PROBLEMA GAY

Questo post contiene alcune riflessioni sul concetto di “problema” associato all’essere gay.

Il termine problema è ripreso dal greco πρoβλημα -ατος, derivato da προβαλλω letteralmente «mettere avanti, proporre».

Le accezioni sono sostanzialmente due, la prima legata all’ambito scientifico e l’altra più tipica dell’uso comune:

1. Ogni quesito di cui si richieda ad altri o a sé stessi la soluzione, partendo di solito da elementi noti

2. Qualsiasi situazione, caso, fatto che, nell’ambito della vita pubblica o privata, presenti difficoltà, ostacoli, dubbi, inconvenienti più o meno gravi da affrontare e da risolvere.

Nella prima accezione un problema postula l’esistenza di una soluzione e implica un procedimento per la ricerca della o delle soluzioni. Nella seconda accezione il termina problema diventa sinonimo di difficoltà e di disagio. L’attenzione si sposta dalla ricerca della soluzione alla difficoltà incontrata e la ricerca di una possibile soluzione scivola sullo sfondo, quando non è addirittura dato per scontato che non esista alcuna soluzione.

Vediamo come il termine viene usato in collegamento con l’omosessualità, attraverso alcune citazioni.

«Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatori costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’effetto educativo, dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto» afferma padre Francesco Compagnoni, assistente ecclesiastico nazionale del Movimento adulti scout cattolici italiani, e docente di teologia morale nelle facoltà di Teologia e di Scienze sociali della Pontificia Università San Tommaso di Roma.

Ma l’idea di considerare l’omosessualità un problema si trova in atti ben più importanti come la lettera ai vescovi delle chiesa cattolica “Homosexualitatis problema” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1° ottobre 1986 firmata da Joseph Ratzinger di cui consiglio la lettura integrale a chi vuole conoscere le posizioni ufficiali della chiesa in proposito, dove si legge:

“1. Il problema dell’omosessualità e del giudizio etico sugli atti omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con l’insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che sono impegnati nel ministero pastorale. Di conseguenza questa Congregazione ha ritenuto il problema così grave e diffuso da giustificare la presente Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, indirizzata a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica.”

Congregazione per la Dottrina della Fede, Homosexualitatis problema, (testo ufficiale, a firma Josep Ratzinger, 1 ottobre 1986). Testo in Italiano.

In nessun documento della Santa Sede si fa riferimento al “problema” della omofobia. Anche se, con molto esitanti forme di tolleranza da parte della gerarchia, si cominciano a manifestare momenti di preghiera, talvolta ecumenica, per le vittime ella omofobia.

La situazione concreta di una persona o di una istituzione si può ricostruire in modo piuttosto chiaro esaminando tutto ciò che costituisce e tutto ciò che non costituisce un problema per quella persona o per quella istituzione. Il ragionamento vale certamente anche per i singoli. Ci sono gay per i quali il fatto di essere gay costituisce un problema che in prima istanza dovrebbe essere risolto, se possibile, cambiando il proprio orientamento sessuale e in seconda istanza dovrebbe essere superato tramite un forzato conformismo con le richieste sociali, ci sono d’altra parte gay per i quali essere gay costituisce la normalità della vita e non comporta alcun problema, il problema se mai è nell’omofobia che è ancora diffusa nella società ed è uno degli indicatori di sottosviluppo.

Riprendo un’espressione di padre Compagnoni: “Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’effetto educativo, dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto”, se il capo è omofobo l’omofobia rischia di essere interiorizzata, i livelli di autonomia di giudizio scadono e l’omosessualità, da problema legato all’ignoranza e al pregiudizio sociale, diventa un problema individuale da risolvere tramite l’auto-repressione.

Indurre all’auto-repressione è da sempre uno dei metodi più efficaci di controllo delle coscienze. Richiamo l’attenzione sul fatto che il termine auto-repressione è un ossimoro, non si tratta certamente di scelte autonome e libere ma di scelte indotte e sostanzialmente forzate. Una scelta non è autonoma solo quando manca l’imposizione violenta ma anche quando la scelta, apparentemente libera, è indotta attraverso un condizionamento della coscienza. Riposto un brano di S. Alfonso Maria de Liguori (1696-1787) “Confessore diretto per le confessioni della gente di campagna”CAPO XXI. PUNTO II. Come debba portarsi il confessore con diverse sorti di penitenti. § III. Come debba portarsi il confessore co’ fanciulli, e colle zitelle.

“20. Co’ fanciulli bisogna usare tutta la carità, quando vengono a confessarsi. Primieramente bisogna interrogarli, se … [omissis], se han commessa qualche disonestà. Ma in ciò sia molto cautelato il confessore. Dimandi a principio al fanciullo, se ha dette male parole, o ha avuti pensieri brutti. Dimandi poi, se ha burlato con altri figliuoli, o figliuole; e se quelle burle sono state di nascosto con toccarsi colle mani. Indi (rispondendo il fanciullo di sì) dimandi, se han fatte cose brutte, o male parole: così chiamano i figliuoli i congressi turpi. E benché il fanciullo dica di no, giova fargli interrogazioni suggestive, per vedere se nega per rossore, v. gr. [v gr. = per esempio]È bene quante volte hai fatte queste cose brutte? dieci, quindici volte? Di più dimandi a’ fanciulli, con chi dormono, se con fratelli o sorelle, e se con essi in letto si son toccati burlando colle mani. Se mai il fanciullo dorme nel letto de’ suoi genitori, vada scorgendo il confessore con prudenza, se ha fatto qualche peccato, aspiciendo aut audiendo genitores coeuntes [vedendo o sentendo i genitori avere rapporti sessuali]. [omissis].

