MONTAIGNE E LA BOETIE: AMICIZIA, AMORE E MATRIMONIO

Quando, in uno storico faccia a faccia del 1987, Maurizio Minoli chiese a Marguerite Yourcenar quale fosse lo scrittore francese che amava di più, ricevette una risposta senza esitazioni: Montaigne. Nella stessa intervista la Yourcenar aveva definito superficiale il romanzo di Umberto Eco In nome della rosa, che allora era un best seller. Qualcuno ritenne che la Youcenar avesse indicato Montaigne come autore più amato per evitare di dover esprimere giudizi imbarazzanti. In realtà chi ha una certa conoscenza della Youcenar sa bene che la scelta di Montaigne ha un senso profondo.

La Yourcenar, autrice delle Memorie di Adriano, fu anche traduttrice di Konstantinos Kavafis e di Virginia Woolf, fu donna di eccezionale apertura mentale che, proprio nella citata intervista con Minoli, parlò della necessità di ridare al piacere il compito di innalzare il nostro spirito, necessità frustrata del Cristianesimo che identificava il piacere con il male. L’omosessualità non è mai stata per la Yourcenar né un’ideologia né un tabù ma solo un modo di amare. Che c’entra allora Montaigne con tutto questo? Montaigne si sposò ed ebbe sei figlie, questo fatto, associato alla tradizionale condanna della omosessualità, che pure espresse, sembrerebbe allontanare Montaigne dagli interessi di chi si occupa di omosessualità. Ma leggendo direttamente quello che Montaigne scrive si ha un’impressione molto diversa.

Montaigne nasce il 28 febbraio 1533, fa ottimi studi, diventa magistrato. Tra il 1558 e il 1559, più o meno all’età di 25 anni, incontra Étienne de La Boétie, al quale si lega con un rapporto di amicizia assolutamente speciale che lui stesso descriverà nei capitolo XXVIII del primo libro degli Essais, dedicato all’amicizia.

Nato a Sarlat il primo novembre del 1530, quindi più grande di Montaigne di due anni e quattro mesi, La Boétie era stato educato al culto dell’antichità sotto la guida di Niccolò Gaddi vescovo di Sarlat, suo zio, cugino dei Medici e legato alla cultura umanistica. La Boétie era certamente bene accetto da Catrina de’ Medici, allora reggente per Carlo IX, ed ebbe incarichi di rilievo nel favorire la politica di moderazione verso i Protestanti patrocinata dalla Reggente. Dopo aver compiuto studi di diritto all’Università di Orléans, era entrato come consigliere al Parlement di Bordeaux.

Un documento datato 9 dicembre 1559 ci informa che La Boétie era stato ricusato in una causa perché aveva sposato Marguerite de Carle, la figlia del presidente del Parlement di Bordeaux, Pierre, anch’egli ricusato. Per Marguerite, che era sorella del celebre vescovo di Riez, Lancelot de Carle, ed era vedova dal 1552, La Boétie aveva scritto anche poesie in Francese. Fu un matrimonio d’amore o di convenienza? Non sappiamo neppure la data esatta del matrimonio. Fatto sta che il 18 agosto 1563, La Boétie, quando non aveva ancora compiuto 33 anni, morì tra le braccia della moglie, “la sua bene amata moglie e sposa così saggia, così conforme alla sua volontà che mai aveva commesso errori nei suoi confronti.” [La Boétie – Œuvres complètes Bonnefon 1892. Introduzione/XX]

A questa versione “classica” della morte di La Boétie se ne contrappone un’altra, secondo la quale, dopo aver nominato Montaigne suo esecutore testamentario e dopo aver disposto che gli fossero consegnate tutte le sue carte, morì tra le braccia dell’amico, chiamandolo per nome e aggiungendo: «Mon frere! Me refusez-vous doncques une place?» (Fratello mio! Mi rifiutate dunque un posto?) [Michel de Montaigne, Lettere, con testo originale e traduzione a fronte, a cura di A. Frigo, Firenze, Le Monnier Università, 2010, pp. 84-85..] Secondo la tradizione più comune il posto rifiutato sarebbe stato quello accanto ai grandi del passato, perché Montaigne rigettava la vanagloria, ma altre interpretazioni sono certamente possibili.

