THOMAS E KLAUS MANN DUE OMOSESSUALI

Mercoledì 20 Novembre 1968, nel corso di una udienza generale, papa Paolo VI così si esprimeva:

“Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle sue supreme facoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio; è fatto per Lui; e ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine, e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, alla piena verità, che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La così detta «morte di Dio» si risolve nella morte dell’uomo.

Non siamo Noi soli ad affermare una così triste verità. Ecco una testimonianza che è stata lasciata da un coltissimo scrittore d’avanguardia e infelicissimo tipo della cultura moderna (Klaus Mann, figlio di Thomas). Egli scriveva: «Non vi è speranza. Noi intellettuali, traditori o vittime, faremmo bene a riconoscere la nostra situazione come assolutamente disperata. Perché dovremmo farci delle illusioni? Siamo perduti! siamo vinti! La voce che pronunciò queste parole – prosegue la testimonianza -, una voce un tantino velata, ma pura, armoniosa e stranamente suggestiva, era quella di uno studente di filosofia e di letteratura, con cui mi incontrai per caso nella antica città universitaria di Uppsala. Ciò che aveva da dire era interessante, ed era comunque caratteristico: ho sentito analoghe dichiarazioni di intellettuali in ogni punto d’Europa . . . E disse con una voce non più del tutto sicura: Dovremmo abbandonarci alla disperazione assoluta . . .» Figli carissimi, per noi no, non è così.”

Chi è Klaus Mann, l’uomo che Paolo VI considera il paradigma infelicissimo della cultura moderna? E che senso ha il riferimento operato da Klaus Mann a quello studente incontrato nell’antica città universitaria di Uppsala?

Come ricordato dallo stesso Paolo VI, Klaus Mann è uno dei figli Thomas Mann, cioè di uno degli uomini che più hanno influito sulla cultura europea negli ultimi cento anni, ma non è di letteratura che intendo parlare. Il fatto che Klaus sia Figlio di Thomas riveste un enorme significato, dal mio punto di vista, in quanto sia il padre che il figlio si sono trovati a fare i conti con la loro omosessualità e di fronte ad essa hanno dato risposte diversissime.

Nell’opera di Thomas Mann le atmosfere sono molto particolari e, in genere, il lettore gay si sente immerso in un mondo che non gli suona affatto estraneo. Emerge spesso il conflitto tra il “sereno” mondo borgese ove tutto è codificato e ordinato e il richiamo dell’arte che ha comunque il fascino dell’abisso. Questo conflitto in “Morte a Venezia” si palesa, fuori di metafora, come il conflitto tra eterosessualità e omosessualità. Thomas Mann, nato nel 1875 a Lubecca, quando era liceale aveva confessato i suoi sentimenti ad un suo compagno che non li condivideva perché semplicemente non poteva condividerli. Quell’esperienza costituì il primo innamoramento di Thomas Mann. Si ha l’impressione che l’immagine di quel compagno di liceo torni spesso nell’opera di Mann.

Ma Mann visse un innamoramento molto più coinvolgente nei confronti di Paul Ehrenberg, un giovane violinista e pittore impressionista di un anno più giovane di lui. Tra il 1899 e il 1903, stando ai diari e alle lettere di Thomas Mann, l’innamoramento divenne una vera infatuazione, che portò a una intensa relazione tra i due. Un quadro di Ehrenberg intitolato Die Hetzjagd (la caccia) rimase appeso per un certo tempo nella stanza di Thomas Mann. In quegli anni, da un insieme di ricordi della vita familiare scritti da Thomas per Paul Ehrenberg, che viveva a Monaco, prese l’avvio la stesura de “I Buddenbrook”. Sia il personaggio di Hans Hansen del “Tonio Kröger” (1903) che il personaggio del pittore nella novella “Gli affamati” (1903) e quello di Rudolf ‘Rudi’ Schwerdtfeger, anche lui violinista e oggetto di interesse omosessuale nel “Doctor Faustus” rimandano chiaramente a Paul Ehrenberg.

