STORIE DI OMOSESSUALITA’ IN FEDERICO IL GRANDE E IN VERLAINE

I due capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che esamineremo oggi presentano, pur nella loro brevità, notevoli elementi di interesse. Il primo si riferisce a Federico il Grande e alla sua amicizia per il nobile de Suhm e il secondo al rapporto tra Paul Verlaine e Lucien Létinois. Per capire esattamente il senso dei brani citati da Raffalovich occorrono alcuni chiarimenti di carattere storico.

Consideriamo prima di tutto il brano di Sante-Beuve che riguarda Federico il Grande. Va tenuto presente innanzitutto che Federico era notoriamente omosessuale e lo era stato dalla sua giovinezza.

Riporto qui di seguito un mio breve articolo, comparso di Gay e Storia (Biblioteca di Progetto Gay) e intitolato “Federico il Grande e von Katte”.

“Sulla omosessualità di Federico II di Prussia (24 gennaio 1712- 17 agosto 1786) si è scritto molto. Voltaire, il cui rapporto problematico di amore-odio con Federico II è ben noto, si lascia andare a pettegolezzi e a coloriture che sanno molto di gossip moderno di bassa lega, come ben fa rilevare Roger Peyrefitte [Archiivio storico del Corriere della sera, 16/10/1992] Voltaire è ironico, afferma che Federico non amava gli uomini gradi ma gli uomini belli, ma poi si sofferma sul rapporto di Federico col padre Federico Guglielmo I (1688-1740) e con i toni leggeri che gli sono propri accenna a due episodi emblematici del dramma che Federico fu costretto a vivere. Quando Federico era ancora giovanissimo aveva una specie di innamorata figlia di un maestro di scuola della città di Brandeburgo, che abitava a Potsdam. Voltaire ritiene che Federico non ne fosse innamorato realmente ma credesse solo di esserlo, sbagliandosi (o forse fingendo), dato che il suo interesse non era rivolto verso le ragazze. Ma il punto non è questo. Il re padre, Federico Guglielmo, notò che il figlio Federico si comportava da innamorato di quella ragazza, e pensò bene di fare correre quella donna in giro per la piazza di Potsdam, guidata dal boia a colpi di frusta, sotto gli occhi di Federico. Si tratta già di un segnale di un rapporto terribile tra padre e figlio, ma non c’era ancora di mezzo la questione della omosessualità. Col passare del tempo il rapporto padre-figlio divenne intollerabile per Federico che arrivò ad augurarsi che il padre morisse al più presto. Quando Federico aveva 18 anni, o anche meno, conobbe Hans Hermann von Katte (28 febbraio 1704 – 6 novembre 1730) che allora prestava servizio nella guarnigione di Küstrin e aveva all’epoca 26 anni. Guglielmina, sorella di Federico, annota nel suo diario:

“i due sono divenuti inseparabili. Katte è intelligente, ma non ha educazione. Egli serve mio fratello in ogni suo desiderio con reale devozione, e lo tiene informato di tutte le azioni del re.”

In quel periodo Federico aveva in mente di fuggire in Inghilterra, dato che per parte di madre aveva legami di stretta parentela con i re d’Inghilterra Giorgio I e Giorgio II. Programmò quindi la fuga con l’aiuto di Katte, ma il principe e il suo attendete furono catturati prima di passare in Francia, il coinvolgimento di von Katte fu subito evidente e l’ufficiale fu arrestato a Küstrin. Il re Federico Guglielmo umiliò Federico davanti ai servi e Federico e von Katte furono portati davanti al tribunale militare di Köpenick che condannò von Katte all’ergastolo per diserzione e si dichiarò non competente per giudicare il principe ereditario. Ormai il re Federico Guglielmo aveva capito la natura del legame tra Federico e von Katte.

