezza di cui è capace e dall’ideale di vita che egli ha in mente. Questa probabilmente è la ragione per cui La tradizione greca, almeno nei primi giorni dell’Ellade, non solo riconobbe le amicizie tra ragazzi più grandi e ragazzi più giovani come un’istituzione nazionale di grande importanza ma produsse anche leggi specifiche o regole concernenti la loro condotta perché fossero una guida e un aiuto per il più grande in quella che era riconosciuta come una posizione di responsabilità.

A Creta, per esempio,[2] si entrava in un’amicizia in modo piuttosto formale e pubblico, con la consapevolezza e l’approvazione dei parenti; la posizione del più anziano era chiaramente definita e diventava suo dovere allenare ed esercitare il più giovane nell’uso delle armi, nella caccia, ecc.; mentre il più giovane poteva ottenere una riparazione dalla legge se il più grande lo avesse sottoposto a insulti o ingiurie di qualsiasi tipo. Alla fine di un certo periodo di prova, se il più giovane lo desiderava, poteva lasciare il suo compagno; altrimenti diventava il suo attendente e accolito – mentre il più grande era obbligato a fornirgli l’equipaggiamento militare – e da allora in poi i due combattevano insieme in battaglia, “ispirati da un doppio valore, secondo il concetto dei Cretesi, dagli dei della guerra e dall’amore.”[3] Costumi simili erano dominanti a Sparta e, in un modo meno definito, negli altri stati greci; e infatti questi usi sono stati dominanti tra tutte le razze semi-barbariche alla soglia della civiltà.

Comunque, quando passiamo alla vita moderna e alla situazione attuale, come per esempio alle scuole pubbliche di oggi, ci può ben essere obiettato che dell’ideale suggerito troviamo molto poco, ma troviamo piuttosto una spaventosa discesa verso condizioni assai poco incoraggianti. Finora l’amicizia è passata dall’essere considerata una istituzione il cui valore era riconosciuto e compreso ad essere una realtà a stento riconosciuta che attualmente è spesso scoraggiata e mal compresa.

E anche se gli attaccamenti come quelli che noi abbiamo descritto esistono, esistono comunque in modo sotterraneo, per così dire, a loro rischio e mezzi soffocati in un’atmosfera che può solo essere descritta come quella della marginalità. In qualche modo il male di una sessualità prematura sembra aver preso possesso dei nostri centri di educazione. Pratiche e abitudini miserevoli abbondano, e (cosa che è forse il loro risultato peggiore) oscurano e degradano la concezione del ragazzo di quello che il vero amore o l’amicizia possono essere.

Per quelli che hanno familiarità con le grandi scuole pubbliche lo stato dei fatti non ha alcun bisogno di essere descritto. Un amico (che ha messo a disposizione alcuni suoi appunti) dice che ai suoi tempi una certa ben nota scuola pubblica era un ammasso di sporcizia, di incontinenza e di conversazioni oscene, mentre nello stesso tempo una grande quantità di affetto genuino, fino all’eroismo, si manifestava tra i ragazzi nei loro rapporti interpersonali. Ma “tutte queste cose erano trattate dagli insegnanti e dai ragazzi più o meno come cose empie col risultato che erano o ricercate o mese da parte secondo l’istinto sessuale o emotivo del ragazzo. Non si faceva alcun tentativo di distinguere. Un bacio era per esempio altrettanto sporco come l’atto della fellatio, e nessuno aveva una misura o un principio qualsiasi sulla base del quale guidare le voglie dell’adolescenza.”

L’autore entra poi in dettagli che non è necessario riportare qui. Lui e altri erano iniziati ai misteri del sesso dall’inserviente del dormitorio; e i ragazzi, corrotti in questo modo, abusavano uno dell’altro.