Nel caso del Tonio Kröger le analogie diventano fortissime perché a Monaco, dove aveva modo di incontrare Ehrenberg, Mann vide per caso per la prima volta una ragazza ventenne che discuteva animatamente con il bigliettaio di un tram, cercò di sapere chi fosse, gli dissero che era Katia Pringsheim, una studentessa di matematica, fisica e chimica, figlia del grande matematico Alfred Israel Pringsheim, un professore universitario ricchissimo di famiglia ebraica, che viveva in un grande palazzo la più bella vita che un alto borghese potesse sognare. Il prof. Pringsheim non era un ebreo osservante e lasciò che i figli seguissero il luteranesimo cose che tuttavia non bastò a salvare la famiglia dalle persecuzioni naziste. Mann, tramite amici, riuscì a farsi presentare ai Pringsheim e si “innamorò” (spiegherò dopo perché metto questa parola tra virgolette) di Katia ma lei desiderava godersi la sua giovinezza e non era intenzionata a sposarsi e non se ne fece nulla. Mann partì per la Danimarca dove scrisse il Tonio Kröger, in cui Tonio si innamora profondamente sia del compagno di scuola Hans Hansen che della giovane ragazza Ingeborg Holm, avevano entrambi occhi azzurri, capelli chiari e aspetto nettamente nordico. La forza del Tonio Kröger deriva dal fatto che si tratta di un romanzo sostanzialmente autobiografico in cui sono trasfuse le vere passioni del giovane Mann. Va sottolineato che Tonio è identificato come un “diverso”, in questo caso per ragioni artistiche, cioè come colui che non riesce a godere di ciò di cui godono gli altri.

In Danimarca Mann non solo scrisse il Tonio Kröger ma scrisse anche delle lettere a Katia Pringsheim che convinsero la ragazza ad accondiscendere alle nozze celebrate l’11 febbraio 1905. Furono nozze “felici” anche qui devo mettere tra virgolette il termine felici, ne nacquero sei figli. Restano comunque molte perplessità nel considerare questo matrimonio come l’esito di una storia d’amore. Nel suo saggio “Sul matrimonio – brindisi a Katia” Mann sostiene che il matrimonio e l’arte sono entrambi un servizio borghese alla vita, un patto etico e un sacramento, perché è proprio attraverso l’arte e attraverso il matrimonio che lo spirito arriva a dominare sulla materia, sulla carne e il sangue.

Va sottolineato che poco prima del matrimonio Mann aveva vissuto con Ehrenberg un rapporto molto forte e non si trattava di un rapporto sublimato, come quello descritto nel Tonio Kröger, ma di una relazione sessuale che decenni più tardi Mann considererà l’esperienza emotiva fondamentale delle sua vita con parole inequivocabili: “Ho vissuto e amato, … finalmente con una felicità nuova perché ho stretto fra le mie braccia qualcuno di cui ero profondamente innamorato”, ma, bisogna sottolinearlo, queste valutazioni del rapporto con Ehrenberg sono maturate in Mann diversi decenni dopo la loro relazione. All’epoca della loro relazione l’atteggiamento di Mann era radicalmente diverso ed era dominato da una specie di rifiuto di sé come omosessuale e dalla condanna della “anormalità”.

In pratica Mann si condannò al matrimonio per cercare di allontanare da sé la passione omosessuale che aveva vissuto profondamente con Ehrenberg. Il fratello di Thomas, Heinrich, che pure aveva sostenuto che il rapporto di Thomas con Ehrenberg fosse una follia e aveva insistito perché il fratello si sposasse presto, ebbe il sospetto che il matrimonio fosse stato accettato da Thomas per ragioni di opportunità sociale, certo è che la posizione sociale del suocero favorì indubbiamente Thomas. Alcuni, visti gli esisti del matrimonio, hanno cercato di parlare di bisessualità di Thomas Mann ma la realtà farebbe pensare piuttosto ad una fuga dalla omosessualità verso un paradiso borghese molto più rassicurante. Al povero Ehrenberg non restò che seguire, anche lui, la via del matrimonio e finì per sposare la pittrice Lilly Teufel.

