OMOSESSUALITA’ E SPORT

Quanto chiasso si è fatto per le dichiarazioni di Cassano sugli omosessuali! Però quelle dichiarazioni rappresentano la realtà del mondo dello sport molto meglio dei discorsi apertissimi di tanti illustri personaggi gay che parlano di omofobia come di una cosa eccezionale. Ti racconto la mia storia, io sono un calciatore, niente campioni, solo un calciatore non ti dico nemmeno a che livello gioco, non è bassissimo e qualche soddisfazione me la dà anche economica, d’altra parte ho sempre cercato di darmi da fare, anche da dilettante, nella speranza di poter fare il grande salto che è un po’ il sogno di tutti i ragazzi, un saltino l’ho fatto, sono ancora giovane e continuerò a impegnarmi salvo poi a ritrovarmi tra qualche anno con un pugno di mosche ad aver buttato via gli anni migliori della mia vita correndo appresso a un pallone e a tanti sogni. Project, tanto per farti entrare un po’ in atmosfera, per mandarti questa mail ho creato un indirizzo di posta temporaneo di quelli che dopo l’invio si distruggono, così non lascio tracce di nessun genere. Lo so che tu non metteresti mai in crisi nessuno ma io non tollererei nemmeno l’ombra dell’idea di poter essere messo in mezzo per questa mia mail, non è una mancanza di fiducia ma è che io sono proprio fatto così e mi fido solo di me stesso. Quando andavo ancora a scuola, appena finite le lezioni prendevo il treno e me ne andavo agli allenamenti, mai una pizza con gli amici, ma una vacanza, dieta stretta e esercizio fisico fino a non sentirmi più i piedi. Ero gay anche allora, è ovvio, ma cercavo di non pensarci, non mi vergognavo di essere gay ma percepivo che come gay non avrei fatto un passo avanti. Sono passati alcuni anni, io sono passato a una squadra calcisticamente non male, poco dopo è arrivato in squadra un ragazzo che non conoscevo, non so perché ma mi è stato subito simpatico. Nel nostro ambiente, anche se sembra strano, non si parla quasi mai di ragazze, c’è molto lavoro tecnico e l’ambiente è esclusivamente maschile e non pettegolo, anzi siccome sono tutti ragazzi che sperano di fare strada e di farsi notare sono tutti estremamente controllati e attenti a non dire sciocchezze. L’allenatore ha sempre ragione e la subordinazione è la regola, se non dici sissignore ti steccano, proprio ti tagliano le gambe. Se chiedi a uno di noi che cosa pensa della squadra ti risponde da manuale, ti dice quello che si deve dire e non fa trapelare per nessun motivo quello che pensa veramente, che qui non interessa a nessuno. Abbiamo anche lo psicologo della società la cui unica preoccupazione non è se stiamo bene o male ma solo che sappiamo rispondere in tutte le situazioni secondo il manuale delle giovani marmotte, cioè delle giovani promesse del calcio. Ci ha pure dato una specie di manualetto delle risposte standard da ripetere, possibilmente fingendo la massima spontaneità, in ogni situazione. Proprio la programmazione del robot per evitare che dica scemenze. L’accento è sempre sul fatto che la nostra vita privata deve rimanere fuori dei cancelli della società, perché in squadra conta solo il gioco e solo come salire in classifica. In pratica tra i tanti argomenti dei quali secondo il manuale dello psicologo non si parla, il sesso è il primo della lista, poi c’è la politica. Il ragazzo nuovo arrivato non era molto abituato alle ipocrisie del nostro ambiente di club e si comportava come se stesse in un gruppo di amici, cosa molto pericolosa, cioè rideva, scherzava, tutte cose che ci hanno insegnato essere segno di poca professionalità. Il ragazzo nuovo si trovava molto bene in particolare con uno di noi, ma, ti dico, una semplice simpatia, credo proprio che nessuno ci avesse fatto caso salvo io, perché il ragazzo nuovo mi piaceva parecchio. Tra l’altro era anche bravo a giocare e delle prospettive vere poteva averle. Il mister lo aveva notato e lo teneva sotto pressione. Ho letto spesso della paura che i ragazzi gay possono avere di andare in erezione nello spogliatoio o sotto la doccia ma devo dire che magari una paura del genere ce la può avere un ragazzo che va in palestra o gioca con una squadra di amici, ma per uno che gioca al mio livello queste cose non esistono proprio, noi siamo ossessionati dalla professionalità e stiamo costantemente sotto l’occhio del mister e il condizionamento è così forte che avere reazioni sessuali è assolutamente impossibile anche per un gay. Lo spogliatoio per me, ormai da anni, non ha assolutamente nessuna valenza sessuale, farsi sorprendere poi a osservare un compagno di squadra nello spogliatoio sarebbe un errore imperdonabile. Qui lo psicologo ci dice tutto quello che dobbiamo fare o non fare con le ragazze quando ci sono le partire, e che tutti sono etero è dato assolutamente per scontato, che ci siano ragazzi gay in squadra è pure possibile ma certamente nessuno si metterebbe a rischio di giocarsi la carriera per una cosa del genere. A fine campionato pensavo che il ragazzo nuovo sarebbe rimasto in squadra o che addirittura avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio, invece lo hanno ceduto ad una società di nessun prestigio. Ho notato che nessuno, dico nessuno, ha fatto commenti, qui, d’altra, parte le decisioni della società sono come la volontà di Dio, si accettano e basta. O meglio se si possono fare pressioni si fanno eccome ma di nascosto e tramite amici potenti e la faccia in pubblico si salva sempre. Francamente c’era qualcosa che non mi tornava nell’allontanamento di quel ragazzo ma secondo le regole non