DISAGIO GAY

Partiamo da un presupposto che è ampiamente e oggettivamente documentato: la vita di un ragazzo gay presenta spesso motivi di stress che non esistono nella vita di coetanei etero o che esistono ma in modo meno problematico. Solo per fare alcuni esempi, la sessualità per un ragazzo gay è spesso un tabù vissuto come trasgressione e con sensi di colpa, l’accoglienza nel gruppo dei pari evidenzia che il confronto è limitato e ha spesso il sapore di una più o meno marcata emarginazione, il rapporto con la religione è complesso e spesso contraddittorio e le pressioni in direzione etero da parte della famiglia rappresentano parecchie volte condizionamenti molto difficili da superare. Si comprende facilmente quindi perché i ragazzi gay presentino delle forme di fragilità psicologica che sono meno comuni tra i coetanei etero. In buona sostanza esistono serie motivazioni oggettive alla base del disagio dei ragazzi gay. Questo post mira a mettere in evidenza alcuni meccanismi psichici che spesso condizionano i ragazzi gay e li espongono al rischio di marginalità e di atteggiamenti depressivi. Basta scorrere l’indice del Forum di Progetto Gay per notare come il maggior numero di post si concentra proprio sulla sezione “Disagio gay” e su quella relativa al “Coming out”, tipico motivo di disagio per i gay.

Come è ovvio il panorama del disagio gay è quanto mai articolato e complesso in relazione alle condizioni ambientali dei singoli e alla storia individuale ma ci sono elementi ricorrenti che possono essere presi utilmente in considerazione.

LO STAR BENE CON SE STESSI

Mi capita spesso di vedere ragazzi che sono alla spasmodica ricerca di un rapporto affettivo forte dal quale sperano di ottenere la soluzione di tutti i loro problemi, ma la vita di coppia richiede come presupposto lo star bene con se stessi, condizione senza la quale si costruisce su basi molto fragili una serie, talvolta assai estesa, di attese poco realistiche. Che cosa significa stare bene con sé stessi? Significa prima di tutto mantenere un equilibrio interno complessivo che non polarizzi in modo radicale tutta la vita affettiva e mentale di una persona su una sola questione, per quanto importante essa possa essere. Così come una dieta sana è caratterizzata da un equilibrio tra i vari nutrienti, lo star bene con se stessi comporta l’armonia di vari elementi “tutti essenziali” al raggiungimento dell’equilibrio complessivo. In questo senso va sottolineato che l’autostima dipende certamente e in modo molto significativo dal successo negli studi e nel lavoro e che l’abbandono degli studi, il continuo rinvio nell’affrontarli seriamente, o la perdita del lavoro possono essere causa di fortissimo stress al quale si reagisce spesso tramite un meccanismo di compensazione, ossia concentrando tutta la propria attenzione su un oggetto diverso che molto frequentemente è la vita affettiva, che viene così caricata di attese e finisce per fornire una auto-giustificazione del lasciarsi andare. Il vero rischio dei ragazzi gay non è rappresentato da una deriva sessuale della vita affettiva, cosa peraltro piuttosto rara, ma dal lasciarsi andare, dal farsi portate dalla corrente nella convinzione che “tanto” non ci si può fare nulla. In realtà è vero esattamente il contrario, il futuro è nelle nostre mani e, da qualsiasi condizione si parta, la possibilità di migliorarlo esiste certamente anche se richiede uno sforzo serio di volontà. Sottolineo che la volontà non è un sentimento astratto, ma ha un senso quando si