RICORDI DI UNA COPPIA GAY

Caro Project,
mi chiamo Mario, sono un 74enne romano che ha visto morire il suo compagno, dopo aver cercato di fare di tutto per salvarlo, ma i medici e lui stesso erano consapevoli di come sarebbe finita. È stata una cosa molto breve, che è durata in tutto 31 giorni. Lui ha cercato di ripetermi fino alla fine che mi voleva bene e che era felice di essere stato con me. Era più giovane di me di cinque anni e quello che è successo non lo avrei mai potuto immaginare. Ormai sono passati quasi otto mesi, e ho superato le angosce dei primi momenti che mi facevano piangere da solo senza consolazione. Ora ho le sue foto, i ricordi e lui continua a vivere dentro di me. Abbiamo vissuto insieme per quasi 40 anni e in questo siamo stati fortunati, perché 40 anni fa l’idea di convivere per due uomini era un’utopia e niente altro, per noi però è diventata realtà. Quando ci siamo conosciuti io avevo 33 anni e lui ne aveva 28, ma lavoravamo tutti e due. Lui era un giovane ingegnere e io un insegnante di Inglese un po’ meno giovane. A quel tempo io davo per scontato che non avrei mai avuto un compagno e vivevo ancora a casa dei miei genitori. Io non ero mai andato d’accordo coi miei genitori, che comunque non sapevano della mia omosessualità (e non mi è mai passato per la mente di aprirmi con loro). Non andavamo d’accordo soprattutto per ragioni politiche, mia madre era democristiana anche e soprattutto perché non leggeva i giornali e non capiva niente di politica, mio padre poi viveva ancora nel mito del ventennio e per lui i partiti della sinistra erano come il fumo negli occhi. Avevamo cominciato a provare reciproca insofferenza l’anno prima, al tempo del rapimento e dell’assassinio di Moro. Mio padre per un verso odiava le brigate rosse ma per un altro verso odiava pure Moro per le sue aperture ai comunisti, e verso Moro usava espressioni dispregiative della peggiore specie. Mia madre mi diceva che l’unica cosa che si poteva fare era pregare e comunque non avrebbe mai capito il doppio gioco di tanti democristiani che non sopportavano Moro e sostenevano la linea della fermezza. A me Moro piaceva molto, ho sempre pensato che fosse un uomo onesto che non agiva per interesse personale. E così la storia di Moro è stata anche il tracollo degli equilibri della mia famiglia. I miei genitori hanno cominciato a considerarmi comunista ormai irrecuperabile al loro classico buonsenso-opportunismo piccolo borghese. In pratica anche io, pure se non posso dire che avevo cominciato ad odiare mio padre, certamente ero arrivato alla conclusione che tra noi non ci sarebbe mai stato nessun possibile discorso serio e sulla base di questo, feci d’impeto domanda di trasferimento per andare a insegnare in un’altra provincia e non dissi nulla a casa. Una volta inviata la domanda, mi pentii di averla inviata, ma ormai non potevo tornare indietro, però consideravo piuttosto remota la possibilità di ottenere realmente il trasferimento. Invece alla fine dell’estate del ’78 venni a sapere che ero stato trasferito e in una provincia molto lontana (Torino). Dirlo ai miei fu per me una cosa difficilissima, soprattutto perché a loro non avevo detto che avevo chiesto il trasferimento. Lo presero come un vero e proprio tradimento, una coltellata improvvisa sferrata in modo premeditato a mio padre e a mia madre. Mio padre era proprio schifato da me, diceva che si era cresciuto una serpe in seno, mia madre cercava di tenerlo buono, ma se non ci fosse stata lei, con mio padre saremmo proprio venuti alle mani. Me ne andai di casa, quando mio padre era al lavoro staccandomi a forza dagli abbracci di mia madre e promettendole che non sarei sparito e che le avrei mandato al più presto il mio nuovo indirizzo. Mancavano circa 40 giorni all’inizio dell’anno scolastico e io sono rimasto in albergo a Torino, finché non ho trovato un miniappartamento non molto lontano dalla scuola. È stato proprio a scuola che ho incontrato Carlo. La Provincia e il Provveditorato agli studi avevano in progetto la costruzione di nuovi edifici scolastici e la ditta dove lavorava Carlo aveva vinto un appalto, o qualcosa di simile, e si era deciso che si