21. Circa poi l’assoluzione da darsi a questi fanciulli, vi bisogna molta prudenza. Nel caso ch’essi sono recidivi nei peccati gravi, e si scorge, che hanno già il bastante intendimento in comprendere l’offesa fatta a Dio, e l’inferno meritato, debbono allora trattarsi come gli adulti; onde, se non danno segni straordinari di dolore, dee lor differirsi l’assoluzione, finché si vedano emendati, e ben disposti.”

Altrove (Capitolo VII – Come debba comportarsi il confessore con persone di diversi generi § I – Come debba portarsi co’ fanciulli, giovani e signorine) il concetto è ribadito.

“Se han commessa qualche oscenità. Ma in ciò il confessore sia molto cautelato nelle dimande. Cominci interrogando con raggiri e parole generali, e prima se han dette male parole, se han fatte burle con altri figliuoli e figliuole e se quelle burle le han fatte di nascosto. Indi dimandi se han fatte cose brutte o male parole (così chiamano i fanciulli i fatti osceni). Molte volte, sebbene essi neghino, giova il far loro dimande suggestive: E bene, quante volte l’hai fatte queste cose? dieci, quindici volte? Dimandi loro con chi dormano, e se nel letto hanno burlato colle mani. Alle signorine, se han fatto all’amore, e se ci son stati mali pensieri, parole o atti. E dalle risposte s’inoltri alle dimande; sed abstineat ab exquirendo a puellis vel a pueris an adfuerit seminis effusio [Ma si astenga dal domandare alle fanciulle ed ai fanciulli se c’è stata emissione di seme]. In somma con questi è meglio che si manchi nell’integrità materiale della confessione che si faccia loro apprendere quel che non sanno, o che si pongano in curiosità di saperlo”.

Con tecniche del tutto analoghe a queste si induce ancora oggi nei ragazzi omosessuali l’idea che ci sia un problema da risolvere. Vizio da superare, malattia da curare, peccato da evitare, sono in fondo espressioni equivalenti usate in epoche diverse. Ma la prima responsabilità dell’indurre i ragazzi omosessuali a vedere un problema nella loro omosessualità non è nemmeno direttamente della chiesa ma della famiglia, che forse, essa stessa profondamente condizionata, non fa che trasmettere i condizionamenti che ha ricevuto. Un condizionamento anti-omosessuale, cioè un condizionamento che miri a colpevolizzare l’omosessualità a e vederla come un problema, in genere viene assorbito senza alcun filtro da persone che non sono omosessuali, perché si tratta di una questione, per loro, esclusivamente teorica che non genera stati di ansia o di tensione, ma quando quel condizionamento ricade su ragazzi che sono omosessuali provoca disagio e talvolta stati di vera sofferenza psichica profonda. La non accettazione familiare, assunta come inevitabile, sta alla base del fatto che moltissimi omosessuali non si dichiarano mai in famiglia.

Vedere l’omosessualità come un problema comporta che si mettano in atto dei tentativi di risolvere quel problema, ma si dovrebbe meglio dire quel falso problema. Ripeto spesso che la paura dei fantasmi può indurre a chiudersi e a prendere decisioni sconsiderate anche se i fantasmi non esistono affatto.

Spesso le famiglie che considerano l’omosessualità un problema, e che inducono nei figli questa stessa idea, si sentono incapaci di affrontare autonomamente il problema perché risolvere il problema per loro non consiste nel prendere atto che non si tratta di un problema ma nell’indurre il figlio alla eterosessualità. In questi casi l’omosessualità viene medicalizzata ed entra in campo lo psicologo clinico o lo psichiatra e si può arrivare ad ipotizzare una ricerca farmacologica di soluzioni. Che ci possano essere ragazzi gay che possono avere bisogno o addirittura necessità dell’interventi di specialisti per affrontare altri problemi è cosa ovvia ma l’omosessualità di per sé non richiede nessun intervento specialistico. Di fatto, parecchie volte, l’intervento specialistico ha una utilità anche se non è di per sé necessario, perché è un surrogato di relazioni affettive importanti che possono mancare. Ma, in condizioni normali, cioè in ambienti liberi almeno relativamente, le amicizie, e in particolare le amicizie serie con altri ragazzi, gay e etero, possono sostituire pienamente l’intervento di uno psicologo. La amicizie, e in particolare le amicizie gay, servono proprio ad allontanare la paura dei fantasmi, a prendere atto di una realtà che è diversissima da come viene rappresentata, cioè aiutano a rendersi conto che il problema non esiste, che non c’è nessuna soluzione da cercare e che bisogna sentirsi liberi di vivere la propria vita.

Senza omofobia, che è figlia dell’ignoranza e che è il vero problema, non ci sarebbe nemmeno il falso problema dell’essere gay.

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Se volete, potete partecipare alla discussione du questi post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=2519

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