AMORE GAY DA GAY SINGLE A COPPIA GAY

da gay single a coppia gay

Ciao,

permettimi di partire da un’analogia di carattere chimico-fisico che, secondo me si presta ad introdurre il discorso. L’energia potenziale di un corpo in un campo di gravità come quello terrestre in cui viviamo è proporzionale all’altezza del corpo, per portare un corpo in alto si compie un lavoro che viene immagazzinato sotto forma di energia potenziale nel corpo e può essere restituito come energia cinetica quando il corpo cade dalla posizione più alta per tornare a quella più bassa. Tutti i copri hanno la tendenza naturale ad occupare le posizioni più basse che possono raggiungere, cioè a collocarsi al minimo livello possibile di energia potenziale. Osservando la curva della figura immaginiamo di avere un corpo nel punto A, punto di minimo di una curva (un vincolo) sulla quale il corpo può muoversi. Se il tratto di curva da A a C non avesse un massimo ma fosse costantemente decrescente il corpo scivolerebbe naturalmente nella posizione C e vi resterebbe stabilmente perché il punto C sarebbe per esso il punto più basso raggiungibile. Se invece tra A e C ci fosse un punto di massimo B il corpo per passare da A a C dovrebbe prima aumentare la sua energia potenziale salendo fino al punto B per poi diminuirla scendendo al punto C. La differenza di altezza tra A e C rappresenta la differenza tra lo stato iniziale e quello finale, se l’altezza del punto C è inferiore all’altezza del punto A, possiamo dire che lo stato finale C è più stabile di quello iniziale, ma se per passare da A a C il corpo deve oltrepassare il massimo rappresentato dal punto B ad una altezza maggiore dell’altezza di A, il corpo per raggiungere uno stato finale più stabile (C) deve passare per uno stato intermedio (B) più instabile (a maggiore energia potenziale) rispetto allo stato di partenza A. La differenza di altezza tra A e B rappresenta l’energia di attivazione del passaggio tra A e C, se il corpo che si trova in A non arriva prima in B caricandosi di energia potenziale non potrà ricadere in C diminuendo nettamente la sua energia potenziale rispetto al punto di partenza A.

Se il copro di cui parliamo non può ricevere energia dall’esterno, il passaggio da A a C avviene solo se non c’è il picco di attivazione B, ed è un passaggio irreversibile, il corpo cade, perde la sua energia cinetica nell’urto e resta lì perché non può riacquistarla. Per fare passare il corpo da C ad A sarebbe necessario fornirgli energia dall’eterno e questo è stato escluso per ipotesi, il corpo resta quindi definitivamente in C.

Se invece si ipotizza che sia possibile fornire energia al sistema dall’esterno, viene meno anche il concetto di irreversibilità, il corpo che si trova in A deve ricevere dall’esterno una energia di attivazione paria alla differenza di altezza tra A e B (relativamente piccola) per passare in C (ipotizzato a un livello più basso di A) e restituire energia pari alla differenza di quota tra B e C, maggiore dell’energia di attivazione, il processo quindi, al termine, conduce ad una diminuzione di energia potenziale e ad una maggiore stabilità. Se il corpo fosse in C potrebbe ritornare in A ma solo ricevendo dall’esterno un’energia pari al salto tra C e B, energia di attivazione del passaggio tra C e A, e restituendo alla fine una quota di energia corrispondente al dislivello tra B e A, miniore dell’energia di attivazione, in questo caso quindi il processo porterebbe a uno stato finale meno stabile di quello di partenza. Le osservazioni fatte hanno una validità generale in moltissimi campi e costituiscono la base della teoria della stabilità.