dovessero fare una serie di incontri presso la mia scuola, con i progettisti, con alcuni funzionari della Provincia, con alcuni funzionari del Provveditorato e con alcuni presidi. Il mio preside mi disse che avrei fatto parte del gruppo, il che era una manifestazione di fiducia alla quale comunque non mi potevo opporre. La prima riunione fu solo di presentazione, eravamo 14 persone, e non si fece altro che stabilire un calendario per gli incontri tecnici successivi. Io pensavo che tutti gli incontri sarebbero stati rituali come il primo ma non fu così. Nella prima riunione però io avevo notato subito l’Ing. Carlo B., che mi sembrava veramente un bel ragazzo, ma niente di più. Nel secondo incontro si arrivò a discussioni molto animate, l’Ing. Carlo B. srotolava progetti e cercava di spiegare i problemi tecnici ma poi cominciava la rissa dei però, dei ma invece, dei si potrebbe e si dovrebbe, ecc. ecc.. Erano passate le 22.00, la riunione cominciata alle 16.00 andava avanti e non dava segno di avviarsi verso la conclusione. Carlo guardava l’orologio ogni cinque minuti, poi, dopo le 23.00 smise di guardarlo. La riunione terminò alle 23.30. Se ne andarono tutti perché avevano le macchine parcheggiate in cortile. Lì mi accorsi che Carlo non aveva macchina e gli dissi. “Posso accompagnarla da qualche parte?” E lui mi disse che avrebbe passato la notte in albergo e che sarebbe partito in treno l’indomani mattina, perché ormai non c’erano più treni che andassero bene per lui, e fu lì che quasi istintivamente giocai le mie carte: “Se vuole andare in albergo, l’accompagno in centro, ma se per lei andasse bene potrebbe dormire anche a casa mia, è piccolina ma è a pochi minuti da qui, poi, domattina l’accompagno in stazione prima di andare a scuola.” Lui non se lo fece ripetere due volte, mi disse solo: “Ma pensa che si possa fare veramente?” Io risposi: “Certo!” Lui mi disse: “Allora grazie!” La nostra storia è cominciata così. Era dicembre, faceva un freddo cane, ma lasciai a lui il mio letto e l’imbottita e me ne andai a dormire sul divano. La mattina facemmo colazione insieme, poi lo accompagnai alla stazione, eravamo entrambi visibilmente contenti di avere rotto il ghiaccio. Lui mi lasciò il numero di telefono della casa dei genitori, io lo presi ma gli dissi che non avevo il telefono ma magari avrei potuto chiamarlo con un telefono a gettone. A scuola il preside era entusiasta di me perché non lo avevo piantato in asso e cominciò a trattarmi con un occhio di riguardo. La riunione successiva del gruppo tecnico era stata programmata di lì a un mese, dovevo soltanto attendere, ma l’attesa sarebbe stata troppo lunga, dopo nemmeno una settimana pensai di chiamare Carlo al telefono, mi preparai prima tutto il discorso da fare, un discorso molto ufficiale se avessero risposto i genitori e un discorso molto diverso e molto amichevole se avesse risposto Carlo. Decisi che l’ora ideale per chiamare sarebbe stata verso le 20.00, alle 20.00 in punto chiamai e dissi alla madre che ero il prof. Mario C. del gruppo tecnico di coordinamento dell’Istituto … , la signora mi rispose che se le avessi lasciato il mio numero mi avrebbe fatto richiamare appena il figlio fosse rientrato dal lavoro, mi sembrava brutto rispondere che non avevo il telefono e le dissi semplicemente di avvisare l’Ingegnere, che lo avrei richiamato io l’indomani. Ma l’indomani mattina fu lui a richiamarmi a scuola, perché forse pensava che ci fossero veramente dei problemi legati al gruppo di coordinamento, ma quando vennero a chiamarmi in classe perché c’era una telefonata per me in segreteria, capii perfettamente che il motivo era un altro. C’era gente e ovviamente non potevo parlare in tono troppo amichevole. Gli dissi: “Buongiorno Ingegnere!” e lui mi rispose: “Ciao Mario!” Io andai avanti a dargli del lei e lui mi rispose: “Stamattina sono a Torino e finisco verso le 11.00, ti andrebbe di pranzare insieme?” Io risposi: “Guardi era proprio quello che le avrei suggerito anche io, credo che il progetto in questo modo possa partire molto meglio!” Tre ore dopo eravamo a pranzo insieme! Ormai eravamo amici. Era evidente che c’era un interesse reciproco ma