Naturalmente in qualsiasi atmosfera simile, le probabilità che non si arrivi alla formazione di un decente e sano attaccamento è molto grande. Se accade che il ragazzo più grande è dedito alla sensualità, egli ha qui la sua opportunità; se invece egli non è dedito alla sensualità, le idee correnti probabilmente hanno l’effetto di rendergli sospetta la sua stessa affettività, ed egli finisce a soffocare e a ripudiare la parte migliore della sua natura. In entrambi i casi si è fatto un danno.

I ragazzi grandi in questi posti diventano o triviali e licenziosi oppure duri e presuntuosi; i ragazzi più giovani, invece di essere educati e rafforzati dai più grandi diventano piccoli disgraziati effeminati, “favoriti”, ragazzi da accarezzare, i ragazzi disponibili della scuola. Con l’andare del tempo l’opinione pubblica sulla scuola cessa di credere nella possibilità di una sana amicizia; gli insegnati cominciano a dare per scontato (e non senza ragione) che ogni affetto significhi pratiche sensuali, e finiscono per fare del loro meglio per scoraggiare quegli affetti.

Ora questo stato dei fatti è veramente disperato. Non c’è nessun bisogno di essere puritani oppure di considerare gli errori dell’adolescenza come peccati imperdonabili, infatti si può ammettere per quanto possibile che un po’ di frivolezza sia migliore della durezza e della presunzione; ormai chiunque sappia qualcosa dell’argomento sente e deve sentire che lo stato delle nostre scuola è cattivo.

Ed è così perché dopotutto la purezza (nel senso di continenza) è di primaria importanza nell’adolescenza. Prolungare il periodo di continenza nella vita di un ragazzo significa prolungare il periodo di crescita. È una semplice legge psicologica e molto ovvia, e qualsiasi altra cosa si dica in favore della purezza, questa resta forse quella di maggior peso. Introdurre abitudini sensuali e sessuali – e uno dei peggiori di questi è l’auto-abuso – in un’età molto giovane significa arrestare la crescita sia fisica che mentale.

E ciò che è ancora peggio, significa arrestare la capacità affettiva. Io credo che l’affetto, l’attaccamento, – sia per un sesso che per l’altro, nasce normalmente in una giovane mente in una forma piuttosto diffusa, ideale ed emotiva – una forma di bramosia e di stupore, come qualcosa di divino – senza un pensiero definito o una specifica consapevolezza del sesso. Il sentimento si espande e riempie, come se fosse una marea che sale, ogni fessura della natura emotiva e morale. E quanto più (ovviamente entro limiti ragionevoli) il suo definito indirizzarsi verso il sesso è spostato nel tempo, tanto maggiore è la finezza, l’ampiezza, e la forza di carattere che ne deriva. Tutte le esperienze indicano che un troppo anticipato sbocco verso il sesso riduce e indebolisce la capacità affettiva.

Ma è proprio questo sbocco anticipato che costituisce il più grosso problema della scuola pubblica. E in realtà non sembra incredibile che il peculiare carattere dell’uomo della classe media di oggi, la sua natura affettiva non sviluppata e un certo abbrutimento e una certa legnosità siano largamente dovuti alla condizione prevalente dei posti deputati alla sua educazione. I Greci, col loro straordinario istinto per la salute, sembrano aver percepito il cammino giusto in tutta questa materia e, mentre incoraggiavano l’amicizia, come abbiamo visto, davano una grande importanza alla modestia nella prima parte della vita – perché i guardiani e gli insegnanti di ogni ragazzo di buona famiglia erano specificamente chiamati a sorvegliare la sobrietà delle sue abitudini e delle sue maniere.[4]

Nell’educazione, generalmente, mi sembra (sia che si tratti di ragazzi che di ragazze) ci troviamo a dover fare i conti con due grandi tendenze che non possono essere ignorate e devono essere candidamente riconosciute per dare loro la giusta direzione. Una di queste tendenze è quella all’amicizia. L’altra è la naturale curiosità dei ragazzi per il sesso. Quest’ultima è, o dovrebbe essere, un interesse perfettamente legittimo. Un ragazzo, al momento della pubertà naturalmente vuole sapere – e deve sapere – che cosa sta succedendo e quali sono gli usi e le funzioni del suo corpo. Il ragazzo non va molto in profondità nelle cose, un’informazione sommaria probabilmente potrà soddisfarlo. Ma la curiosità c’è , ed è quasi certo che il ragazzo, se è un ragazzo di buon senso o di carattere riuscirà in un modo o nell’altro a soddisfare quella curiosità.

