GAY E AUTONOMIA AFFETTIVA

Nei decenni precedenti, l’essere gay in condizioni di isolamento pressoché assoluto portava i ragazzi a dover realizzare una propria personale autonomia affettiva. Era praticamente scontato fin dall’inizio che al di là dei sogni non si sarebbe mai realizzata una vita di coppia e questa ipotesi dopo le prime delusioni, veniva lentamente messa da parte perché oggettivamente irrealizzabile. L’autonomia del sé si realizzava come modalità di vita al riparo da sogni e desideri impossibili o, meglio, la fantasia e la realtà erano consapevolmente su piani diversi. Era quello il tempo della autonomia affettiva dei gay, il tempo del gay come single per definizione, il tempo in cui i gay finivano per sublimare la sessualità in altro (studio, lavoro). Oggi le cose sono cambiate, un gay giovane del 21esimo secolo vede il proprio essere single come cosa necessariamente provvisoria e si costruisce in funzione della vita di coppia. L’autonomia affettiva del gay viene meno e al suo posto subentrano tutte le dinamiche della vita di coppia (reale o ipotetica che sia). In qualche modo la differenza nel modo di impostare la vita tra un gay e un etero si riduce. Resta però che per un gay la realizzazione della vita di coppia è oggettivamente più difficile perché le condizioni di non accettazione sociale e familiare della omosessualità rendono impossibile (salvo rarissime eccezioni) una istituzionalizzazione del rapporto, cioè una sua trasposizione in un vissuto socialmente accettato. I gay di oggi non sono abituati all’autonomia affettiva (che sembra una contraddizione in termini) il che per un verso li indirizza alla ricerca dell’affettività di coppia ma per l’altro li rende fragili di fronte alle difficoltà della vita di coppia e in particolare di fronte all’abbandono e al ritorno alla condizione di single. Convivono due atteggiamenti in gran parte in contraddizione tra loro, per un verso la vita di coppia è vista miticamente come la panacea di tutti i mali e per l’altro è vista come sperimentazione di sé in una condizione in cui la situazione conta più della persona. Nel tentativo di realizzare una vita di coppia che metta insieme questi due aspetti, un ragazzo gay spende del tutto se stesso, si identifica e si valorizza come metà di una coppia reale o ipotetica e considera lo star bene con se stessi come necessaria conseguenza di una vita di coppia gratificante. Il risultato di tutto questo è che quando le difficoltà della vita di coppia emergono e ancora peggio quando la vita di coppia vissuta in modo più o meno mitico viene meno, manca la capacità di fare appello alla propria autonomia affettiva. In sostanza non si è più capaci di vedere se stessi come single, e la delusione della vita di coppia diventa distruttiva a misura di quando la precedente illusione è stata fragilmente costruttiva. L’autonomia affettiva, cioè la capacità di stare bene con se stessi è la base e non la conseguenza della vita di coppia, si tratta di un elemento senza il quale la vita di coppia ha radici fragili e che fa da supporto alla persona quando la vita di coppia va in crisi o viene meno. Non dico che bisognerebbe recuperare l’idea di stare bene solo come single, come accadeva prima, ma l’idea di stare bene ”anche” come single. L’unità di base della vita è il singolo, la coppia è salda quando le persone che la costituiscono sanno stare bene con se stesse.

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Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=816&start=0

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