Proviamo ad applicare quanto detto al mondo dell’affettività. Immaginiamo di porre in ordinata lo stress e immaginiamo di rappresentare in ascissa una successione di stati possibili per un ragazzo, dalla condizione di single instabile che non pensa ad avere una vita di coppia (tratto che precede il punto A) a alla condizione di single che si sta spostando verso un coinvolgimento di coppia (tratto AC) alla condizione di componente di una coppia in condizione instabile (tratto oltre C). La curva è la cosiddetta curva di stress. Ipotizziamo che un ragazzo si trovi nello stato A, punto di minimo stress e quindi di relativa stabilità. Se il picco rappresentato dal punto B non ci fosse e il tratto della curva da A a C fosse costantemente decrescete lo spostamento verso una situazione meno stressante C sarebbe naturale e spontaneo. Il ragazzo passando gradualmente da A a C diminuirebbe il suo stress in modo progressivo fino alla nuova situazione di stabilità. Tuttavia accade spessissimo che la curva di stress presenti un massimo tra A e C, in questo caso per passare da una situazione di minimo stress relativo A ad un’altra di minimo stress relativo, inferiore ad A, rappresentata dal punto C, è necessaria una energia (uno stress) di attivazione, cioè è necessario un aumento dello stress che porti a superare lo stress di picco rappresentato dal punto B, per poter poi collocarsi in una situazione finale di maggiore stabilità C.

Immaginiamo che il punto A rappresenti un soggetto in condizione di single in equilibrio e il punto C rappresenti lo stesso soggetto in condizione di vita di coppia in equilibrio. Ammettiamo per ipotesi che C sia una condizione meno stressante di A, se la curva AC è sempre discendente il passaggio da A a C è spontaneo e non presenta alcun problema in termini di aumento di stress, se tra A e C esiste un massimo B, per passare da A a C occorre uno stress di attivazione. Tanto più alto è questo stress di attivazione tanto più il processo è difficile. Inoltre, se il picco B non esiste chi si trova in A vede la prospettiva libera fino a C, ossia capisce dove sta andando e quindi se la situazione finale sarà di maggiore o di minore stabilità, se invece il picco B esiste, e quindi il passaggio da A a C necessità di uno stress di attivazione, chi si trova in A non è in grado di vedere che cosa c’è oltre il picco B e non può quindi capire fin dall’inizio se il superamento del picco di stress B sarà vantaggioso o svantaggioso, perché il punto C potrebbe anche trovarsi più in alto di A e la situazione di vita di coppia potrebbe quindi essere più stressante di quella di single. Per un etero in genere il tratto AC non presenta punti di massimo tra A e C, il soggetto capisce fin dall’inizio verso dove si sta muovendo e può quindi rendersi conto in partenza del fatto che la sua condizione in situazione di vita di coppia in certi casi sarebbe peggiore di quella da single (C più in alto di A). Per un gay invece lo stress di attivazione del processo che lo porta dalla condizione di single alla condizione di coppia esiste eccome ed è rappresentato dai problemi di carattere sociale e dalla parziale accettazione della omosessualità che si devono superare per arrivare alla vita di coppia. Per di più per un gay non è prevedibile in partenza, proprio per l’esistenza del picco B, se l’esito finale del tentativo di passare ad una vita di coppia sarà stabilizzante (minore stress) o ulteriormente destabilizzante (maggiore stress). Assumiamo per ipotesi, per semplificare il discorso, che la vita di coppia sia meno stressante della vita da single (C più in basso di A). Per passare dallo stato A allo stato C le strade possibili sono tante a tutte diverse una dall’altra, alcune di esse hanno stress di attivazione molto alto, altre decisamente più basso. I chimici sanno che la presenza di un catalizzatore fa in modo che una reazione con forte energia di attivazione, che per ciò stesso tende a non avvenire, può invece avvenire facilmente attraverso una serie di passaggi intermedi tutti a bassa energia di attivazione. Così nella vita affettiva, pensare di passare dalla situazione di single a quella di coppia in un solo passo è irrealistico (stress di attivazione altissimo e forte incertezza circa la maggiore stabilità della vita di coppia rispetto a quella da single) e per questo si cerca di creare una serie di passaggi intermedi, tutti a basso stress di attivazione, che possano portare al risultato finale. Tra l’altro valutando l’incremento di stress passo dopo passo è possibile farsi un’idea della convenienza dell’intero processo. Si parte dal creare un contatto, poi una simpatia, poi un’amicizia, un’amicizia sempre più stretta e ad ogni passo si valuta l’opportunità di fare il passo successivo.