La morte di La Boétie interrompe il sodalizio fondamentale della vita di Montaigne. Due anni dopo la morte di La Boétie, Montaigne si lasciò condurre al matrimonio – «je ne m’y conviai pas proprement. On m’y mena» (III, V) – e sposò la figlia d’un collega al Parlement di Bordeaux, Françoise de la Chassaigne, dalla quale ebbe sei figlie, di cui soltanto la seconda, Léonor, nata nel 1571, gli sopravvisse.
Nel capitolo V del terzo Libro degli Essais così si esprime:

“Tuttavia, per essere esatti, io non m’indussi al matrimonio. Mi ci condussero, e vi fui portato da occasioni esterne. Di fatto, non soltanto le cose fastidiose, ma non ce n’è alcuna tanto brutta e viziosa ed da evitare che non possa divenire accettabile per qualche condizione e circostanza. Tanto l’umana posizione è labile. E vi fui portato certamente più mal preparato allora e più contrario di quanto sia ora dopo averlo provato. E per quanto io sia ritenuto licenzioso, in verità ho osservato le leggi del matrimonio più severamente di quanto avessi promesso o sperato. Non è più tempo di recalcitrare quando ci si è lasciati imbrigliare. Bisogna saggiamente amministrare la propria libertà; ma quando ci si è sottomessi all’obbligo, bisogna attenervisi sotto le leggi del dovere comune, o almeno sforzarvisi. Quelli che intraprendono tale negozio per comportarvisi con odio e disprezzo, agiscono ingiustamente e svantaggiosamente.”

Questo è ciò che Montaigne scrive del proprio matrimonio. Vi invito ora a leggere quello che Montaigne scrive della sua “amicizia” per La Boétie, nel famosissimo capitolo XXVIII del primo Libro. Che Montagne fosse innamorato di La Boétie non c’è il minimo dubbio, egli stesso adopera la parola amore.

Che rapporto ci fosse tra i due è difficile capirlo perché tutti gli elementi sono presentati sotto vesti classiche che possano renderli accettabili. Ma la stessa condanna degli amori omosessuali non è neppure di per sé una condanna, perché Montaigne ci dice che ridurre il suo rapporto ad attrazione sessuale è sostanzialmente riduttivo. Il brano è pervaso da uno spirito amoroso fortissimo che non si è perduto neppure con la morte. Alla fine di questa lettura si capirà perché la Yourcenar consideri Montaigne l’autore francese più amato. Chiedo al lettore solo un po’ di pazienza perché qua e là l’autore si lascia andare a qualche digressione. Solo una lettura completa del capitolo permetterà di capire l’animo di Montaigne rispetto al suo amico.

[Il testo che segue è preso da Michel de Montaigne, Saggi, a cura di Fausta Garavini e André Tournon – Bompiani 2012]

CAPITOLO XXVIII Dell’amicizia

Considerando il procedimento seguito da un pittore qui in casa mia, mi è venuta voglia di imitarlo. Egli sceglie il posto più bello e il centro di ogni parete per collocarvi un quadro fatto con tutto il suo talento. E il vuoto tutt’intorno lo riempie di grottesche, che sono pitture fantastiche le quali non hanno altro merito che la loro varietà e stranezza. Che cosa sono anche questi, in verità, se non grottesche e corpi mostruosi, messi insieme con membra diverse, senza una figura determinata, senz’altro ordine né legame né proporzione se non casuale?

Desinit in piscem mulier formosa superne. [Finisce in pesce una donna bella nella parte superiore]