da entrambe le parti la prudenza era massima, evitavamo rigorosamente gli argomenti troppo personali, parlavamo delle nostre esperienze di studio e di lavoro, all’inizio non parlavamo di politica, non sapevo come inquadrarlo nemmeno da quel punto di vista, poi piano piano ho cominciato a notare sul suo viso qualche espressione di disappunto quelle rare volte che si parlava della democrazia cristiana, o almeno di certi politici democristiani, di altri aveva maggiore stima. Una volta parlammo anche di Moro ed era evidente che il rapimento e l’assassinio di Moro lo avevano sconvolto, anche se non era molto informato sui fatti. Piano piano abbiamo cominciato a parlare anche di politica spicciola e mi trovavo quasi sempre d’accordo con lui. Parlava del socialismo con un certo entusiasmo, non del socialismo di Craxi, ma di quello di Nenni. Discutevamo anche di letteratura, una volta mi parlò di un romanzo di Pavese, “La casa in collina”, un romanzo che io non conoscevo, ma più che parlare di partigiani e di tedeschi, si fermò sul rapporto tra Corrado, il protagonista, un professore torinese molto disincantato, e Dino, un ragazzo molto giovane, che Corrado sospetta essere suo figlio. Il rapporto tra il presunto padre e il presunto figlio, nel libro, è accennato più che chiarito. Corrado si rivede nel ragazzo, che alla fine si unirà ai partigiani, mentre lui non sarà capace di niente di simile e si richiuderà nel suo mondo interiore fatto di consapevolezze e soprattutto di rinunce. Nel romanzo, che poi lessi quasi subito, si parla anche dei rapporti di Corrado con la madre di Dino e di altre due donne che ospitano Corrado, ma evidentemente non era questo che colpiva Carlo. Poi una volta parlammo anche di Bassani e del Giardino dei Finzi-Contini, dove c’è anche un accenno legato alla omosessualità. Carlo conosceva bene il libro, evidentemente lo aveva letto più volte ma non accennò mai ai riferimenti omosessuali. Dopo quel primo pranzo insieme a Torino prendemmo l’abitudine di incontrarci tutte le domeniche, veniva sempre lui da me in treno e ripartiva con l’ultimo treno utile alle 23.00. Ci vedevamo la mattina verso le nove e passavamo insieme tutta la giornata, ovviamente non si parlava mai di ragazze, e questo induceva a sperare, ma i dubbi rimanevano ed erano fortissimi. Dato che si avvicinava Natale gli chiesi che cosa avrebbe fatto per la ricorrenza e mi disse semplicemente che sarebbe stato in casa con i suoi perché era figlio unico e aveva solo i suoi genitori. Da lì abbiamo cominciato a parlare dei nostri rapporti familiari. I suoi avevano speso fino all’ultimo centesimo per farlo studiare e lui, una volta diventato ingegnere, in qualche modo sentiva di doversi sdebitare, doveva almeno dedicare il suo tempo ai sui genitori e doveva in qualche modo compensarli di tutto quello di cui si erano privati per farlo studiare, anche per questo lui lavorava dalla mattina alla sera e poi aveva con i genitori un rapporto affettivo molto particolare. I suoi non erano vecchi, ma era un po’ come se lui si considerasse padre di quelli che chiamava “i miei due vecchietti”. Tutto questo a me sembrava molto strano. Io gli raccontai dei litigi con mio padre per motivi politici e della rovina finale della mia famiglia a seguito del mio trasferimento a Torino, richiesto senza dire niente ai miei genitori. Carlo però mi stupì con la sua risposta: “Se la situazione era quella, hai fatto benissimo ad andartene via! Per me è diverso, i miei genitori sono gente molto semplice ma mi hanno insegnato i valori veri della vita.” Piano piano ci stavamo avvicinando a confidenze più personali, ovviamente nessuno dei due parlava di ragazze. Siamo andati avanti così per quasi sei mesi, come dei buoni amici. Io ero in dubbio se mettere il telefono oppure no, col telefono avrei potuto chiamarlo, ma alla fine lui avrebbe sempre chiamato da casa, quindi non ho messo il telefono, ma abbiamo continuato a vederci la domenica, come ormai era diventata tradizione. Non ci siamo mai fatti regali di nessun genere, un po’ per scaramanzia perché volevamo che tra noi tutto fosse libero e senza obblighi. Poi successe qualcosa di imprevedibile anche se