Mann, dopo il matrimonio, scrisse “Altezza reale”, la storia è ambientata nel Granducato di Grimmburg, un minuscolo stato immaginario, ridotto in situazioni di forte disagio economico, e il protagonista è il secondogenito del Granduca che è costretto a sposare una ricca ereditiera per risollevare la sorti dello stato. Il contrasto tra “Altezza reale” e il “Tonio Kröger” non potrebbe essere più stridente.

Thomas Mann ebbe sei figli da Katia, i primi due furono dichiaratamente omosessuali, la primogenita Erika, nata a Monaco il 9 Novembre 1905, si sposò il 25 luglio del 1926, non ancora ventunenne, con Gustaf Gründgens, ma nel 1929 intervenne il divorzio. Erika, dichiaratamente lesbica, ebbe la sua prima relazione intorno al 1932 con Pamela Wedekind, che aveva conosciuto a Berlino e che era fidanzata con suo fratello Klaus, anche lui omosessuale. Sono note, in periodi successivi, almeno altre tre relazioni lesbiche importanti e sessualmente appassionate di Erika Mann, sul cui orientamento sessuale non ci fu mai alcun dubbio. Il padre Thomas ebbe un atteggiamento molto positivo nei confronti delle donne con cui la figlia intratteneva relazioni amorose, non dimostrò però la stessa apertura mentale nei confronti del figlio Klaus . Gli atteggiamenti di Klaus e del padre nei confronti della omosessualità furono radicalmente antitetici e questo non favorì il dialogo tra i due. Non approfondisco qui il discorso sulla omosessualità di Klaus Mann, perché lo riprenderò analiticamente dopo aver concluso quello sul padre.

Anche dopo il matrimonio Mann non abbandonò la tematica omosessuale e nel 1912 pubblicò “Morte e Venezia” che fu la base del film omonimo di Luchino Visconti del 1971 e dell’omonimo melodramma del 1973 di Benjamin Britten. Non c’è bisogno di dire che sia Visconti che Britten erano omosessuali.

La vicenda è intrisa di spirito tragico. Gustav von Aschenbach, un cinquantenne che ha dedicato tutta la vita all’arte, rimasto vedovo, va Venezia e al grand’Hotel des Bains all’isola del Lido, rimane folgorato dalla bellezza di un ragazzo polacco più o meno 14enne, Tadzio, vestito alla marinara alloggiato in Hotel con tutta la sua famiglia. Sul ragazzo Aschenbach costruisce mille ragionamenti apparentemente legati alla sua concezione dell’arte, mentre lo osserva cercando di non farsi scoprire. Ma fa troppo caldo e a Venezia scoppia il colera, le autorità minimizzano ma Aschenbach si rende conto che il pericolo è reale, dovrebbe avvisare la famiglia di quel ragazzo ma non lo fa perché non vuole vederlo partire, nel frattempo, da uno scambio di sguardi Aschenbach è portato a credere che il ragazzo condivida i suoi sentimenti, la presenza di Tadzio si fa ossessiva nella mente di Aschenbach che arriva alla consapevolezza che il suo è un interesse sessuale e che il piano dell’arte è solo una sovrapposizione fittizia. Aschenbach indebolito e malaticcio vede Tadzio  giocare con gli amici e poi alzare un braccio quasi per salutarlo, quella sarà l’ultima immagine di Tadzio che accompagnerà l’ultimo respiro dell’uomo che nascostamente lo aveva amato. Il romanzo ha una sua forza tragica innegabile ma l’associazione tra omosessualità e morte sembra un teorema troppo enfatizzato.

La difficoltà di Mann nell’accettare la sua omosessualità si riscontra anche nel 1925 quando Thomas scrive un piccolo saggio intitolato “Sul matrimonio”. In questa operetta Mann contrappone il matrimonio (ovviamente eterosessuale) alla omosessualità come se fossero le uniche due opzioni possibili. E la sua posizione contro l’omosessualità appare molto netta, direi fin troppo netta per apparire credibile.