Il processo è realmente solo un processo mentale. Il desiderio – salvo qualche caso anormale – non si è ancora manifestato con forza; e c’è spesso e forse sempre all’inizio una reale ripugnanza per qualsiasi cosa tipo le pratiche sessali.

Ma il desiderio di informazione esiste ed è, io dico, abbastanza legittimo.[5] In quasi tutte le società umane, eccettuate, curiosamente, le nazioni moderne, ci sono state istituzioni per l’iniziazione di entrambi i sessi in queste materie, e queste iniziazioni sono spesso state associate, nel fiore che si apre della giovane mente, con l’idea di inculcate gli ideali di virilità e femminilità, di coraggio, di ardimento e i doveri del cittadino e del soldato.[6]

Ma che cosa fa ma scuola moderna? Chiude una botola sull’intera questione. C’è un tacere, un sinistro tacere. Una curiosità legittima ben presto diventa una curiosità illegittima dello stesso tipo e un desiderio furtivo si insinua dove prima non c’era desiderio. Il metodo della marginalità prevale. In assenza di ogni riconoscimento dei bisogni dell’allievo, l’informazione di contrabbando passa furtivamente da uno all’altro; la presa in giro e “l’oscenità” prendono il posto delle spiegazioni ragionevoli e decenti, le pratiche insane seguono, la sacralità del sesso se ne va per la sua strada per non tornare più e la scuola è piena di discorsi e di pensieri prematuri e morbosi su un argomento che dovrebbe giustamente solo sorgere appena sull’orizzonte della mente.

L’incontro di queste due correnti , dell’attaccamento ideale e del desiderio sessuale, costituisce un momento piuttosto critico anche quando si verifica per la via normale – cioè più avanti, all’età del matrimonio. Anche nelle condizioni più favorevoli, al loro primo incontro, sorge un certo conflitto nella mente. Ma nella moderna scuola, questo conflitto, anticipato di gran lunga troppo presto e accompagnato da una soppressione artificiale della corrente più nobile e dalla rapida precipitazione di quella più bassa, finisce semplicemente nel disastro per la prima. Gli insegnanti conducono una guerra contro l’incontinenza e fanno bene a farlo. Ma come la conducono? Come ho detto con un sinistro silenzio e con furia, guidando l’ascesso a scendere sempre più in profondità, coprendo la fogna, e confondendo, quando si presentano davanti ai loro occhi – sia nei loro pensieri che in quelli dei ragazzi – un vero attaccamento con quello che essi condannano.