Vengo adesso all’idea della identità e della complementarità. Un gay riesce ad affezionarsi profondamente ad un ragazzo quando lo sente veramente affine, in questo senso il fatto che l’altro sia gay è una condizione necessaria ma non sufficiente. Non basta che sia un ragazzo, altrimenti non si tratterebbe neppure di omosessualità, ma deve essere anche un ragazzo gay, perché senza questa condizione la reciprocità è teoricamente impossibile. In sostanza partendo dall’insieme “ragazzi”, ci si limita al sottoinsieme “ragazzi gay”, ma il processo di progressiva restrizione del campo procede ulteriormente imponendo la condizione che si tratti di un “ragazzo gay affine” cioè di uno che possiamo percepire come profondamente simile. Faccio un esempio classico di condizione restrittiva, un ragazzo gay non dichiarato orienta la sua ricerca tra i “ragazzi gay non dichiarati”. E ancora, un ragazzo gay che abbia un’esperienza di vita collegata ad un senso forte delle religione si indirizza prevalentemente verso ragazzi con esperienze affini. È poi naturale che un ragazzo si orienti verso ragazzi che percepisce avere una sessualità affine alla sua, cioè basata su fantasie e comportamenti sessuali simili, condizione senza la quale l’equilibrio sessuale è in realtà molto difficoltoso. È certamente più semplice trovare un’armonia di coppia tra persone strettamente simili che condividono lo stesso tipo di sessualità e per questo non hanno particolari disagi nella sessualità di coppia che non richiede, in questi casi, sforzi di adattamento da parte di nessuno dei due. Questi meccanismi di identificazione sono alla base anche dei rapporti di amicizia e valgono anche in campo etero ma in campo etero la sessualità ha inevitabilmente dei ruoli ben definiti e quindi nella dimensione strettamente sessuale di una coppia etero l’identificazione assume un senso molto relativo, mentre per un gay resta un valore importante anche nel campo strettamente sessuale. Perché un ragazzo si può trovare più o meno bene in Progetto Gay? Perché può essere più o meno in grado di stringere amicizie in questo ambito? La risposta viene da sé, maggiore è il grado di affinità che percepisce con gli altri ragazzi maggiore è il suo grado di integrazione e di gratificazione. Per un gay nei confronti dei ragazzi valgono regole analoghe a quelle che governano i rapporti di un etero con le ragazze: non esiste un confine definibile tra amicizia e amore, ma l’amicizia seria è la condizione minima per qualunque rapporto autentico di coppia. Aggiungo ancora che i ruoli, e non parlo di ruoli sessuali ma familiari, per un etero hanno un significato anche in rapporto ai figli, in queste situazioni la differenziazione tra il maschile e il femminile all’interno della coppia è automatica e spontanea. Tra i gay invece la condizione di sostanziale parità è una delle poche garanzie di equilibrio e di stabilità. Più il rapporto e sbilanciato più e fragile. Aggiungo che tra i gay il meccanismo di identificazione agisce anche e profondamente all’interno della coppia già costituita, se è una vera coppia: si assumono atteggiamenti dell’altro o meglio si condividono atteggiamenti del viso e del corpo, modi di esprimersi, e anche di ragionare e, col passare del tempo, se il rapporto funziona, si percepisce realmente l’altro come l’altra metà di sé. Questi meccanismi agiscono allo stesso modo anche nelle amicizie amorose, più o meno unilateralmente sessualizzate e nelle cosiddette migliori amicizie che per un gay possono essere un passo “a basso stress di attivazione” verso rapporti più coinvolgenti.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=21&t=2229

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