traduce in scelte concrete cioè in pratica nel destinare il proprio tempo ad attività produttive di risultati. Vedo ragazzi che, di fonte a difficoltà nello studio o nel trovare lavoro, difficoltà quest’ultima particolarmente seria in periodi di crisi economica come quello che stiamo vivendo, si lasciano vincere da atteggiamenti passivi e dall’idea di un destino ingovernabile contro il quale nulla può la volontà individuale. Affermazioni come: “Se non avrò un ragazzo accanto a me non avrò mai la serenità per mettermi a studiare seriamente”, oppure come “Tanto nella vita non combinerò mai nulla” sono due modi tipici per abbandonarsi alla corrente. L’abulia, cioè la mancanza di volontà è un segno di sofferenza individuale molto significativo, ne deriva la mancanza di una progettualità rivolta al futuro e la sensazione percepita di essere portati dalla corrente e, gradualmente, partendo da qui, si scivola verso atteggiamenti depressi. In un equilibrio psichico complessivo l’autostima dipende fortemente da elementi legati alla volontà oltre che all’affettività e la volontà va esercitata per gradi, nel concreto, nel quotidiano, con progetti a breve termine e non con discorsi astratti. Per fare ripartire il meccanismo degli studi bisogna andare a lezione tutti i giorni, studiare tutti i giorni per ore e fare gli esami, solo questo lavoro concreto e oggettivamente pesante ha un senso effettivo nella ricostruzione dell’autostima. Qui va chiarito che vanno affrontati risolutamente quei problemi che possono oggettivamente essere risolti con un impegno di volontà “individuale”, questo significa che non ha molto senso cercare di affrontare pervicacemente problemi la cui soluzione dipende dal rapporto con altre persone, l’esempio tipico è il coming out, e in particolare il coming out familiare, sul quale spesso si concentra l’attenzione di molti ragazzi. Riflettere sul coming out familiare e eventualmente realizzarlo quando le condizioni sono effettivamente favorevoli ha un senso e aumenta l’autostima, ma fare del coming out “oggettivamente impossibile” il centro della propria vita quando mancano le condizioni minime per poterlo affrontare senza grossi rischi, significa polarizzare tutta la propria vita intorno a un problema la cui soluzione non dipende da noi e in molti casi è oggettivamente impossibile. Mi spiego con un esempio. Se un ragazzo vive in una famiglia difficile, perché conflittuale, quel ragazzo vivrà indubbiamente una condizione di disagio familiare ma la soluzione del problema non dipende da lui, farà quindi bene ad assumere un atteggiamento di distacco e a farsi coinvolgere il meno possibile in questioni sulle quali può avere solo un’influenza molto relativa. Se volesse cercare di risolvere comunque il problema andrebbe incontro a inevitabili frustrazioni. C’è poi un’altra questione fondamentale, ciascuno è prima di tutto un individuo, poi, eventualmente, è parte di una coppia o di un gruppo sociale più largo in cui si riconosce. Voglio dire che se i problemi di tipo sociale devono essere affrontati in gruppo e quelli di coppia devono essere affrontati in due, quelli individuali devono essere affrontati e risolti essenzialmente a livello individuale e non devono essere trasferiti in dimensione di coppia o in dimensione sociale. Fare pesare sulla vita di coppia o sulla vita sociale i problemi individuali non risolti significa considerare la coppia o il gruppo come un possibile modo di superare il disagio individuale, ma questa impostazione è decisamente fragile.

LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA

Partiamo da un esempio fisico, una macchina a vapore priva di meccanismi di autoregolazione, se alimentata da una corrente di vapore a pressione progressivamente crescente aumenta progressivamente il numero di giri dell’albero motore, al limite fino alla rottura della macchina, al calare della pressione del vapore diminuisce il numero di giri. Questo significa che il regime di una macchina a vapore priva di meccanismi di autoregolazione è totalmente dipendente dall’alimentazione. Nel 1782 James Watt brevettò il regolatore di Watt, un meccanismo collegato all’albero motore di una macchina a vapore che, all’aumentare del numero di giri, modificando la propria geometria per effetto della forza centrifuga, provvedeva a chiudere progressivamente la valvola di accesso del vapore, in questo modo il regime della macchina a valore poteva rimanere costante anche in caso di aumento della pressione di alimentazione.

Che cos’è l’autonomia? È la possibilità di autoregolarsi anche in casi di sovraesposizione o di aumento di stimoli esterni. Anche il cervello ha bisogno di meccanismi di autoregolazione che impediscano che la sovreccitazione possa portare a condizioni di stress pericoloso. Sono esempi classici di meccanismi di autoregolazione quelli legati all’abitudine che abbassa i livelli di coinvolgimento e quelli relativi all’applicazione di filtri o di tempi di ritardo prima della risposta. Una vera autonomia si raggiunge quando una persona è capace di regolarsi da sé per mantenere un equilibrio interiore tra le varie componenti affettive, volontarie e razionali della sua personalità. Come si acquisisce l’autonomia? La risposta è necessariamente articolata. Come in tutti i comportamenti umani esiste una base solida di tipo genetico sulla quale si inserisce un lungo processo di apprendimento di comportamenti. Come si impara ad amare, così si impara ad essere autonomi vedendo degli esempi, prima di tutto in ambiente familiare e poi anche in altri ambienti. Chi vive in famiglie e in società fortemente gerarchizzate e con un senso della gerarchia molto interiorizzato, difficilmente tende a sviluppare una vera autonomia di comportamento, per quelle persone l’omologazione è un valore e l’essere accettati in famiglia o in società è il giusto premio di quella omologazione, in quei casi raggiungere una vera autonomia è un processo difficile da sviluppare contro-corrente. L’autonomia non è l’indipendenza da un ambiente ma la capacità di autoregolarsi che è il presupposto per potersi allontanare da qualsiasi ambiente. Allontanarsi non significa andarsene via fisicamente ma rendersi indipendenti. Come accade che uno stato, per rendersi indipendente da un altro, debba sviluppare un suo proprio sistema di regole, così accade anche per le persone: l’autonomia, cioè l’autoregolazione, in pratica la capacità di darsi delle regole che permettano la conservazione dell’indipendenza nel tempo, è la condizione per creare una vita adulta indipendente. Chi scappa da un ambiente ma non è autonomo perché incapace di darsi delle regole che permettano il mantenimento della situazione di indipendenza prima o poi finirà in nuove situazioni di dipendenza.

Esistono alcune regole fondamentali che permettono il mantenimento di un autonomo equilibrio personale. La prima di queste regole consiste nel non trascurare nessuno degli aspetti della propria personalità e nel non farsi travolgere dagli eventi. L’esperienza è maestra di autonomia, in particolare l’esperienza ripetuta della frustrazione e della delusione porta nella dimensione dell’usuale eventi che quando accadono per la prima volta hanno un alto potenziale dirompente. In altre parole l’esperienza insegna ad essere autonomi controllando e riducendo il senso dei delusione e di frustrazione. Un vero scoglio nella conquista dell’autonomia è dato dalla difficoltà di auto-valutarsi che ha come conseguenze la sopravalutazione o la sottovalutazione di sé in diversi campi e la conseguente errata valutazione degli obiettivi in rapporto alla reale possibilità di conseguirli. L’autostima cresce attraverso un meccanismo di determinazione di obiettivi, di impegno per raggiungerli e di effettivo conseguimento di quegli obiettivi. Se l’obiettivo è fuori portata, cioè è scelto senza tenere conto delle proprie possibilità, il risultato finale non sarà un aumento ma una diminuzione dell’autostima.

L’esito più comune della mancanza di autonomia è il vittimismo, purtroppo piuttosto diffuso tra i gay. Il vittimismo da radici oggettive e solide, cioè è spiegabile sulla base di forme di disagio molto concrete ma resta in ogni caso un atteggiamento mentale diametralmente opposto alla vera autonomia. L’atteggiamento vittimistico cerca consolatori, cioè persone che favoriscano e confermino quell’atteggiamento. Nella dimensione vittimistica ogni tipo di impegno della volontà è inutile, le colpe sono integralmente scaricate all’eterno e tutti i ragionamenti conducono inevitabilmente al fatto che “tanto” non c’è nulla da fare. Contro questo atteggiamento esistono varie possibilità di intervento, prima di tutto la socializzazione in un ambiente non votato al vittimismo, possibilmente con degli obiettivi concreti a breve termine che richiedano un impegno immediato e impediscano l’infinito bla bla inconcludente che spesso accompagna il vittimismo. In secondo luogo, alle persone con atteggiamenti vittimistici non bisogna fornire una spalla su cui piangere ma delle alternative concrete, un fare in luogo di un parlare, una fare concreto che abbia un inizio e una fine e che produca dei risultati visibili. Non dimentichiamoci mai che dietro questi atteggiamenti ci possono essere forme di sofferenza profonda, quindi nessun atteggiamento di contrapposizione o di polemica, nessun tentativo di convincere in astratto la persona portatrice di atteggiamenti vittimistici ad accettare altre visioni della vita. Sottolineo che spesso il vittimismo è legato alla netta sopravvalutazione dei livello di soddisfazione altrui e a una netta sottovalutazione del peso della volontà nella costruzione dell’autostima, il confronto con la realtà è quindi essenziale per riportare le valutazioni entro termini realistici.

Il disagio gay esiste ma esistono anche molte vie per superarlo o per imparare a conviverci, in ogni caso però resta essenziale la componente dell’impegno volontario e serio per cambiare le cose.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=2163

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