Non molto tempo fa il preside di una grande scuola pubblica, uscendo in modo inatteso dal suo studio colse per caso due ragazzi che si abbracciavano nel corridoio. Forse, e anche probabilmente, si trattava della semplice e naturale espressione di un attaccamento non sofisticato, certo non era nulla che di per sé si potesse definire giusto o sbagliato. Che cosa fece? Fece entrare i due ragazzi nel suo studio, fece loro una lunga lezione sulla nefandezza della loro condotta con abbondanti allusioni al fatto che lui sapeva che cosa quelle cose significassero e a che cosa conducessero, e finì per punirli entrambi in modo adeguato. Ci poteva essere qualcosa di più sciocco? Se la loro amicizia era pulita e naturale, il maestro stava solo cercando di fare sentire loro che invece era sporca e innaturale, e che una cosa amabile e onorevole era abominevole. Se l’atto era – ciò che è almeno improbabile – un mero segno di lussuria – anche allora la cosa migliore sarebbe stata presumere che fosse una cosa onorevole, e parlando ai ragazzi, sia insieme che separatamente, cercare di ispirare solo un ideale migliore; mentre se tra queste due posizioni il maestro realmente avesse creduto che l’affetto, benché onorevole avrebbe portato a cose indesiderabili, allora ovviamente, punire i due ragazzi avrebbe avuto solo il risultato di cementare la loro unione, di dar loro una ragione forte per nasconderla e di accelerare la loro corsa in avanti. Ma ognuno sa che questo è il metodo tipico con cui questo argomento è affrontato nelle scuole. È il metodo della disperazione. E gli insegnanti (forse non innaturalmente) rendendosi conto di non avere il tempo che ci vorrebbe per trattare personalmente con ciascun ragazzo, e nemmeno le forze a loro disposizione attraverso le quali sperare di introdurre nuovi ideali di vita e di condotta nella loro piccola comunità e sentendosi quindi completamente incapaci di far fronte alla situazione, si lasciano trasportare ad un atteggiamento di mero silenzio riguardo a queste cose, temperato da scoppi di incontrollata e irragionevole severità.

Mi azzardo a pensare che i maestri di scuola non risolveranno mai il problema finché non riconosceranno con coraggio i due bisogni in questione e finché non procederanno candidamente a dar loro un’adeguata soddisfazione.

Il bisogno di informazione – la legittima curiosità – dei ragazzi (e delle ragazze) deve essere affrontata

(1) in parte con lezioni di fisiologia,

(2) in parte con discorsi privati e confidenze tra il più grande e il più giovane, basate sull’amicizia.

Quanto al punto (1), lezioni di questo genere sono state felicemente realizzate in poche scuole avanzate e con buoni risultati. E anche se queste lezioni possono trattare, nella quali generalità dei casi, i fatti relativi alla maternità e alla generazione, non possono mancare, se ben condotte, di imprimersi nelle giovani menti e dare loro un’idea più grande e più rilevante dell’argomento che normalmente trattano.

Quanto al punto (2), anche se qualche rudimentale insegnamento sul sesso e delle lezioni di fisiologia possono essere date in classe è ovvio che un’istruzione più avanzata e in sostanza ogni vero aiuto nella condotta della vita e nella moralità può arrivare solo attraverso confidenze strette e ténere tra il più grande e il più giovane, come esistono dove c’è una forte amicizia da cui cominciare. È ovvio che un aiuto concreto può arrivare solo per questa via e che questa è la sola via attraverso cui si può desiderare che arrivi. L’amico più grande in questo caso, si potrebbe dire che dovrebbe essere, e in molti casi può essere, il genitore, madre o padre – che dovrebbe essere certamente capace di imprimere nel figlio che si stringe a lui la sacralità della relazione. E sarebbe veramente desiderabile che i genitori prendessero in considerazione il modo per assumere questo ruolo più liberamente in futuro. Ma per qualche motivo non chiarito c’è comunque spesso un abisso di riservatezza tra i genitori (inglesi) e i figli; e il ragazzo, che passa molto tempo a scuola, finisce piuttosto sotto l’influenza dei suoi compagni più gradi che dei suoi genitori. Se quindi i ragazzi e i giovani non possono essere rassicurati e incoraggiati a formare decenti amicizie amorose tra loro o con quelli che sono più grandi o più giovani di loro, – nelle quali molte questioni delicate potrebbero essere affrontate e la tradizione di una condotta assennata e virile con riguardo al sesso potrebbe essere trasmessa – ci troviamo veramente in una situazione molto critica e siamo coinvolti in un circolo vizioso dal quale sembra difficile uscire.

E così (noi crediamo) il bisogno di attaccamento affettivo deve essere affrontato anche attraverso il suo completo riconoscimento e la garanzia della sua espressione entro ragionevoli limiti, attraverso la disseminazione di un bel po’ di amicizia e con l’inserimento di essa dalla parte della virilità e della temperanza.