Federico Guglielmo pensò di costringere Federico, che riteneva indegno del trono, a rinunciare al suo diritto di successione a favore del fratello, ma Federico non rinunciò e il padre andò su tutte le furie ma non poté metterlo a morte per l’intervento dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo. Il re Federico Guglielmo si vide quindi costretto a risparmiare il figlio e a dover perfino accettare che rimanesse nonostante tutto il primo in linea di successione al trono, ma fece pesare in modo terribile la sua collera. Facendo uso delle sue prerogative reali, Federico Guglielmo commutò d’autorità la condanna all’ergastolo inflitta a Katte dal tribunale in condanna a morte, ordinò che Katte fosse portato nella fortezza di Küstrin, dove si trovava Federico, per l’esecuzione della sentenza, e fu imposto al principe di assistere all’esecuzione. Carlyle, nella sua Vita di Federico II, volume 2, pag. 489, descrive così la scena:

“A Katte era stato ordinato di indossare un abito bruno, esattamente eguale a quello del Principe, il quale era già stato condotto in basso, in una sala, per fargli vedere Katte mentre passava di lì (l’ordine reale era di fargli vedere Katte mentre veniva giustiziato, ma la fecero passare come una disposizione ormai decaduta), e Katte sapeva che Federico lo avrebbe visto.”

Besserer, il cappellano della guarnigione, citato da Carlyle, descrivendo la scena mentre si avvicinavano al castello, dice: “Qui, dopo un lungo e bramoso sguardo tutt’intorno, finalmente vide il suo amato Gionata ad una finestra del castello, e da lui si congedò con l’espressione più gentile e più tenera, parlando in francese, senza alcuna emozione che ne tradisse il dolore.”

«Pardonnez moi, mon cher Katte», gridò Federico. «La mort est douce pour un si aimable prince», rispose Katte, e continuò a camminare, girando dietro l’angolo della fortezza, almeno così sembra, e non poté vedere Federico, il quale svenne senza poter dare un’occhiata a Katte prima che morisse.” Federico aveva allora 18 anni e von Katte ne aveva 26. È ben difficile immaginare una forma più inumana di violenza di un padre verso il figlio.”

Tanto premesso, vediamo ora chi è il sig. Suhm di cui parla Sante-Beuve. Troviamo la risposta nella “Storia della vita e del regno di Federico II Re di Prussia”, scritta in Francese dall’Ab. D. Carlo Denina, versione italiana, Venezia 1789.

Denina ci dice che il principe Federico iniziò lo studio del filosofo Christian Wolff (1679 –1754), e aggiunge (rimetto il testo in Italiano moderno):

“Ma Wolff prima di comporre in latino i suoi immensi trattati sopra tutte le parti della filosofia, aveva scritto in tedesco . Quantunque abbia molto contribuito ad arricchire la lingua di termini propri ed espressivi, il suo stile era rozzo e duro.

Convenne che Federico se lo facesse tradurre per poterlo studiare. Ulric di Suhm, di cui è stata pubblicata la corrispondenza con Federico, gli rese questo servizio.

Cotesto gentiluomo Sassone era stato inviato dal re Augusto II alla corte di Prussia: il principe in lui trovò intelligenza e competenza, e gli dimostrò amicizia. Suhm fu richiamato nei 1730, sia perché un simile legame col principe reale non piaceva al re Federico Guglielmo, sia per dissapori sopravvenuti tra la Prussia, e la Sassonia.”
Va sottolineato che il rapporto tra il futuro Federico il Grande e Suhm non era superficiale e lo stesso Federico aveva discusso con Suhm del processo contro von Katte. Quando il re Federico Guglielmo si rese conto dell’amicizia nata tra suo figlio e Suhm si diede immediatamente da fare per allontanare Suhm.”

Dopo l’uccisione di von Katte la situazione del principe Federico fu all’inizio pesantissima, col tempo e col progredire della malattia del re suo padre, Federico ebbe sempre maggiore autonomia di azione.