Nel 1927, quando Mann aveva 52 anni, durante una vacanza a Silt, conobbe l’allora 17enne Klaus Heuser e lo invitò nella sua villa di Monaco di Baviera. Quella per Klaus Heuser è stato probabilmente l’ultima grande passione di Mann, tuttavia sempre molto trattenuta. Quando Heuser andò a trovare Mann a Zurigo nel 1935, Mann annotò nel suo diario: “Non è cambiato per niente o solo un po’: magro, ancora ragazzo a ventiquattro anni, gli stessi occhi. Continuavo a guardalo in faccia e a dire ‘Mio Dio!’ … Si aspettava che lo baciassi ma non l’ho fatto, però prima che se ne andasse sono riuscito a dirgli qualche parola d’amore “.

Vengo ora ad un momento critico non solo per la vita di Thomas Mann e dei suoi figli ma per l’intera Germania e purtroppo anche per l’intera Europa e non solo per essa.

Le elezioni del maggio 1928 avevo portato al Reichstag 12 deputati nazionalsocialisti, ma già nelle elezioni del 1930 il partito nazionalsocialista di Hitler era passato a 107 deputati. Nelle elezioni del 1932 i deputati hitleriani passarono a 230  su 608 seggi in totale e il partito nazionalsocialista divenne il primo partito della Germania. Hitler si candidò per le elezioni presidenziali del gennaio 1933. Alle elezioni, Hindenburg, un eroe della prima guerra mondiale, presidente uscente, apparve l’unico candidato in grado di fermare l’ascesa di Hitler e fu sostenuto da una coalizione che andava dai nazionalisti ai socialdemocratici. Hindenburg ottenne nuovamente la presidenza col 53% dei voti contro il 37% di Hitler, che il 30 gennaio fu nominato Cancelliere, a capo di una colazione di partiti (nazisti e partito popolare tedesco-nazionale), ma già pochi giorni dopo, alle elezioni del 5 Marzo 1933, il clima era radicalmente cambiato. Si votò nella settimana in cui era stato dato alle fiamme l’edificio del Reichstag (27 febbraio 1933), dell’incendio fu incolpato Marinus van der Lubbe, un comunista olandese 24enne che fu decapitato per questo motivo il 10 gennaio del 1934. La maggioranza degli storici concorda sul fatto che l’incendio sia stato una montatura voluta dai vertici nazisti, le prove in questo senso sono molte e sono state raccolte da fonti indipendenti. L’incendio del Reichstag divenne il pretesto per bandire una crociata anti-bolscevica contri i partiti democratici.

Fatto sta che Hiltler convinse Hindenburg a emanare il cosiddetto “decreto del Reichstag” nella stessa giornata del 27 febbraio del ’33, il 28 febbraio il decreto diventava legge e la maggior parte dei diritti garantiti dalla Costituzione di Weimar venivano sospesi per ragioni di emergenza. In questo clima, il 5 di marzo si tennero le elezioni per il rinnovo dei Reichstag. I vertici dei partito socialdemocratico furono costretti alla fuga. Nonostante una serie infinita di minacce e di intimidazioni i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta. Hitler fu quindi costretto a mantenere l’alleanza col partito popolare tedesco-nazionale. Hitler mirava non ad una maggioranza di coalizione ma ad ottenere il cosiddetto “decreto dei pieni poteri” ossia un potere legislativo indipendente dal Raichstag, per far passare il decreto dei pieni poteri occorreva una maggioranza dei 2/3 del Reischstag. Il 23 Marzo il decreto venne approvato con l’appoggio del Centro Cattolico e con il solo voto contrario dei socialdemocratici ed entrò in vigore il 27 marzo. A diversi socialdemocratici fu fisicamente impedito di entrare in Parlamento mentre tutti i deputati comunisti, che costituivano il 17% del Parlamento, erano stati arrestati.