Non è forse sommamente desiderabile che le scuole riconoscano rapidamente i rapporti camerateschi come una normale istituzione – molto più importante, dico, dello “stancarsi” {fagging} – una istituzione che ha il suo ruolo definito nella vita della scuola, nei giochi e negli studi, con i suoi doveri, le sue responsabilità, i suoi privilegi, ecc., un’istituzione che deve ramificarsi attraverso la piccola comunità, deve tenerla unita ed ispirare i suoi membri con le due qualità dell’eroismo e della tenerezza, che insieme formano le basi di un buon carattere?

Ma qui bisogna dire che se noi speriamo in qualche grande cambiamento nella condotta della grosse scuole per ragazzi, le cosiddette scuole pubbliche non sono certo i posti adatti in cui andare a cercare quel cambiamento – o a qualsiasi livello anche solo un suo inizio. In primo luogo queste istituzioni sono ostacolate dalle loro potenti tradizioni che naturalmente le rendono conservatrici; e in secondo luogo la loro stessa grandezza e il numero dei ragazzi rende loro difficile gestire la tradizione o modificarla. Gli insegnanti sono sovraccaricati di lavoro; e la (necessaria) di visione di così tanti ragazzi in “case” separate ha come effetto che l’insegnante che introduce una migliore tradizione all’interno della sua casa ha sempre davanti a sé la prospettiva che il suo lavoro sarà cancellato dal continuo e talvolta contaminante contatto con i ragazzi che provengono da altre case. No, sarà invece nelle piccole scuole, dico quelle tra 50 e 100 ragazzi, che l’influenza personale del preside sarà una forza reale che raggiunge ogni giovane e in cui egli potrà realmente plasmare la tradizione della scuola, e solo lì noi potremo vedere un migliorato stato delle cose.[7]

Non c’è dubbio che i primi passi in qualsiasi riforma di questo tipo siano difficili; ma gli insegnanti sono in genere ostacolati dalla confusione nella mente del pubblico alla quale abbiamo già fatto riferimento, che così spesso continua ad abbassare qualsiasi forma di attaccamento tra due ragazzi o tra un ragazzo e il suo insegnante a niente altro che sensualità. Molti insegnanti capiscono abbastanza bene la situazione ma si sentono privi di aiuto di fronte all’opinione pubblica. Chi è così adatto (essi talvolta lo percepiscono) per illuminare un giovare ragazzo e guidare la crescita della sua mente, di uno di loro, quando un legame di affetto esiste tra i due? Come l’autore della lettera citata nella prima parte di questo saggio essi credono che “un affetto personale, quasi indescrivibile, cresce tra l’allievo e il maestro, attraverso il quale i pensieri sono condivisi e si crea un’influenza che non potrebbe esistere in nessun altro modo”. Tuttavia, quando il ragazzo si incontra con uno col quale tutto questo può diventare vero, un ragazzo che dai suoi sguardi supplichevoli mostra il sentimento che lo anima e la profonda impronta che desidera ricevere, per così dire, dal suo insegnante, quest’ultimo lo tradisce, nega il suo proprio istinto e il grande desiderio del ragazzo e lo tratta con freddezza mantenendo le distanze. E perché? Semplicemente perché teme, anche se la desidera, la confidenza del ragazzo. Ha paura dell’ingenua e perfettamente naturale manifestazione dell’affetto del ragazzo con la carezza o con l’abbraccio perché sa come la bastarda opinione pubblica la interpreterà o meglio la interpreterà malamente; e piuttosto che correre un rischio del genere, chiude le fontane del cuore, nega l’aiuto che solo l’amore può dare e deliberatamente morde il tenero bocciolo che si rivolge a lui per avere luce e calore.[8]

Il terrore panico che prevale in Inghilterra riguardo a questo tipo di espressione di affetto ha il suo aspetto comico. L’affetto esiste e si sa che esiste da entrambe le parti; ma noi dobbiamo seppellire la testa nella sabbia e far finta di non vederlo. E se per caso siamo costretti a riconoscerlo, dobbiamo dimostrare il nostro grande discernimento gettando su di esso il sospetto. E così gettiamo via nell’immondizia uno degli elementi più nobili e più preziosi dell’umana natura. Certamente se i dinieghi o i sospetti su ogni affetto naturale fossero benèfici, potremmo scoprirli nelle nostre scuola; ma vedendo lì il fallimento nel chiarificare i toni, è abbastanza evidente che il metodo in sé è sbagliato.