atteso. Il 1° giugno dell’80 era domenica e il 2 era la festa della Repubblica e quindi sia io che lui avevamo due giorni liberi di fila, io gli proposi di rimanere a dormire da me e lui accettò. Gli chiesi come l’avrebbero presa i suoi e mi rispose in modo enigmatico che sarebbero stati contenti, io cercai di approfondire il discorso e lui mi disse che i suoi sapevano della nostra amicizia, perché lui gliene aveva parlato ed erano contenti, poi ha aggiunto: “d’altra parte non si sarebbero mai aspettati che io portassi a casa una ragazza.” Io feci finta di non aver capito e lui mi disse: “Dai che hai capito benissimo!” Io mi sono arreso subito e gli ho detto. “Quindi loro sanno …”, lui mi ha risposto: “Certo, gliel’ho detto io … ma non sanno chi sei, se ti conoscessero penso che sarebbero molto contenti.” Ormai stavamo parlando chiaro. Mi ha raccontato come si è deciso a parlare coi suoi. Ai tempi dell’università, lui stava a Torino, a pensione in una stanza da solo, e i suoi, quelle rare volte che lo vedevano erano molto preoccupati che lui non si trovasse una ragazza o almeno una compagnia femminile. Perché pensavano che una ragazza potesse farlo stare meglio, e quindi insistevano perché “si sentisse libero” e proprio da lì partì tutto il discorso di Carlo. I suoi genitori stettero a sentire molto attentamente ma non credevano di sapere già di che cosa Carlo stesse parlando, avevano fiducia in lui e volevano che fosse lui a fare capire loro che cosa volesse dire essere omosessuale. Lui disse solo che è esattamente come quando ti innamori di una ragazza, solo che invece di una ragazza è un ragazzo, ma i sentimenti sono gli stessi. Poi mi disse: “Tu non mi crederai, ma tra me e i miei genitori non è cambiato nulla, mio padre non è mai stato molto espansivo nemmeno prima, ma dopo, quando tornavo a casa mi sentivo addirittura molto più coccolato di prima. Io ho avuto la netta sensazione che i miei si fidassero talmente di me da pensare che non avrei mai fatto niente di sbagliato o di cattivo, l’unica cosa che mi ripetevano era: ‘quello che sta bene a te sta bene a noi!’” La notte tra il 1° e il 2 Giugno non abbiamo dormito ma ci siamo raccontati le nostre vite. Project, credo che tu possa capire quanto fosse liberatorio per noi capire che avevamo trovato un altro ragazzo omosessuale e che con quel ragazzo si stava costruendo qualcosa di bello. Né lui né io avevamo la minima esperienza di queste cose, io non parlo del sesso, che era tutto nel regno della fantasia, ma proprio del lato affettivo. Poco prima di riprendere il treno la sera del 2 Giugno mi chiese: “Ci verresti a conoscere i miei?” La richiesta era spiazzante per uno come me ma gli dissi di sì e mentre saliva sul treno mi disse: “Allora domenica prossima vieni tu da me!” Io gli dissi di sì, senza nemmeno capire la portata di una cosa simile. La domenica successiva presi il treno e alle 9.00 ero da lui, imbarazzatissimo. Mi disse di stare tranquillo e salimmo a casa sua. I genitori erano più imbarazzati di me e di discorsi ne facemmo davvero pochi. Mi offrirono degli amaretti artigianali tradizionali e mi dissero che il pranzo era pronto e che loro sarebbero andati a casa di una zia di Carlo. Il padre concluse così: “Non vogliamo mettervi in imbarazzo e comunque vi ringraziamo tanto di avere accettato il nostro invito.” Ci salutarono in modo un po’ impacciato e andarono via. Io pensavo che ci fossero rimasti male, ma Carlo mi disse: “Stai tranquillo che si fidano anche di te! Mio padre è molto schivo, ma io lo conosco bene!” Carlo mi portò in giro per la valle, camminammo molto in mezzo ai boschi tra salite e discese, lui era contento e anche io, anche se pensavo che non avrei mai potuto presentare Carlo a mio padre. Poi, col tempo, siamo anche arrivati a fare un po’ di sesso, ma questo non te lo racconto perché fa parte del privato mio e di Carlo e per me è una cosa sacra. Carlo lavorava a Torino ma prendeva il treno tutti i giorni per non lasciare soli i suoi, beh, è successa una cosa incredibile, un giorno che siamo andati a casa dei genitori di Carlo, il padre ci ha detto: “Io e mia moglie non siamo ancora vecchi e possiamo stare pure