COPPIA GAY OLTRE IL SESSO

Ciao Project,
ho deciso di mandarti questa mail per chiederti che cosa pensi della vita gay di coppia. In linea di principio credo che l’equiparazione legale delle unioni civili gay col matrimonio eterosessuale sia una cosa giustissima. Si tratta di rapporti d’amore e di solidarietà nei quali c’è certamente anche una componete sessuale ma alla fine il rapporto che si crea in una coppia gay stabile è estremamente più complesso. Io ho 50 anni, convivo col mio compagno da 28, lui ha 52 anni (chiamiamolo Daniele). Quando ci siamo conosciuti eravamo praticamente ragazzi e c’era tra noi una attrazione reciproca molto forte. Ho pensato più volte che sia io che lui avremmo potuto incontrare altri ragazzi e il nostro rapporto sarebbe finito. Allora non pensavo affatto di essere un bel ragazzo e avevo molti complessi legati al mio aspetto fisico. Non ci siamo mai fatti promesse di amore eterno perché nessuno conosce il futuro e può ipotecarlo, abbiamo invece cercato di non dare a priori troppo significato al nostro rapporti. Lui mi diceva spesso che dovevo sentirmi libero e che mi avrebbe voluto bene anche se non fossi stato il suo ragazzo. Mi ripeteva che per volersi bene non è affatto indispensabile vivere in un rapporto esclusivo di coppia. Non ci veniva neppure in mente di vivere insieme, ciascuno di noi aveva le sue amicizie e continuava a frequentarle, però siamo stati sempre il punto di riferimento uno per l’altro. I primi mesi tra noi il sesso era una cosa molto frequente, in pratica quotidiana o quasi, poi la frequenza dei rapporti sessuali ha cominciato a diradarsi, ma non perché io o lui andassimo a cercare sesso con altre persone, semplicemente perché non ne sentivamo il bisogno, parlavamo anche meno in chat, ma quando parlavamo i discorsi erano veri e seri. Insieme stavamo comunque bene, non sapevo se considerarlo il mio ragazzo ma in effetti la sua presenza per me era importantissima. Poi, in una nottata di pioggia torrenziale, quando avevo 28 anni, ho avuto un brutto incidente d’auto e sono rimasto in coma farmacologico per dieci giorni, quando ho cominciato a svegliarmi e a rendermi conto che era successo qualcosa di grave che avrebbe cambiato la mia vita, ho pensato subito a Daniele e lui era lì, vicino a me e mi parlava. Ero molto confuso e non ero in grado di capire che cosa mi stesse dicendo. Sono stato ricoverato per 6 mesi e Daniele è stato sempre vicino a me, più di mio padre e di mia madre. Lui a quel tempo lavorava già, ma il suo tempo libero dal lavoro lo dedicava integralmente a me. In ospedale pensavano che fosse mio fratello. Un giorno il dottore mi ha dato una radio nuova e mi ha detto che “mio fratello” gli aveva chiesto di darmela. Gli ho spiegato che non era mio fratello ma il mio ragazzo, e lui mi ha chiesto stupito? “Ma veramente?” Gli ho risposto di sì e lui mi ha detto: “Sei fortunato! Quel ragazzo ti vuole bene veramente!” Io però non sapevo che cosa sarebbe successo in seguito, perché ero vivo, certo, ma ormai ero fisicamente compromesso e non sarei stato più quello di prima. Una sera, mentre eravamo soli, mi guarda negli occhi e mi dice: “Ti devo parlare di una cosa importante.” Mi aspettavo che mi dicesse che se ne sarebbe andato per la sua strada, e avrei anche potuto accettarlo, e invece mi ha detto: “Te la sentiresti di vivere con me?” Io ho cercato di prendere tempo, gli ho chiesti di lasciare che io ci pensassi per un paio di giorni perché si tratta di una cosa molto importante. Non volevo condannare Daniele ad assistermi, gli volevo troppo bene e soprattutto non volevo che lui stesse vicino a me perché provava pena per me. Alla fine gli ho risposto che non me la sentivo. Lui non ha insistito e mi ha detto solo: “ok, avremo modo di ripensarci meglio!” Dopo qualche giorno è tornato di nuovo sull’argomento, mi ha detto che aveva parlato coi miei