ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

In quest’ultimo periodo mi è capitato di ricevere diverse e-mail da parte di ragazzi più che trentenni che hanno in pratica cercato in ogni modo di mettere da parte la loro vera sessualità imponendosi una vita almeno formalmente etero o addirittura eliminando del tutto la dimensione sessuale dalla loro esistenza e cercando di realizzarsi attraverso il lavoro. Con alcuni di questi ragazzi ho anche parlato su msn e, nonostante le differenze biografiche, tra loro si riscontrano singolari consonanze di atteggiamenti di fronte alla omosessualità.

Un elemento assolutamente costante è l’idea che la propria omosessualità costituirebbe per i genitori una realtà traumatica e inaccettabile, ragion per cui l’argomento sessualità e in particolare l’omosessualità è accuratamente evitato in ogni situazione di possibile dialogo familiare. Si tratta di ragazzi gay non solo non pubblicamente dichiarati ma, salvo rarissime eccezioni, di ragazzi che non hanno mai parlato della loro sessualità con nessuno e per questo in una situazione di stress notevole. Lamentano tutti l’assoluta mancanza di amici e un senso di solitudine desolante al limite della depressione ma nello stesso tempo covano nel profondo sogni di evasione e meditano su possibili vie d’uscita. Alla fine prevale un atteggiamento fatalistico di rinuncia, ma non di rinuncia serena, ma invece di rinuncia per effetto di una specie di costrizione inevitabile, quasi una specie di maledizione biblica.

I possibili esiti di situazioni del genere, lasciate a se stesse, sono in pratica due: o lo scivolamento progressivo verso forme di vera depressione, di totale passività e di cronica malinconia, o la ricerca esasperate e rischiosa di soluzioni improbabili del problema, tramite quelle che a una persona che non conosce realmente la realtà gay, appaiono come le uniche vie verso una realizzazione di sé, parlo dei siti di incontri, delle chat erotiche e dei locali, che per ragazzi come quelli dei quali stiamo parlando sarebbero un ulteriore e insormontabile ostacolo con tutto un seguito di sensi di inadeguatezza e di frustrazioni.

Chiediamoci innanzitutto: che visione hanno questi ragazzi più che trentenni della omosessualità? La risposta è quasi automatica: ne hanno l’immagine che è stata loro trasmessa dall’ambiente familiare, in termini di disvalore, e l’immagine trasmessa dai media, in termini di comportamenti, tra l’altro le due immagini non sembrano affatto dissonanti e il giudizio negativo sulla omosessualità di conferma ulteriormente. Da lì a dire “io sono sbagliato” il passo è breve e “se poi mi sento comunque attratto verso quel mondo mi sento ancora peggio”.

Come in tutti i problemi di carattere psicologico, una volta individuata la causa, si comincia un lavoro di razionalizzazione e di presa di coscienza che parte dal fornire innanzitutto una visione realistica della omosessualità e, in particolare, di quella dei gay non dichiarati, che pur essendo invisibili, costituiscono la grande maggioranza degli omosessuali. Credo che tutti i gay abbiano chiara coscienza del fatto che ancora oggi, nel 2011, è estremamente difficile trovare informazioni serie sul tema e ancora più difficile è che la televisione affronti questi problemi fuori della logica del gossip. In pratica, per un gay non dichiarato, trovare notizie serie su come vive la maggioranza non dichiarata dei gay è quasi impossibile. La priorità va data quindi ad una informazione seria sul tema della omosessualità non in astratto, ma come rappresentazione di vissuto reale, perché solo così emerge il concetto di “omosessualità come normalità”. È ovvio che questo concetto non la lo stesso supporto sociale che ha l’idea di “eterosessualità come normalità” e quindi, per un gay non dichiarato, tanto più se molto chiuso nel proprio ambiente, l’idea di “omosessualità come normalità” non è affatto facile da interiorizzare. Molti gay, e lo dico con rammarico, sono tuttora convinti che la loro sessualità abbia qualcosa di intrinsecamente patologico, ed è proprio su questo che bisognerebbe lavorare prima che su qualsiasi altra cosa. Come si fa a rendersi conto che la omosessualità è una condizione normale di vita? Certamente le affermazioni di principio lasciano il tempo che trovano, c’è invece una strada naturale per arrivare a quella conclusione ed è avere la possibilità di conoscere ragazzi gay non dichiarati che vivono tranquillamente la loro vita, in coppia o no, ma la vivono serenamente dando alla loro omosessualità il senso non di una condanna ma di un valore che connota profondamente l’identità personale e dal quale non ci si vorrebbe staccare per nessun motivo. Permettetemi un esempio che potrebbe risultare strano per un gay ma in fondo è significativo: se una persona ha in mente che i cani sanno solo mordere c’è un solo modo per convincerla che con un cane si può avere un rapporto affettivo profondo ed è mostrare a quella persona come si può giocare con un cane e coinvolgerla direttamente nel gioco. La paura pregiudiziale si supera solo attraverso l’esperienza che dimostra che si tratta appunto di effetto di pregiudizi.