Riesco a seguire il mio pittore fino a questo secondo punto, ma rimango indietro nell’altra parte, che è la migliore: infatti la mia presunzione non arriva fino a osar d’intraprendere un quadro ricco, rifinito e composto a regola d’arte. Ho pensato di prenderne a prestito uno da Étienne de La Boétie, che farà onore a tutto il resto di quest’opera. È un discorso che egli chiamò La Servitude volontaire; ma quelli che non l’hanno conosciuto, l’hanno in seguito assai propriamente ribattezzato Le contre Un. Lo scrisse a mo’ di saggio, nella sua prima giovinezza, in onore della libertà, contro i tiranni. Da tempo va per le mani delle persone d’ingegno, raccomandandosi per i suoi grandi meriti: perché è fine e succoso quant’è possibile. E tuttavia si deve ben dire che non sia il meglio che avrebbe potuto fare; e se all’età in cui l’ho conosciuto, più maturo, si fosse proposto un disegno simile al mio, di mettere per scritto i suoi pensieri, vedremmo parecchie cose di raro pregio e che ci richiamerebbero assai da vicino la grandezza degli antichi; infatti, specialmente per ciò che riguarda i doni naturali, non conosco nessuno che possa stargli a confronto. Ma di lui non è rimasto che quel discorso, e anche questo per caso, e credo che non l’abbia più visto dopo che gli sfuggì dalla penna; e alcune memorie su quell’editto di gennaio, famoso per le nostre guerre civili, che forse troveranno anch’esse il loro posto altrove. È tutto quello che ho potuto recuperare di ciò che resta di lui, io che, con amorosissima raccomandazione, quando la morte lo aveva già afferrato alla gola, egli lasciò, per testamento, erede della sua biblioteca e delle sue carte, oltre al libretto delle sue opere che ho fatto pubblicare. E sono tanto più legato a quello scritto in quanto servì di primo tramite alla nostra relazione. Infatti mi fu mostrato molto tempo prima che lo vedessi, e mi fece per la prima volta conoscere il suo nome, avviando così quell’amicizia che abbiamo nutrito tra noi, finché Dio ha voluto, così completa e perfetta che certo non si legge ne sia esistita un’altra simile, e fra i nostri contemporanei non se ne trova traccia alcuna. Per costruirne di simili è necessario il concorso di tante cose che è già molto se la fortuna ci arriva una volta in tre secoli. Non c’è nulla a cui sembra che la natura ci abbia indirizzati come alla società. E Aristotele dice che i buoni legislatori hanno avuto più cura dell’amicizia che della giustizia. Ora, questo è il culmine della sua perfezione. Infatti, in generale, tutte quelle che il piacere o il profitto, il bisogno pubblico o privato crea e alimenta, sono tanto meno belle e generose, e tanto meno vere amicizie, in quanto mescolano all’amicizia altra cagione e scopo e frutto. Né quei quattro tipi di amicizia dell’antichità: naturale, sociale, ospitale, erotica, vi si confanno, singolarmente o complessivamente. Quello dei figli verso i padri, è piuttosto rispetto. L’amicizia si nutre di una comunione che tra loro non può esservi, per la troppo grande disparità, e offenderebbe forse i doveri di natura. Infatti, né tutti i segreti pensieri dei padri possono essere comunicati ai figli, per non generare in essi una sconveniente dimestichezza; né si potrebbero avere da parte dei figli verso i padri gli ammonimenti e le correzioni, che costituiscono uno dei principali uffici dell’amicizia. Ci sono stati popoli fra i quali, per consuetudine, i figli uccidevano i propri padri; e altri dove i padri uccidevano i figli, per evitare che arrivassero ad essere d’ostacolo gli uni agli altri, come a volte può accadere, e del resto l’uno dipende per natura dalla rovina dell’altro. Ci sono stati filosofi che hanno disdegnato questo legame naturale, testimone Aristippo: quando gli fu ricordato l’affetto che doveva ai propri figli perché erano usciti da lui, si mise a sputare, dicendo che anche quello era pur sempre uscito da lui; e che noi generiamo anche pidocchi e vermi. E quell’altro, che Plutarco voleva indurre a mettersi d’accordo col proprio fratello: «Non ne faccio certo maggior conto» disse «per il fatto che siamo usciti dallo stesso buco». Davvero è un bel nome e pieno di dilezione il nome di fratello, e perciò ne facemmo, lui ed io, il nostro legame. Ma quella mescolanza di beni, quelle spartizioni, e il fatto che la ricchezza dell’uno causi la povertà dell’altro, tutto questo indebolisce straordinariamente e allenta questa unione fraterna. Dovendo i fratelli progredire andando avanti sul medesimo sentiero e col medesimo passo, è inevitabile che spesso si urtino e si offendano. Inoltre, la corrispondenza e la relazione che generano queste vere e perfette amicizie, perché dovrebbero trovarsi proprio in loro? Il padre e il figlio possono essere d’indole assolutamente diversa, e così pure i fratelli. Questi è mio figlio, è mio parente, ma è un uomo intrattabile, un malvagio o uno sciocco. E poi, quanto più si tratti di amicizie che ci vengono imposte dalla legge e dal dovere naturale, tanto meno entrano in gioco la nostra scelta e la nostra libera volontà. E la nostra libera volontà non produce niente che sia più propriamente suo dell’affetto e dell’amicizia. E non è che io non abbia avuto a questo riguardo tutto quello che è possibile avere, poiché ho avuto il miglior padre che ci sia mai stato, e il più indulgente, fino alla sua estrema vecchiaia, ed appartengo a una famiglia di padre in figlio famosa ed esemplare per la qualità della concordia fraterna,

et ipse Notus in fratres animi paterni. [ed io stesso noto per il mio affetto paterno verso i fratelli]

Paragonarvi l’affetto verso le donne, benché esso nasca dalla nostra scelta, non è possibile, e nemmeno collocarlo in questa categoria. Il suo fuoco, lo riconosco,
neque enim est dea nescia nostri

Quæ dulcem curis miscet amaritiem,
[né mi ignora la dea che una dolce amarezza mescola alle sue cure]