genitori e anche con i suoi e che i miei genitori sarebbero stati d’accordo. Effettivamente Daniele ha sempre avuto un ottimo rapporto con mio padre. Secondo me, mio padre ha accettato facilmente la mia omosessualità proprio perché ha conosciuto Denny e sa che Daniele mi ha sempre voluto bene. Ho cercato di fargli capire che non ero più il ragazzo di prima e che non lo sarei stato mai più, che lui avrebbe potuto avere molto più facilmente una vita felice senza di me che con me. Lui mi ha risposto: “Roberto, se avessi voluto andarmene lo avrei già fatto e non ti farei certe proposte.” Gli ho detto che non volevo un ragazzo che si sentisse in obbligo si starmi vicino. Lui ha tirato fuori dalla tasca una bustina, mi ha preso la mano e mi ha infilato una fede matrimoniale, proprio come quelle che si benedicono in chiesa, poi lui si è infilato l’altra fede e mi ha detto: “Io tu ho infilato questa fede, se, in qualunque momento to dovessi non sentirtela più di stare con me, basta che la togli e io capirò senza troppi discorsi ma continuerò a volerti bene lo stesso.” Da quel giorno non ci siamo più tolti le fedi. Uscito dall’ospedale sono andato a vivere con lui in un piccolissimo appartamento in città, vicino al posto dove lui lavora. I primi tempi sono stati duri, ho fatto diversi interventi chirurgici, poi il neurologo ha detto che secondo lui una rieducazione avrebbe potuto portare notevoli benefici. Non abbiamo tanto denaro da poterci permettere un vero fisioterapista, e così Daniele ha cercato di essere lui il mio fisioterapista. Tramite delle lezioni online e con l’aiuto di un amico fisioterapista che ogni tanto viene a trovarmi, Daniele è stato capace di portarmi nuovamente all’uso della gambe. Il neurologo non credeva ai suoi occhi. Dopo un anno ero in grado di muovermi da solo in casa. Quando ho compiuto 30 anni ero ormai completamente autonomo, potevo uscire di casa da solo e fare anche le scale. Solo per salite e scendere dagli autobus avevo bisogno di un aiuto. Poi Daniele si è messo in mente che avrei potuto addirittura prendere la patente usando un’automobile con delle piccole modifiche nei comandi e alla fine siamo riusciti a fare anche questo. Il giorno in cui mi hanno dato la patente siamo andati fuori città insieme e ho guidato io! In questi anni ci sono stati momenti di incomprensione anche profonda ma non abbiamo mai preso in considerazione l’ipotesi di interrompere il nostro rapporto. Quando abbiamo i nostri momenti di intimità io mi sento felice, non per il sesso in sé ma perché è un modo di comunicare tra noi e di dirci che ci vogliamo bene. Il sesso ha la sua importanza, ma il mio rapporto con Daniele, ora più che mai, non si basa sul sesso. Non siamo ancora vecchi ma le prime avvisaglie dell’età si fanno sentire. Non solo Daniele mi ha permesso di vivere una vita come di deve a livello fisico nonostante l’incidente ma rappresenta per me il mio futuro. Non sono capace di pensare a me stesso come single, ormai sono inevitabilmente parte di una coppia. C’è un solo pensiero che mi spaventa ed è l’idea di perdere Daniele. Prima o poi uno di noi due se ne andrà e l’altro rimarrà terribilmente solo. Per chi sopravviverà all’altro la vita sarà irrimediabilmente spezzata. Noi siamo gay e purtroppo per un gay la vecchiaia è sinonimo di solitudine, ma non è una solitudine come quella che si trova da giovani, quando si è comunque autosufficienti. La vecchiaia di un gay significa solitudine quando non sei più autosufficiente. Comunque adesso noi ci siamo e non voglio pensare a cose brutte e spero di poter trascorrere col mio Daniele ancora molti e molti anni. Volevo soltanto dire che la vita di coppia vissuta con amore ti fa capire ad un altro livello che cosa vuol dire la parola solidarietà.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=2872

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