soli, ma voi perché non vi prendete un appartamento insieme a Torino?” All’epoca non era per niente una cosa facile proprio per questioni anagrafiche, cioè di nucleo convivente, ecc. ecc., l’idea era interessantissima ma i dubbi erano tanti. Adesso so che siamo rimasti insieme tutta la vita, ma allora non sapevo come sarebbe andata a finire. Insomma, arrivammo alla conclusione di comprare due appartamenti all’ultimo piano di un palazzo, uno di fronte all’altro. Lui era ingegnere civile e ha saputo scegliere il meglio. La condizione era che gli appartamenti fossero due e uno di fronte all’altro. Una sera arrivò a casa mia tutto trafelato e mi fece vedere quella che gli pareva un’ottima occasione. Mi spiegò dell’esposizione, dell’isolamento termico, perché saremmo stati all’ultimo piano, mi disse dei trasporti, di quelli che c’erano già e di quelli che forse si sarebbero costruiti in seguito. Allora non si parlava ancora di metropolitana a Torino, ma Carlo guardava lontano e a seguito della sviluppo urbano prevedeva che da quelle parti sarebbe passata prima o poi anche una linea metropolitana, il che poi è successo veramente ma in anni molto vicini a noi. I due appartamenti non erano identici ma erano entrambi di due stanze e il prezzo era molto simile. L’indomani (domenica) andammo a vederli da fuori, lui c’era già stato e aveva visitato tutto dall’interno e siccome era del mestiere e si intendeva anche degli aspetti finanziari, aveva visto che per acquistare gli appartamenti avremmo anche potuto accollarci una quota del mutuo acceso dal costruttore nel 1972 con la banca al tasso fisso del 4.8%, mentre nell’80 i mutui andavano sopra il 21%. Si prevedeva che a lunga scadenza i tassi sarebbero calati e Carlo insistette per l’estinzione del mutuo a 10 anni e non di più. Si sarebbe finito di pagare molto presto ma la cosa era al limite del possibile. Carlo diceva: “Se ce n’è bisogno i miei vengono a stare con noi e la casa loro si affitta o alla peggio si vende. L’aspetto dell’edificio era molto dignitoso e Carlo assicurava che erano case costruite in modo moderno e fatte bene. Lunedì mattina lui andò all’ufficio vendite e diede la caparra per il suo appartamento, fissando l’opzione per l’accollo del vecchio mutuo. Quando lui uscì io entrai subito dopo, mi fecero visitare l’appartamento ed era veramente molto bello e soprattutto luminoso e con una vista splendida. Mi dissero che, se volevo, potevo pensarci, ma io sapevo quello che dovevo fare e versai anche io la mia caparra facendo mettere nel compromesso esattamente quello che mi aveva suggerito Carlo. Lui mi aspettava fuori e ce ne andammo a pranzo insieme, ormai avevamo una casa nostra, di 4 stanze e due bagni, divisa in due, ma col tempo avevamo già progettato che io e Carlo saremmo rimasti a casa mia e l’altra casa poteva ospitare i suoi genitori. Abbiamo lavorato come matti per pagare le due case in dieci anni: lui stava sveglio a fare calcoli e a disegnare fino a notte alta, io nel mio appartamento facevo lezioni private a più non posso. I primi tempi è stata molto difficile, ma con l’aiuto dei suoi genitori ce l’abbiamo fatta. Poi le nostre condizioni economiche sono migliorate e nel ’90 abbiamo finito di pagare le case e le abbiamo ammobiliate in modo meno spartano. Prima lui aveva i mobili solo nello studio dove lavorava e qualche volta riceveva gente, ma l’altra stanza era praticamente senza mobili e la cucina pure. A casa mia era arredata solo la stanza dove facevo lezioni private. I condomini del palazzo non ci consideravano una coppia anche perché ci vedevano pochissimo, noi stavamo all’ultimo piano, non andavamo mai alle riunioni di condominio e davamo le deleghe a persone diverse. Quando ci incontravamo per le scale ci salutavamo come due perfetti estranei che vivono nello stesso stabile, era un rito che può sembrare stupido ma serviva a non dare nell’occhio. Nel ‘90 lui aveva 39 anni e io 44, non eravamo più giovani. La madre di Carlo proprio in quell’anno si è ammalata ed è venuta a stare col marito a casa di Carlo, invece Carlo stava a casa mia. Abbiamo assistito la mamma di Carlo fino alla fine nel ’93. Il papà ha patito in modo terribile