è più attivo, più cocente e più intenso. Ma è un fuoco cieco e volubile, ondeggiante e vario, fuoco di febbre, soggetto ad accessi e pause, e che ci occupa da un solo lato. Nell’amicizia, è un calore generale e totale, del resto temperato e uguale, un calore costante e calmo, tutto dolcezza e nitore, che non ha nulla di aspro e di pungente. E per di più, nell’amore non è che un desiderio forsennato di ciò che ci sfugge:
Come segue la lepre il cacciatore Al freddo, al caldo, alla montagna, al lito, Né più l’estima poi che presa vede, E sol dietro a chi fugge affretta il piede.
Appena entra nei termini dell’amicizia, cioè nell’accordo delle volontà, svanisce e s’illanguidisce. Il goderne lo annulla, in quanto il suo fine è corporale e soggetto a sazietà. L’amicizia, al contrario, si gode a misura che la si desidera, e si innalza, si alimenta e cresce solo godendone, in quanto è spirituale, e l’anima si affina con l’uso. Al di sotto di quella perfetta amicizia, anche tali affetti passeggeri hanno un tempo trovato posto in me, per non dir niente di lui, che ne confessa fin troppi in questi versi. Così queste due passioni sono entrate in me in conoscenza l’una dell’altra, ma mai in competizione. La prima mantenendo la propria rotta con volo alto e superbo, e guardando sdegnosamente l’altra avanzare ben lungi al di sotto di sé. Quanto ai matrimoni, oltre che è un accordo dove soltanto l’ingresso è libero – la sua durata essendo costretta e forzata, dipendendo da altro che dalla nostra volontà –, e un accordo che si fa in genere per altri fini, vi sopravvengono mille garbugli estranei da districare, sufficienti a rompere il filo e turbare il corso di un vivo affetto; laddove nell’amicizia si ha a che fare solo con essa, e solo con essa si tratta. Si aggiunga che, a dire il vero, le donne in genere non sono capaci di corrispondere a questa consonanza e comunicazione, nutrimento di questo santo legame; né la loro anima sembra abbastanza salda da sostenere la stretta di un nodo tanto serrato e durevole. E certo, se così non fosse, se si potesse stabilire un rapporto libero e volontario, in cui non solo le anime avessero tale godimento completo, ma anche i corpi partecipassero alla relazione, in cui l’uomo fosse impegnato tutto intero, è certo che l’amicizia sarebbe più piena e completa. Ma non vi è esempio che quel sesso vi sia ancora potuto arrivare, e per comune consenso delle scuole antiche vi è negato. E quell’altra licenza greca è giustamente aborrita dai nostri costumi. Neppure essa, del resto, presentando, secondo le loro abitudini, una così necessaria disparità d’età e differenza di servigi fra gli amanti, rispondeva alla perfetta unione e armonia che qui si richiede.

Quis est enim iste amor amicitiæ? Cur neque deformem adolescentem quisquam amat, neque formosum senem? [Che cos’è infatti questo amore d’amicizia? Perché non si ama un adolescente deforme, né un bel vecchio?]

Di fatto la descrizione stessa che ne fa l’Accademia mi autorizzerà, credo, a dir così da parte sua: che quell’improvviso furore ispirato dal figlio di Venere al cuore dell’amante e avente per oggetto il fiore d’una tenera giovinezza, al quale essi permettono tutti gli smodati e appassionati sfoghi che può produrre un ardore sfrenato, era semplicemente fondato su una bellezza esteriore, falsa immagine della generazione corporale. Infatti non poteva fondarsi sullo spirito, del quale nulla ancora appariva, poiché era sul nascere e non aveva raggiunto l’età di dar frutti. Che se quel furore s’impossessava di un cuore vile, i mezzi di cui si serviva per corteggiare erano ricchezze, doni, favori nell’avanzamento di grado, e altra simile bassa mercanzia che essi biasimano. Se si produceva in un cuore più nobile, anche i mezzi erano nobili: precetti filosofici, insegnamenti a rispettare la religione, obbedire alle leggi, morire per il bene del proprio paese; esempi di valore, prudenza, giustizia; poiché l’amante si studiava di rendersi gradito con la grazia e la bellezza della propria anima, essendo già da tempo appassita quella del corpo, e sperava con questo sodalizio mentale di stabilire un accordo più saldo e durevole. Quando queste premure raggiungevano il loro effetto al tempo giusto (poiché quello che non chiedono affatto all’amante, che cioè nella sua impresa si comportasse senza fretta e con discrezione, lo chiedono espressamente all’amato; tanto più che questi doveva giudicare di una bellezza interiore, difficile a conoscere e ascosa da scoprire), allora nasceva nell’amato il desiderio di un concepimento spirituale per il tramite di una spirituale bellezza. Questa era in tal caso la più importante; quella corporale, accidentale e secondaria: tutto al contrario che per l’amante. Per questa ragione essi prediligono l’amato, e costatano che anche gli dèi lo prediligono. E biasimano moltissimo il poeta Eschilo perché, nell’amore di Achille e Patroclo, ha dato la parte dell’amante ad Achille, che era nel primo ed imberbe germogliare della sua adolescenza, e il più bello dei Greci. Da questa comunanza totale, nella quale la parte principale e più degna di essa esercitava il proprio ufficio e predominava, dicono che derivassero frutti utilissimi ai privati e al pubblico. Essa costituiva la forza dei paesi che ne adottavano l’uso, e la principale difesa dell’equità e della libertà: testimonio il salutare amore di Armodio e Aristogitone. Perciò la chiamano sacra e divina. E, secondo loro, solo la violenza dei tiranni e la viltà dei popoli le sono nemiche. Infine, tutto quello che si può concedere in favore dell’Accademia, è dire che si trattava di un amore che terminava in amicizia. Cosa che concorda abbastanza con la definizione stoica dell’amore:

Amorem conatum esse amicitiæ faciendæ ex pulchritudinis specie. [L’amore è uno sforzo di ottenere l’amicizia di chi ci attira con la sua bellezza]

Torno alla mia descrizione di un genere di amicizia più equa ed equabile:

Omnino amicitiæ, corroboratis iam confirmatisque ingeniis et ætatibus, iudicandæ sunt. [In breve, le amicizie si possono giudicare solo quando i caratteri e le età si sono rafforzati e consolidati]

Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono insieme. Nell’amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’una nell’altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: «Perché era lui; perché ero io». C’è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l’uno dell’altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo così presi, così conosciuti, così legati da mutuo obbligo, che da allora niente ci fu tanto vicino quanto l’uno all’altro. Egli scrisse una satira latina eccellente, che è pubblicata, nella quale giustifica e spiega la rapidità della nostra intesa, così prontamente giunta a perfezione. Dovendo durare così poco, ed essendo cominciata così tardi, poiché eravamo ambedue uomini fatti, e lui maggiore di qualche anno, essa non aveva tempo da perdere, e non poteva conformarsi al modello delle amicizie fiacche e regolari, per le quali occorrono tutte le precauzioni di una lunga frequentazione preliminare. Questa non ha altra immagine che se stessa, e non può paragonarsi che a sé. Non una considerazione particolare, né due, né tre, né quattro, né mille: ma una non so quale quintessenza di tutta quella mescolanza che, afferrata tutta quanta la mia volontà, la condusse a immergersi e perdersi nella sua; che, afferrata tutta quanta la sua volontà, la condusse a immergersi e perdersi nella mia, con ugual desiderio, uguale slancio. Dico perdersi, in verità, poiché non ci riservammo nulla che ci fosse proprio, né che fosse o suo o mio. Quando Lelio, alla presenza dei consoli romani, i quali, dopo la condanna di Tiberio Gracco, perseguivano tutti quelli che avevano fatto parte del suo complotto, venne a domandare a Caio Blosio (che era il primo dei suoi amici) che cosa avrebbe voluto fare per lui, ed egli rispose: «Tutto». «Come, tutto?» proseguì quello. «E se ti avesse comandato di appiccare il fuoco ai nostri templi?» «Non me lo avrebbe mai comandato» replicò Blosio. «Ma se lo avesse fatto?» aggiunse Lelio. «Avrei obbedito» rispose. Se era tanto perfetto amico di Gracco come dicono le storie, non avrebbe dovuto offendere i consoli con quest’ultima e spavalda affermazione; e non avrebbe dovuto discostarsi dalla fiducia che aveva nella volontà di Gracco. Tuttavia, coloro che biasimano questa risposta come sediziosa non capiscono bene questo mistero, e non suppongono quel che effettivamente è, che egli aveva in mano la volontà di Gracco, sia perché la possedeva, sia perché la conosceva. Erano più amici che cittadini, più amici fra loro che amici e nemici del loro paese, che amici di ambizioni e di torbidi. Essendosi completamente affidati l’uno all’altro, tenevano perfettamente le redini delle rispettive inclinazioni. E se fate guidare questo tiro dalla virtù e dalla mano della ragione, poiché d’altronde è assolutamente impossibile aggiogarlo senza, la risposta di Blosio è tale quale doveva essere. Se le loro azioni si fossero smentite essi non sarebbero stati, secondo la mia misura, né amici l’uno dell’altro, né amici di se stessi. Del resto, questa risposta non suona diversa da quella che darei io a chi mi domandasse: «Se la vostra volontà vi ordinasse di uccidere vostra figlia, la uccidereste?» ed io rispondessi affermativamente. Poiché questo non è affatto una prova che consentirei a farlo, dato