Per un ragazzo che non ha mai avuto amici e, a maggior ragione, non ha mai avuto amici gay, poter parlare con dei ragazzi gay in tutta tranquillità, con la garanzia dell’anonimato, rappresenta una svolta epocale. I pregiudizi cadono progressivamente attraverso la creazione di rapporti di amicizia. Ci vorrà un po’ di tempo ma alla fine ci si arriva.

Il muro della solitudine che rappresenta la prigione di questi ragazzi si sgretola quando essi si rendono conto di non essere soli, che ci sono moltissimi ragazzi che hanno vissuto e vivono tuttora problemi molto simili ai loro, che con quei ragazzi è possibile stringere rapporti di amicizia vera che non è finalizzata ad altro che allo stare entrambi meglio. Ogni forma di amicizia è uno scambio affettivo bilaterale.

Sono profondamente convinto sulla base dell’esperienza, e Progetto Gay me ne ha date molte conferme, che da soli non si sta bene, per stare bene bisogna sentirsi inseriti in una rete di rapporti affettivi seri, come quelli della famiglia, delle amicizie e anche ma non esclusivamente quelli con il proprio ragazzo. Le amicizie gay tendono a ricostruire l’immagine della omosessualità nella mente di un ragazzo che l’ha sempre vista come un disvalore. Le amicizie si possono costruire anche in chat, e possono benissimo non essere cose banali ma, ovviamente, le amicizie che si concretizzano in una conoscenza e in una frequentazione personale, anche se episodica, hanno certamente ben altro peso. Bisogna che i ragazzi che devono ricostruire la loro immagine della omosessualità si rendano conto che tutto questo non solo è possibile ma è addirittura facile. Capita che con i ragazzi del Progetto ci si incontri per una pizza o per una passeggiata in città, gli argomenti affrontati sono lo studio, il lavoro, la vita sociale, la politica,l’attualità e “anche”, se capita, qualcosa che ha a che vedere con l’omosessualità, che non è certamente l’argomento centrare della conversazione. La normalità di questi pomeriggi e di queste serate per certi ragazzi è sinonimo di banalità perché questi ragazzi non cercano una forma di amicizia e basta ma sono più o meno consciamente proiettati verso l’idea di trovarsi un ragazzo, cosa che, al limite, potrebbe pure accadere, ma non è assolutamente la regola. Amicizia significa poter passare una serata tranquilla tra amici, sapere che non si è soli, che gli altri ragazzi condividono con noi aspetti fondamentali della vita.

Vorrei riportare qui la mia esperienza diretta nel parlare con questi ragazzi. L’impressione che ho riportato pressoché sempre è di un forte disagio iniziale, come se si facesse forza a se stessi per portare avanti la conversazione, ma una volta rotto il muro della iniziale diffidenza il dialogo diventa serissimo e si capisce che corrisponde ad una esigenza profonda e repressa per moltissimo tempo. In pratica attraverso msn questi ragazzi si rendono conto che la realtà gay è una cosa seria della quale non si deve avere paura, che con un gay si può parlare benissimo e, anzi, è in grado di capirti come altri non potrebbero fare, parlo in particolare di psicologi o psicoterapeuti che non sono omosessuali e che trattano anche di omosessualità a livello professionale. Osservo spesso che questi ragazzi tendono ad accentuare molto il peso di questioni che non sono di fatto i problemi di fondo di un gay, tendono ad andare indietro nel loro passato alla ricerca della causa della loro omosessualità e si stupiscono quando cerco di mettere in chiaro che bisognerebbe ricercare invece la causa della rimozione della loro omosessualità.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=1980

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