GAY TRA RELATIVISMO E PREGIUDIZIO

Il 18 Aprile del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella Omelia per la Missa pro eligendo romano pontifice che precedeva l’apertura del conclave dal quale egli sarebbe stato eletto papa il giorno seguente, così affermava: “Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.” Con questa frase si inaugura idealmente il pontificato di Benedetto XVI nel segno del contrasto al relativismo. A detta del futuro pontefice il relativismo consiste nel “lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina” e nel “lasciare come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Le posizioni del papa sui diritti dei gay sono ben note. Mi limito a citare un articolo in Inglese, pubblicato sul blog Gay Project il 18 gennaio 2013 http://gayproject2.wordpress.com/2013/01/18/pope-and-discrimination-of-gays/

Non entro nel merito delle affermazioni del papa. Vorrei limitarmi a citare e a sviluppare una leggenda indiana riferita da Max Scheler nella prima parte di “Formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori”, un’opera estremamente interessante, pubblicata ormai 100 anni fa, nel 1913, che mirava a chiarire che cosa è il relativismo trattando molto seriamente la questione. L’opera è in tedesco, ma le ascendenze culturali protestanti ed ebraiche, forse più degli stessi contenuti dell’opera, non la rendono molto gradita in ambiente cattolico.

Max Scheler cita una leggenda indiana che mi permetto di ampliare perché ha un notevole valore esemplificativo.

Molti anni fa, in India, ad un gruppo di “saggi” ciechi fu permesso di avvicinarsi ad un elefante e fu detto loro che si trattava di un elefante, ciascuno ne toccò una parte, poi fu chiesto loro che cosa fosse un elefante: uno disse che era un oggetto duro come il marmo, perché aveva toccato solo una zanna, un altro disse che era come un grossissimo serpente capace di avvolgersi a spire, perché ne aveva toccato solo la proboscide e un altro disse che era una grossa zampa. Fuori di metafora è ovvio che ciascuno dei “saggi” ciechi si rese conto che il suo punto di visita era relativo e comprese che per capire meglio che cosa è un elefante bisogna conoscere e capire che cosa gli altri avessero dedotto dal loro punto vi vista. I veri saggi capiscono che il relativismo non si supera con l’affermazione apodittica di un punto di vista ma con una visione collaborativa che arricchisce tutti e permette una conoscenza migliore della realtà e almeno un relativo superamento del relativismo iniziale. Fin qui Max Scheler e direi che è già una metafora illuminante.

Poniamo ora che tra quei saggi ciechi ce ne fosse uno che avesse avuto modo di stare molto tempo accanto ad altri elefanti, quello certo ne avrebbe avuto una conoscenza assai migliore, certamente anch’essa relativa, ma assai meno relativa di quella di coloro che avevano potuto accostare un elefante solo per un minuto, e quei saggi, per capire che cosa è realmente un elefante, sarebbero stati certamente ad ascoltare chi aveva più esperienza tra loro in fatto di elefanti.

Come è ovvio se quegli stessi ciechi fossero stati poi condotti accanto ad una tartaruga e nessuno di essi avesse mai avuto contatto con altre tartarughe, nessuno di essi avrebbe potuto contribuire a priori più e meglio di altri a capire che cosa è una tartaruga.

Come non verrebbe certo in mente a me, che non so andare a cavallo, di spiegare ad un cavaliere esperto quali siano le posizioni più “naturali” per stare in sella, perché parlare di ciò che non si conosce significa solo manifestare la propria ignoranza su quell’argomento, così chi non è gay e non vive l’essere gay dall’interno, dovrebbe rendersi conto di avere un concetto dell’essere gay paragonabile con l’idea di elefante che può avere un cieco che abbia accostato un elefante solo per pochi secondi.

La mia non è l’apologia del relativismo e rinvio a Max Sheler chiunque voglia entrare seriamente in queste cose.

Le posizioni fortemente assertive e dogmatiche sono avvalorate non dalla loro maggiore affidabilità derivata dalla maggiore esperienza o dalla maggiore razionalità ma solo da un principio di autorità. I concetti di “legge di Dio” o di “secondo natura” sono pure presunzioni, cioè sono degli atti fede, rispettabili per se stessi ma in nessun caso possono essere la base di visioni che possono comportante la svalutazione di altri punti di vista, o peggio la restrizione della libertà altrui. Questo sarebbe come tentare di imporre la visione secondo la quale l’elefante è una enorme zanna perché uno dei ciechi, particolarmente influente, ha toccato solo la zanna (ammesso che l’abbia toccata). Se quei ciechi cedessero all’autorità di uno solo tra loro, non sarebbero saggi perché rifiuterebbero l’idea di collaborare per una migliore conoscenza delle cose che non è conciliabile con l’idea che qualcuno abbia ragione per definizione. Questo non è come dice il papa “la dittatura del relativismo” ma un principio elementare di buon senso per il quale la libertà non è compatibile con nessuna dittatura ideologica.

I gay conoscono la realtà della loro vita eppure devono vedere ogni giorno imposti con la forza violenta delle legge, come sta accadendo in Russia, o con l’abuso del nome di Dio, come fanno la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa, i punti di vista di chi non sa neppure di che cosa sta parlando.

Non è il relativismo, inteso riduttivamente alla maniera del papa, la base della democrazia che deve fondare gli Stati ma un principio di rispetto reciproco e di collaborazione per acquisire tutti maggiori livelli di consapevolezza, fermo restando che ciascuno è libero di giudicare come crede ma se alla base del giudizio non c’è una conoscenza reale degli argomenti ma un mero pregiudizio, nessuno può pretendere in nome di quel pregiudizio di limitare la libertà o il diritto altrui.

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