Ci dice Denina che “Il buon Suhm, per cui Federico aveva avuto una sincera amicizia, e che gli traduceva Wolff, non ebbe tempo di godere della fortuna che il suo amico divenuto re gli aveva destinata. Era partito da Peterburgo appena il nuovo re gli aveva manifestato le sue intenzioni, ma la sua salute non era stata mai vigorosa; si affaticò talmente nel suo viaggio, che morì a Varsavia prima di vedere il nuovo re di Prussia che lo attendeva.”

Il capitolo dedicato da Raffalovich all’amore paterno, è in sostanza una citazione di una poesia di Verlaine. Tutti conoscono, almeno per sommi capi, il burrascoso rapporto di Verlaine e Rimbaud, ma la poesia citata da Raffalovich si riferisce ad un altro ragazzo amato da Verlaine: Lucien Létinois. La sua storia è molto triste e la lettura delle poesie a lui dedicate nella raccolta “Amour” offre un’immagine decisamente poco nota di un Verlaine innamorato e malinconico.

Lucien Létinois nasce il 27 febbraio 1860 in un villaggio delle Ardenne, da una famiglia di agricoltori. Nell’ottobre del 1877, a 17 anni, è allievo dell’Istituto dei padri Gesuiti Notre-Dame di Rethel, dove Paul Verlaine è ripetitore di letteratura, storia, geografia e inglese. Verlaine è affascinato dal ragazzo e gli regala una copia con dedica dei suoi Romances sans paroles.

Nell’agosto del 1878 il contratto di Verlaine col collegio Notre-Dame non è rinnovato, ufficialmente per ragioni di bilancio, e Verlaine riceve anche una lettera di ringraziamento da parte del rettore. A settembre, Paul e Lucien partono insieme per l’Inghilterra dove si dedicano all’insegnamento in città diverse. Verlaine raggiunge poi Lucien a Londra dove, secondo la poesia VIII (O l’odieuse obscurité) della sezione Lucien Létinois di “Amour” (1888), i due divengono amanti. Lucien aveva 18 anni e Verlaine ne aveva 34. L’interpretazione della poesia appena citata non è però condivisa da tutti i biografi.

Nelle poesie dedicate al ragazzo Verlaine ne parla come di un figlio che veniva a sostituire il suo vero figlio, che gli era stato tolto per punirlo della sua vita libera con Rimbaud. Alla fine di dicembre 1879 i due tornano in Francia e vanno a vivere presso i genitori di Lucien. Col denaro di sua madre, Verlaine compra una fattoria e la intesta al padre di Lucien. Dalla fine del 1880 Lucien presta servizio militare fino all’autunno del 1881 come artigliere a Reims. Verlaine, per restargli vicino, ottiene un lavoro come sorvegliante generale in un collegio di quella città.

Il 7 aprile del 1883 Lucien muore improvvisamente per una febbre tifoide all’ospedale della Pietà; aveva da poco compiuto 23 anni. Verlaine è sconvolto, gli dedica 25 poesie alla fine della raccolta “Amour” (1888). La morte di Lucien rappresenta per Verlaine l’inizio della fine; comincia una vita da vagabondo alcolista dalla quale non uscirà più; morirà l’8 gennaio del 1896.

Ma ora veniamo ai testi:
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Federico il Grande e il Sig. di Suhm

“Si vede brillare in questa mutua corrispondenza quasi la luminosità di una di quelle amicizie di Platone, fatte per unire coloro che sono animati dal medesimo culto del bello e del vero. Si ha davanti gli occhi un Federico senza empietà. Senza nulla di quell’aria di scherzo cinico che credeva talvolta di buon grado di dover utilizzare indirizzandosi a dei corrispondenti francesi.”