Dato questo quadro storico ci si chiede quale sia stata la posizione di Thomas Mann e dei suoi figli. Se si tiene presente che nel 1929 era stato conferito a Mann il premio Nobel per la letteratura è facile capire che la sua posizione non sarebbe stata comunque indifferente ai nazisti. Nel gennaio del 1933 Mann tenne all’università di Monaco una conferenza pubblica sul tema “Dolore e grandezza di Richard Wagner” in cui in pratica negò i legami tra nazismo e arte wagneriana, i nazisti presenti in sala diedero segno di nervosismo perché Mann rappresentava una voce apertamente fuori dal coro, proprio nei momenti critici dell’assalto di Hitler al potere. Mann si rese conto del pericolo, tanto più che la famiglia della moglie era di origine ebraica, e si trasferì immediatamente in Svizzera e poi negli Stati Uniti e intorno a lui si riunì un gruppo di esuli tedeschi antinazisti. Mi limito a ricordare che dal 1940 alla fine della guerra Thomas Mann registrò una lunga serie di discorsi in tedesco che vennero messi in onda da Radio Londra perché fossero ascoltati in Germania. In questi discorsi Mann è il primo che faccia riferimento allo sterminio degli Ebrei nelle camere a gas, il resoconto dei delitti perpetrati dai nazisti è documentato e si avverte nettissimo il tentativo di risvegliare la coscienza dei tedeschi mettendoli al corrente di fatti atroci che la propaganda hitleriana nascondeva sistematicamente. Non vi è dubbio che Mann sia stato uno dei pochissimi e tenacissimi animatori “tedeschi” dell’antinazismo.

Subito dopo la capitolazione della Germania l’8 maggio del ’45 Thomas Mann leggerà in tedesco alla radio il messaggio radiofonico intitolato “I lager” annunciando la distruzione della cultura e della vita della Germania e facendo capire ai tedeschi come l’orrore dei campi di sterminio avesse vergognosamente distrutto l’immagine della Germania in Europa, Mann sostiene che è un peccato contro lo spirito tedesco che non può essere perdonato. Se già nel ’45 l’Europa ha ricominciato a fare una differenza tra tedesco e nazista, ciò si deve ai pochi personaggi che si comportarono come Thomas Mann. Ma una cosa va sottolineata Thomas Mann non fece scelte di convenienza ma di coscienza, e quando nel 1952, negli Stati Uniti dilagò più feroce il maccartismo, una specie di caccia alle streghe contro i comunisti o presunti tali, voluta dal senatore repubblicano Mc Carthy coadiuvato da due giovani che avrebbero avuto un peso notevole nella storia degli USA come Richard Nixon e Robert Kennedy, Thomas Mann si indignò e abbandonò definitivamente gli Stati Uniti come fecero i maggiori intellettuali stranieri basti l’esempio di Charlie Chaplin e di sua moglie Oona O’Neil.

Anche se il discorso meriterebbe ben altri approfondimenti, lasciamo ora da parte Thomas Mann e occupiamoci del figlio, che Paolo VI presenta come paradigma infelicissimo della cultura moderna.

Klaus Henry Mann, secondogenito di Thomas nacque a Monaco il 18 Novembre 1906. Fin dall’età di 19 anni, nel 1925, con la pubblicazione del suo primo romanzo “La pia danza”, un libro autobiografico di una sincerità unica e disarmante in cui si ritrae la vita della Belino gay degli anni ’20, si dichiarò pubblicamente omosessuale. Nello stesso anno uscì anche “Anja e Ester” una delicatissima storia d’amore tra due ragazze.

Se si pensa che il pretesto per l’assassino di Ernst Röhm e dei vertici delle SA da parte di Hitler nel 1934 fu proprio l’omosessualità, si capisce che nel ‘33, con l’arrivo al potere di Hitler la situazione di Klaus si fece particolarmente pericolosa e Klaus seguì senza nessuna esitazione il padre in esilio. Era un ragazzo 26enne sensibile e fragile, ma fu uno dei più tenaci e coraggiosi avversari del nazismo. Il suo liberalismo era guidato da grandi ideali, era, in sostanza, un fede che per certi aspetti richiamava certi aspetti del socialismo. Affascinato dall’ideale cristiano, Klaus aveva amicizie profonde in ogni strato sociale e ad ogni livello culturale. Lui stesso ci racconta con la massima serietà degli amori fugaci con alcuni marinai del porto di Marsiglia.