il trauma della vedovanza, poi si è ripreso, abbiamo passato qualche anno buono insieme e poi è toccata anche a lui nel ‘99 per una malattia polmonare che se lo è portato via. Carlo aveva allora 48 anni e io 53, eravamo ormai uomini maturi, con una sicurezza economica e di lavoro e soprattutto con una sicurezza affettiva. Nessuno sapeva di noi ma noi avevamo in nostro mondo vero e non ci mancava nulla, non ci importava niente degli altri e qui ci fu un’altra svolta improvvisa, mi chiama mia madre e mi dice che mio padre sta male, era piena estate e io e Carlo avevamo in programma una vacanza girovaga insieme, chiedo a Carlo che devo fare e lui mi risponde senza esitazione: “Vai a preparare le valigie che partiamo subito!” Abbiamo viaggiato tutta la notte e la mattina appresso eravamo in ospedale davanti alla stanza di mio padre. Prima di entrare abbiamo chiesto al dottore che ci ha rassicurato, poi siamo entrati da lui insieme e io gli io detto: “Papà sono venuto qui per portarti a casa mia perché puoi essere seguito meglio.” E lui mi ha detto: “E tua madre?” quando gli ho detto: “Viene anche lei!” si è tranquillizzato, poi ha guardato Carlo e mi ha detto: “Chi è quel signore?” Gli ho risposto: “Quello il mio compagno…” Io avevo paura che questa cosa potesse farlo stare male ma non è successo niente del genere e mio padre ha detto: “E lui che dice se veniamo a stare da te?” Ho stretto la mano di mio padre e gli ho detto: “Lui dice che ci dovete venire!” Mia madre era quasi incredula, poi si è messa a parlare con Carlo. Otto giorni dopo, mio padre è stato dimesso dall’ospedale e abbiamo cominciato il lungo viaggio per Torino. Ci fermavamo ogni tanto per fare riposare papà perché faceva anche molto caldo. La sera tardi, poco prima di mezzanotte siamo arrivati a casa a Torino. Mio padre non aveva capito che le due case erano separate, quando ha capito che sarebbe stato da solo con la moglie in un appartamento con il figlio sullo stesso pianerottolo si è rasserenato. Carlo ha preparato la stanza per mio padre e mia madre, poi ha salutato ed è andato nell’atro appartamento per lasciarmi solo coi miei genitori. Mio padre mi ha detto: “Ma è un brav’uomo! S’è preso a carico pure a noi e lui avrà pure i suoi genitori…” Gli ho detto che non aveva più i genitori e che i genitori avevano vissuto con noi fino alla fine, poi mio padre mi ha fissato e mi ha detto: “Allora pure tu sei un brav’uomo! E sono stato uno stupido io che non l’ho capito prima.” La salute di papà è migliorata, si sedeva sul terrazzino a guardare le montagne, lo sentivo tranquillo, parlava spesso con Carlo e lo ammirava, ne diceva delle cose molto belle, mamma era serena, faceva un po’ di cucina e vedeva riunita la famiglia come non avrebbe mai immaginato, è mancata prima lei nel 2011 e poi mio padre nel 2012, quando io avevo 68 anni. Da allora io e Carlo siamo stati veramente soli, eravamo ormai vecchi ma pensavamo che un altro pezzetto di vita avremmo potuto godercelo e invece il Signore non ha voluto e siamo rimasti insieme solo otto anni. Adesso il mio mondo è veramente finito, ci sono rimasto solo io e non ho eredi. Non so quanto camperò e se ci sarà qualcuno accanto a me quando sarà la mia ora, ma io la mia vita l’ho vissuta, sono stato molto fortunato e ne sono pienamente consapevole. Incontrare Carlo ha cambiato la mia vita. Non ci è mai passata per la mente l’dea di lasciarci. Senza di lui io sarei stato un’assoluta nullità, mi sarei sentito frustrato, non avrei recuperato il rapporto con mio padre e non avrei mai avuto una vita affettiva vera. Vorrei dire ai ragazzi che leggeranno questa storia che all’inizio nessuno sa mai come andranno le cose, io a vent’anni davo per scontato che sarei rimasto sempre solo ma non è successo affatto così. Io mi sento un uomo vecchio perché sono vecchio ma ho vissuto la vita che volevo e con la persona che volevo. I problemi sono stati tanti ma abbiamo fatto la strada insieme e quando penso a Carlo so che in qualche modo lui è con me e sarà con me finché non ci ricongiungeremo in paradiso.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6901

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