che non ho alcun dubbio sulla mia volontà, e altrettanto poco dubito di quella d’un tale amico. Tutti i ragionamenti del mondo non potrebbero allontanarmi dalla certezza che ho delle intenzioni e dei giudizi del mio. Non si potrebbe presentarmi alcuna sua azione, qualunque aspetto avesse, senza che ne trovassi immediatamente il movente. Le nostre anime hanno camminato così unite, si sono considerate con affetto tanto ardente, e con pari affetto si sono scoperte l’una all’altra fin nel più profondo delle viscere, che non solo io conoscevo la sua come la mia, ma certo mi sarei più volentieri affidato a lui che a me stesso. Non mi si mettano su questo piano le altre amicizie comuni: le conosco quanto un altro, e delle più perfette nel loro genere, ma non consiglio di confondere le loro norme: ci si ingannerebbe. In queste altre amicizie bisogna procedere con le redini in mano, con prudenza e precauzione; il legame non è annodato in modo che non si debba assolutamente diffidarne. «Amatelo» diceva Chilone «come se doveste un giorno odiarlo; odiatelo, come se doveste amarlo». Questo precetto, tanto obbrobrioso nel caso di tale amicizia signora e sovrana, è salutare nella pratica delle amicizie ordinarie e abituali, per le quali bisogna adoperare il motto che Aristotele aveva tanto familiare: «Amici miei, non esistono amici». In questo nobile commercio, i servizi e i benefici che alimentano le altre amicizie non meritano neppure d’esser messi in conto. E ciò è dovuto al totale connubio delle nostre volontà. Infatti, come l’amicizia che ho verso me stesso non viene affatto aumentata dal soccorso che mi porgo nel bisogno, checché ne dicano gli stoici, e come non mi sono affatto grato del servizio che mi rendo: così l’unione di tali amici, essendo davvero perfetta, fa loro perdere il senso di tali doveri. E odiare e bandire da sé queste parole che dividono e differenziano: beneficio, obbligo, riconoscenza, preghiera, ringraziamento e simili. Tutto essendo di fatto comune fra loro, volontà, pensieri, giudizi, beni, donne, figli, onore e vita, e la loro essendo come un’anima in due corpi, secondo la definizione assai pertinente di Aristotele, essi non possono prestarsi né regalarsi alcunché. Ecco perché quelli che fanno le leggi, per onorare il matrimonio di una qualche immaginaria rassomiglianza con tale divino legame, proibiscono le donazioni fra marito e moglie, volendo implicitamente affermare con ciò che tutto deve appartenere a ciascuno di loro e che essi non hanno nulla da dividersi e da spartire. Se, nell’amicizia di cui parlo, l’uno potesse dare all’altro, sarebbe quello che riceve il beneficio a far cortesia al suo compagno. Di fatto, cercando l’uno e l’altro, sopra ogni altra cosa, di farsi del bene a vicenda, colui che ne offre materia e occasione è quello che fa il generoso, dando al suo amico questa soddisfazione di attuare nei suoi confronti quello che maggiormente desidera. Quando il filosofo Diogene non aveva denaro, diceva che lo richiedeva ai suoi amici, non che lo chiedeva. E per mostrare come questo avviene in pratica, racconterò un antico esempio, singolare. Eudamida di Corinto aveva due amici: Carisseno di Sicione e Areteo di Corinto. Trovandosi presso a morire in povertà, e i suoi due amici essendo ricchi, fece così il proprio testamento: «Lascio ad Areteo di provvedere a mia madre e mantenerla nella vecchiaia; a Carisseno, di maritare mia figlia e darle la dote più grande che potrà; e nel caso che uno dei due venga a mancare, sostituisco nella sua parte colui che sopravvivrà». Quelli che videro per primi questo testamento, se ne burlarono; ma i suoi eredi, quando ne vennero a conoscenza, lo accettarono con gioia straordinaria. E