Le osservazioni in questo saggio hanno sostanzialmente come riferimento la boy’s school, dove gli stessi problemi prevalgono nettamente, con questa differenza, che nella scuola per le ragazze l’amicizia invece di essere repressa è piuttosto incoraggiata dall’opinione pubblica; solo che sfortunatamente si tratta di amicizie di una settimana e di avvicendamento sentimentale, e non sono molto sane, né in sé che né le abitudini cui conducono. Anche qui, nella scuola delle ragazze, l’argomento richiede che si guardi dall’altra parte; l’amicizia richiede di essere stabilità su una base più solida e meno sentimentale; e sull’argomento del sesso, così straordinariamente importante per le donne, bisogna che ci sia un insegnamento consistente e attento, sia pubblico che privato. Forse l’educazione comune di ragazzi e ragazze potrebbe essere utile nel rendere i ragazzi un po’ meno vergognosi dei loro sentimenti e le ragazze più sane nell’espressione di qui sentimenti.

A qualsiasi livello, più si riflette sulla materia, più chiaramente, io credo, apparirà chiaro che un sano affetto deve, alla fine, essere la base dell’educazione e che il riconoscimento di questo fatto sarà l’unica strada per uscire dalle difficoltà della scuola moderna.

È vero che un cambiamento simile rivoluzionerebbe la vita scolastica; ma quel cambiamento arriverà comunque e non c’è dubbio che procederà di pari passo con quelli che stanno prendendo piede nella società libera.

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[1] Per altri esempi, vedi Appendice, pp. 135-140.

[2] Müller, “Storia delle antichità della razza dorica”.

[3] Müller.

[4] Confronta l’incidente alla fine del “Lisia” di Platone, quando arrivano i tutori di Lisia e Menesseno e mandano i ragazzi a casa.

[5] Per un utile manualetto su questo argomento, vedi: “Come siamo nati” di Mrs. N.J. (Daniel, London). Per un’argomentazione generale in favore dell’insegnamento del sesso vedi: “La formazione del giovane alle leggi del sesso”, di Canon Lyttelton, preside del College di Eton (Longmans).

[6] Vedi J. G. Wood, “Storia naturale dell’uomo”, volume “Africa” p.324 ( I Bechuanas); e anche il volume “Australia”, p.75.

[7] Con il rapido sviluppo che si sta affermando, nelle possibilità e nella credibilità sociale delle scuole pubbliche diurne, è probabile che si realizzi qualche cambiamento di opinione circa la ragionevolezza di mandare ragazzi giovani dal 10 ai 14 anni nei collegi di alto livello sociale. Per i ragazzi di 15 o 16 anni o più grandi, il sistema del collegio può avere i suoi vantaggi. Da quell’età in poi un ragazzo è abbastanza grande da capire certe questioni, è abbastanza grande da avere idee razionali sulla condotta umana e da governare la propria nel perseguimento di esse; e può imparare molto nella vita al di fuori della sua casa sulla strada della disciplina, dell’organizzazione, della fiducia in se stesso, ecc. Ma mandare un ragazzo giovanissimo, inesperto della vita e di carattere ancora piuttosto informe a cogliere la sua occasione, giorno e notte, in una scuola pubblica come quelle che esistono oggi, è, per dire il minimo, fare una cosa avventata.

[8] Bisognerebbe dire anche, per correttezza, che la paura di mostrare una parzialità non dovuta spesso si trasforma in un’influenza così paralizzante.

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