“Ha per il sig. Shhm un’alta stima mescolata con la simpatia e la tenerezza, e per esprimerla sembra prendere qualcosa in prestito dai dialoghi degli antichi: “Sapete, senza che io ve lo ripeta, che la conoscenza delle perfezioni è il primo motore del nostro piacere, nell’amore e nell’amicizia che è fondata sulla stima. Ed è questa rappresentazione della vostre perfezioni che si crea la mia anima, rappresentazione che il fondamento della perfetta stima che io ho per voi.” In altri giorni ci definisce il suo amico con termini meno metafisici ma affascinanti per la loro grazia; tremando per la sua salute, nel momento in cui lo vede allontanarsi per andare in Russia: “Il vostro corpo delicato, gli dice, è il depositario di un’anima fine, spirituale e sciolta”. Certo alludendo a questo fragile contenitore che l’anima divora, lo chiama familiarmente mio caro Diafano. Quando sa che è malato e lo vede vicino a svanire nella sua pura essenza, grida: “Il solo pensiero della vostra morte mi serve come argomento per provare l’immortalità dell’anima; come può essere possibile che questo essere che vi muove e che agisce con tanta luminosità di nettezza e di intelligenza in voi, che questo essere, dico, così differente dalla materia e dal corpo, quest’anima dotata di tane virtù solide e di tante attrattive, questa nobile parte di voi stesso che è la delizia della nostra amicizia, non sia immortale?” Sainte-Beuve.

L’amicizia paterna

Forse è permesso prendere da “Amour” di Paul Verlaine qualcuna della pagine che celebrano l’amicizia paterna.

XV

Dal momento che già di nuovo la follia si fa sentire
spiega dunque la cosa, o poeta infelice.

Ho conosciuto questo ragazzo, la mia amara dolcezza,
in un pio collegio dove ero professore.
I suoi diciassette anni ribelli e magri, la sua reale
intelligenza e la sua purezza veramente bella
che i suoi occhi ei suoi gesti e la sua voce raccontavano,
incantarono il mio cuore e ispirarono la mia scelta
di lui come figlio, dal momento che il mio vero figlio,
le mie viscere, me lo nascondono per rappresaglia
per non so quale colpa carnale e soprattutto per
una fiera partenza alla ricerca dell’amore,
lontano da una vita rassegnata ai luoghi comuni!
Sì, soprattutto e più che altro per la mia fuga
indignata con una compagnia illustre e fraterna verso
tutti i punti dell’universo fisico e morale
– sembra che la gente abbia detto fino a Sodoma –
Dove dovrebbero morire le grida di madame Prudhomme![1]
Gli ho detto del mio piano. Lui ha accettato.
Aveva genitori che amava, che ha lasciato
di buon animo per essere mio, pur restando padrone di se stesso
e padrone del suo cuore e forse della su anima,
ma non più del suo spirito. È stato un bene, è stato bello.
E sarebbe stata una cosa fin troppo buona,
se non ci fosse stata la tomba. Giudicate voi.
Mentre tutte le mie idee
(quelle buone!) entravano nella suo spirito, precedute
dall’Amicizia cospargendo il loro percorso di fiori.
l’esempio di lui, semplice e bianco come un giglio calmo, dai colori
d’innocenza candida e di speranza verde,
scendeva sulla mia anima socchiusa
e sul mio cuore che egli penetrava pieno di pietà,
attraverso una strada disseminata dei fiori dell’Amicizia,
esempio delle virtù gioiose, la sincerità,
la castità, la fede ingenua nella Chiesa,
esempio delle virtù austere, vivere in Dio,
amarlo teneramente in qualsiasi momento e temerlo in ogni luogo,
sorridere, sia che il momento sia lieve sia che sia grave,
perdonare, che non è cosa da poco!

Tutto questo è durato sei anni, e poi l’angelo è volato via,
da allora io vado in giro smagrito e come ubriaco. È tutto.

[Paul Verlaine (1844-1896); Amour (1888) – Lucien Létinois]

_________

[1] Il signore e la signora Prudhomme erano una coppia di personaggi caricaturali francesi del XIX secolo, creata da Henry Monnier. Erano una coppia borghese. Paul Verlaine prende spunto da loro per il suo “Monsieur Prudhomme”, uno dei suoi “Poemi saturnini” (1866).

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5804

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