poiché uno dei due, Carisseno, morì cinque giorni dopo, apertasi la sostituzione a favore di Areteo, questi provvide con cura a quella madre, e dei cinque talenti che aveva di suo patrimonio, ne dette due e mezzo in dote alla sua unica figlia, e due e mezzo per il matrimonio della figlia di Eudamida, e fece celebrare le loro nozze nello stesso giorno. Questo esempio è davvero perfetto, salvo per un punto, cioè il numero degli amici. Di fatto la perfetta amicizia di cui parlo è indivisibile: ciascuno si dà al proprio amico tanto interamente che non gli resta nulla da spartire con altri; al contrario, si duole di non esser doppio, triplo o quadruplo, e di non aver più anime e più volontà per consacrarle tutte a quell’unico oggetto. Le amicizie comuni si possono distribuire: si può amare in questo la bellezza, in quello la dolcezza dei costumi, nell’altro la liberalità, nell’altro il sentimento paterno, in un altro ancora il sentimento fraterno e così via. Ma quell’amicizia che possiede l’anima e la domina con sovranità assoluta è impossibile che sia duplice. Se due vi domandassero contemporaneamente di essere aiutati, da quale correreste? Se vi domandassero due servizi contrari, che ordine seguireste? Se uno affidasse al vostro silenzio una cosa che all’altro fosse utile sapere, come ve la cavereste? L’unica e suprema amicizia scioglie tutti gli altri obblighi. Il segreto che ho giurato di non svelare a nessun altro posso, senza spergiuro, comunicarlo a chi non è un altro: è me. È un grandissimo miracolo il raddoppiarsi; e non ne conoscono la grandezza quelli che parlano di triplicarsi. Nulla è estremo se esiste un suo simile. E chi supporrà che, fra due, io ami l’uno come l’altro, e che essi si amino fra loro e mi amino quanto io li amo, moltiplica in confraternita la cosa più unica e unita che esista, e di cui è già rarissimo trovare al mondo un solo esempio. Il resto di questa storia conviene benissimo a quello che dicevo: poiché Eudamida concede come grazia e favore ai propri amici il servirsi di loro in ciò che gli occorre. Li lascia eredi di questa sua liberalità, che consiste nel por loro in mano i mezzi per fargli del bene. E, senza dubbio, la forza dell’amicizia si mostra assai più largamente nel suo atto che in quello di Areteo. Insomma, sono cose inimmaginabili per chi non le ha provate. E che mi fanno onorare in modo straordinario la risposta di quel giovane soldato a Ciro, che gli domandava per quanto avrebbe voluto vendere il suo cavallo, col quale aveva appena vinto il premio della corsa; e se volesse cambiarlo con un regno: «No davvero, Sire, ma lo darei volentieri per acquistare un amico, se trovassi un uomo degno di tale legame». Non diceva male: «se ne trovassi»: poiché si trovano facilmente uomini adatti ad una familiarità superficiale. Ma in questa, nella quale si negozia il più profondo del proprio cuore, che non fa alcuna riserva, bisogna certo che tutti gli intenti siano perfettamente netti e sicuri. Nei sodalizi che si reggono solo per un capo, si deve provvedere solo alle imperfezioni che riguardano particolarmente quel capo. Non può avere importanza di che religione siano il mio medico e il mio avvocato. Questa considerazione non ha nulla a che fare con gli obblighi dell’amicizia che essi mi devono. E nella familiarità domestica che stabiliscono con me quelli che sono al mio servizio, mi comporto allo stesso modo. E di un servo, non mi occupo se sia casto. Guardo se è diligente. E non mi spaventa tanto un mulattiere giocatore quanto uno fiacco, né un cuoco bestemmiatore quanto uno incompetente. Non mi occupo di dire quel che si deve fare al mondo, ci pensano già abbastanza gli altri, ma quel che ci faccio io:

Mihi sic usus est; tibi, ut opus est facto, face. [Questo è il mio comportamento; voi fate come credete]

Alla familiarità della tavola associo il gaudente, non il sapiente. Al letto, la bellezza prima della bontà. Nella conversazione la competenza, magari senza la probità. E così in altri casi. Come colui che fu visto a cavalcioni di un bastone mentre giocava con i suoi bambini, pregò l’uomo che lo sorprese in quella posizione di non dirne nulla finché non fosse stato padre egli stesso, ritenendo che il sentimento che sarebbe nato allora nella sua anima lo avrebbe reso giudice equanime di un tale comportamento; così anch’io vorrei parlare a persone che avessero provato quello che dico. Ma sapendo come una tale amicizia sia cosa lontana dalla norma comune, e quanto sia rara, non mi aspetto di trovarne alcun buon giudice. Infatti anche i discorsi che l’antichità ci ha lasciati su questo argomento mi sembrano fiacchi in confronto al sentimento che io ne ho. E, a questo riguardo, i fatti superano i precetti stessi della filosofia:

Nil ego contulerim iucundo sanus amico. [Finché avrò senno, nulla per me sarà paragonabile a un dolce amico]

L’antico Menandro chiamava felice colui che avesse potuto incontrare solo l’ombra d’un amico.27 Certo aveva ragione di dirlo, soprattutto se lo aveva provato. Poiché, in verità, se confronto tutto il resto della mia vita, che pure, per grazia di Dio, mi è trascorsa dolce, facile e, salvo la perdita di un tale amico, esente da gravi afflizioni, piena di tranquillità di spirito, essendomi accontentato dei miei agi naturali e originari senza cercarne altri; se la confronto, dico, tutta quanta ai quattro anni in cui mi è stato dato di godere della dolce compagnia e familiarità di quell’uomo, essa non è che fumo, non è che una notte oscura e noiosa. Dal giorno in cui lo persi,

quem semper acerbum, Semper honoratum (sic, Dii, voluistis) habebo, [che sempre sarà per me crudele e sempre onorerò, poiché così, o dèi, avete voluto]

non faccio che trascinarmi languente. E perfino i piaceri che mi si offrono, invece di consolarmi, mi raddoppiano il rimpianto della sua perdita. Di ogni cosa facevamo a metà: mi sembra di sottrargli la sua parte,

Nec fas esse ulla me voluptate hic frui 
Decrevi, tantisper dum ille abest meus particeps.
[E ho deciso che nessun piacere mi sia più permesso, ora che manca colui che condivideva la mia vita]

Ero già così assuefatto e abituato ad essere in due dappertutto, che mi sembra di non esser più che a metà.

Illam meæ si partem animæ tulit Maturior vis, quid moror altera, Nec charus æque, nec superstes Integer? Ille dies utramque Duxit ruinam. [Se una forza prematura mi ha tolto quella parte della mia anima, a che rimango io, l’altra parte, né altrettanto amato né interamente superstite? Quel giorno è stato la rovina di entrambi]

Non c’è azione o pensiero in cui non senta la sua mancanza, come egli avrebbe sentito la mia. Infatti, come mi superava di gran lunga in ogni altra dottrina e virtù, così faceva nel dovere dell’amicizia.

Quis desiderio sit pudor aut modus Tam chari capitis?31 O misero frater adempte mihi! Omnia tecum una perierunt gaudia nostra, Quæ tuus in vita dulcis alebat amor. Tu mea, tu moriens fregisti commoda, frater; Tecum una tota est nostra sepulta anima, Cuius ego interitu tota de mente fugavi Hæc studia atque omnes delicias animi. Alloquar? audiero nunquam tua verba loquentem? Nunquam ego te, vita frater amabilior, Aspiciam posthac? At certe semper amabo. 
[Che pudore, che limite può porsi al rimpianto di una testa così cara? O fratello strappato a me infelice! Con te finirono tutte le nostre gioie che il tuo dolce amore nutriva in vita. Tu, fratello, morendo hai travolto la mia quiete, tutta la nostra anima è sepolta con te, alla cui morte io ho allontanato dalla mente i miei studi e tutte le delizie dell’animo. E mai più parlerò con te, mai più ti udrò parlare, mai più ti potrò rivedere, fratello a me più caro della vita? Ma certo sempre ti amerò]

Ma ascoltiamo un po’ parlare questo ragazzo di sedici anni. Poiché ho visto che quell’opera è stata poi pubblicata, e a cattivo fine, da quelli che cercano di turbare e cambiare il nostro regime di governo, senza preoccuparsi se lo miglioreranno, e che l’hanno mescolata ad altra farina del loro sacco, recedo dal mio proposito di metterla qui. E affinché la memoria dell’autore non abbia a soffrirne presso quelli che non hanno potuto conoscere da vicino le sue opinioni e le sue azioni, li avverto che questo argomento fu da lui trattato quando era ragazzo, a mo’ di esercitazione soltanto, come argomento volgare, fritto e rifritto mille volte nei libri. Non metto in dubbio che credesse in quello che scriveva, poiché era abbastanza coscienzioso da non mentire nemmeno per gioco. E so inoltre che, se avesse dovuto scegliere, avrebbe preferito esser nato a Venezia anziché a Sarlat: e a ragione. Ma aveva un’altra massima sovranamente scolpita nell’anima, di obbedire e sottomettersi molto scrupolosamente alle leggi sotto le quali era nato. Non ci fu mai cittadino migliore, né più attaccato alla tranquillità del suo paese, né più nemico degli sconvolgimenti e delle innovazioni del suo tempo. Si sarebbe servito delle proprie capacità piuttosto per estinguerli che per fornir materiale di che maggiormente fomentarli. Aveva lo spirito foggiato sul modello di altri secoli, non di questo. Ora, al posto di quell’opera seria, ne metterò un’altra, prodotta nella medesima stagione della sua vita, più vivace e più lieta.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5106

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