Amò senza essere ricambiato lo scrittore surrealista René Crevel e più tardi ebbe una storia di qualche anno con un giornalista americano Thomas Quinn Curtiss. Strinse amicizia fraterna con la scrittrice lesbica Annemarie Schwarzenbach, con André Gide, premio Nobel per le letteratura nel 1947, e con Jean Cocteau Accademico di Francia, autore di romanzi, di opere teatrali e regista cinematografico. Sia Gide che Cocteau erano dichiaratamente gay.

Un’opera di Klaus Mann è particolarmente nota al grande pubblico per via di una sua rielaborazione cinematografica, che vinse l’Oscar nell’80, ed è “Mephisto o la storia di una carriera”, in cui Klaus descrive la vicenda del suo ex-cognato l’attore Gustaf Gründgens, che aveva divorziato dalla sorella Erika nel ’29, e aveva venduto l’anima al diavolo pur di fare carriera nell’ambito del regime nazista. Ovviamente Gründgens non gradì affatto la pubblicazione dell’opera. Il figlio adottivo di Gründgens, negli anni ’60, si rivolse al tribunale e dopo sette anni di battaglie legali riuscì ad ottenere dalla Corte Suprema tedesca che il libro non fosse ristampato, ma dopo la sua morte il libro venne stampato nuovamente.

Nel 34 Klaus pubblica per una rivista di Praga un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” e compone una biografia romanzata di Piotr Illich Cajcovskij, anche lui omosessuale.

Nel 37 pubblica “Finestra con le sbarre” sugli ultimi giorni di Luigi di Baviera, il re di omosessuale che odiava la guerra e amava l’arte. Luchino Visconti ne trarrà un film, “Ludwig”, nel 1972.

Subito prima della guerra, in America, Klaus vive povero e solo, tenta il suicidio ma poi reagisce e quando gli Stati Uniti entrano in guerra si arruola ed  entra nel corpo dei Ritchie Boys, un gruppo speciale formato da ebrei e da fuoriusciti tedeschi, particolarmente addestrati alla guerra psicologica perché molto motivati e perfetti conoscitori della mentalità tedesca. Nel 1942 il soldato americano Klaus Henry Mann viene aggregato alla Quinta Armata che avrebbe combattuto in Africa e in Italia, prima della partenza Klaus Mann chiede di avere un colloquio con un cappellano militare cattolico perché intende convertisti al cattolicesimo abbandonando il luteranesimo, come risulta dalle lettere (“Briefe und Antworten” Lettere e Risposte). Sembra che l’incontro abbia effettivamente avuto luogo ma che il cappellano abbia rifiutato la conversione probabilmente a causa della omosessualità di Klaus.

In Italia Klaus viene impiegato come cronista di guerra a seguito della Quinta Armata, lavora con Rossellini come sceneggiatore di “Paisà”, finita la guerra va di persona a visitare gli orrori dei campi di sterminio nazisti.

Intossicato dai farmaci, nel 49 va a Cennes per disintossicarsi. Il 20 maggio dopo aver passeggiato a lungo sotto le pioggia, aspettando un certo Luois, ingoia una dose massiccia di barbiturici e il 21 maggio muore a 42 anni. Fu accusato di tutto, perfino di essere una spia di Stalin ma resta un personaggio di altissima nobiltà d’animo per chiunque abbia la capacità di capirlo, ma Paolo VI, nel definirlo il modello dell’intellettuale disperato del ‘900 che nella morte di Dio aveva condannato a morte l’uomo si è comportato verso di lui esattamente come il cappellano cattolico che gli aveva negato la conversione.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=3915

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