scritte della squadra le consegne erano: zitto e pensa solo ai fatti tuoi! Comunque mi ero messo in mente di capire che cosa ci potesse stare sotto, ai miei compagni non lo potevo chiedere, al mister ancora meno, l’unica strada percorribile era chiederlo direttamente all’interessato. Per telefono no, bisognava parlarci direttamente, e poi quel ragazzo, come ho già detto, non mi era indifferente e il fatto che avesse fatto comunella con quell’altro ragazzo della mia squadra mi aveva dato fastidio anche se mi ero guardato bene dal darne anche il minimo segno. Un giorno, dopo averci pensato mille volte e avere programmato tutto nei minimi dettagli, ho fatto una mossa che poteva essere rischiosissima ma che per fortuna nessuno ha notato. Quando non avevo partita sono andato a vedere giocare il ragazzo che aveva cambiato squadra. Può essere pericoloso perché ci sono anche i fotografi, sono fotografi di giornaletti di provincia ma ci sono e magari c’è il rischio di finire sul giornale e qualcuno che ti conosce pensa: e questo che ci faceva li? Insomma, dopo aver fatto un piano di battaglia degno della FBI, vado a vederlo giocare, lo aspetto dopo la partita, quando mi vede mi sorride e ne resto molto colpito, gli chiedo se gli va una pizza, si vede che è contento. Ce ne andiamo in macchina in un paese vicino, ci mangiamo una pizza e niente birra, come vuole il nostro codice, e poi ce ne andiamo in macchina a parlare, mi chiede perché ero andato a vederlo giocare e gli dico che il fatto che lo avessero ceduto così alla chetichella non mi tornava, qui lui è stato molto in imbarazzo, poi mi ha chiesto se si poteva fidare veramente di me e gli ho risposto che se avevo fatto tanti chilometri per vederlo giocare un motivo serio ci doveva essere, ed è stato lì che mi ha detto che era gay, era talmente in imbarazzo che gli ho dovuto dire subito che ero gay anche io e ha sgranato tanto d’occhi perché proprio non se lo aspettava, poi mi ha raccontato del ragazzo della mia squadra di cui si fidava tanto e in pratica mi ha detto che aveva detto a quel ragazzo che era gay e che lui sospettava che quel ragazzo lo avesse detto al mister. Ha detto che non aveva prove ma che, dopo, il comportamento di quel ragazzo era cambiato, era diventato sfuggente. Io dovevo tornare a casa e stavo a parecchi chilometri di distanza e anche lui doveva tornare nella stanza dove viveva. Ci siamo salutati con un abbraccio strettissimo, poi lui mi ha detto con un certo timore. Ci rivediamo? Gli ho detto: Certamente! E ci siamo scambiati i cellulari ma li abbiamo registrati sotto nomi diversi dai nomi veri. Poi sono tornato a casa. La sera che ci siamo dichiarati non ci siamo nemmeno toccati, nemmeno presi per mano. L’indomani sono tornato in squadra ma per me la vita era cambiata e penso fosse lo stesso anche per lui. Adesso non avevo solo la prospettiva di crescere calcisticamente ma avevo un ragazzo a cui pensare ed era una ragazzo che non solo mi piaceva ma che rispettavo e apprezzavo umanamente moltissimo. Un ragazzo qualsiasi quando ha un ragazzo è libero di vederlo quando vuole, o almeno di vederlo spesso, per me non era così, le possibilità di vederci erano minime, in pratica potevamo vederci solo a natale, a pasqua e nei periodi in cui non c’erano allenamenti né per me né per lui. Già dipendere dal calendario di una società sportiva è difficile ma limitarsi ai tempi liberi comuni a due società sportive era proibitivo. Tra l’altro per i periodi di allenamento in cui si stava insieme con la squadra non potevamo nemmeno sentirci per telefono perché poteva essere rischioso. Ci vedevano molto raramente ma quando succedeva era per due giorni e ci vedevamo, per così dire, in campo neutro, né nella città della mia quadra né nella città della sua, avevamo sempre paura che qualcuno in albergo ci potesse riconoscere e sarebbe stato un disastro, ma non è mai successo, evidentemente siamo giocatori piccoli piccoli! Eravamo felici di stare insieme, soprattutto di poterci abbracciare di poterci addormentare uno nella braccia dell’altro, c’era anche sesso, è ovvio, ma era una cosa molto dolce, molto bella, proprio una forma di intimità, di sentire che anche se avessimo avuto il mondo contro noi saremmo rimasti insieme. Project, la storia finisce qui, cioè continua, o meglio continuerà, lo spero tanto, sono quasi due anni che stiamo insieme, non lo sa nessuno anche perché sono cose nostre e nessuno ci deve mettere il naso. Ti voglio dire però che da quando sto con questo ragazzo le regole della squadra, il conformismo, l’ipocrisia, non mi pesano più, adesso ho il mio mondo che è quello che conta e anche della carriera calcistica, tutto sommato, non me importa gran che, alla fine un posto per fare l’allenatore di una squadretta e per sbarcare il lunario penso che lo troverei comunque. Io non sono Prandelli, mi basta poco perché adesso la mia vita non è più nel calcio, ma voglio dire un’altra cosa, sia io che lui ci siamo formati nel mondo del calcio e già ad un certo livello, ne abbiamo patite parecchie ma quell’ambiente ci ha anche formato, non solo calcisticamente ma anche moralmente, ci ha insegnato che nessuno ti regala niente e che la tua felicità te la devi costruire lottando giorno per giorno. Io spero che il mio ragazzo abbia la possibilità di farsi notare perché è un bravissimo calciatore, molto migliore di me e sarei felice di fare qualsiasi cosa per favorire il suo sogno.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=2564

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