RAPPORTI GAY INTERGENERAZIONALI

Questo post è dedicato ai rapporti gay intergenerazionali. Con questo termine intendo riferirmi non a rapporti tra gay di età diversa entro i limiti dei 10/15 anni, ma proprio ai rapporti tra gay che potrebbero essere padre e figlio, cioè con differenze di età dell’ordine dei 25/30 anni e oltre. La questione è molto seria e non marginale e viene affrontata spesso sulla base di pregiudizi.

Se un genitore viene a sapere che il figlio ventenne è gay ed ha un compagno della sua età, ancora oggi, fatica moltissimo ad accettare la situazione, ma se un genitore viene a sapere che il figlio ventenne è gay ed ha un compagno di 55, anni la reazione è enormemente diversa e l’interpretazione della relazione tra un 20enne e un 55enne è condotta integralmente su parametri derivanti da pregiudizi, cosa d’altra parte scusabile, perché il genitore manca del tutto dell’esperienza e delle categorie necessarie per valutare “dal di dentro” una situazione del genere.

L’interpretazione in genere segue questo schema:

“Mio figlio è un debole, è vero, per questo è gay, ma si potrebbe trovare almeno un ragazzo della sua età, ma quell’uomo lo ha circuito e si approfitta di lui e mio figlio adesso non riesce più a uscirne. Non so come possa un uomo adulto approfittarsi di un ragazzo che potrebbe essere suo figlio, sono cose patologiche. Quello ha rovinato mio figlio.”

Tutta la lettura dei fatti è centrata sull’idea che il più grande “approfitta” del più giovane a fini sessuali e che il più giovane non riesce a resistere e alla fine “cede”.

Questo schema interpretativo è diffusissimo, anche tra i gay, che tendono a leggere i rapporti intergenerazionali in questo modo proprio perché (come il genitore) mancano completamente di categorie realistiche per interpretarli.

Ma veniamo a quello che emerge dall’esperienza dei colloqui con i ragazzi gay. Intanto è enormemente più facile incontrare in chat i componenti più giovani delle coppie intergenerazionali, ma quando vengo contattato con ragazzi che vivono rapporti intergenerazionali non trovo mai richieste di aiuto o manifestazioni di disagio. Non mi è mai capitato. Trovo invece un desiderio di essere accettati e di essere capiti in modo non pregiudiziale per quello che si è. In pratica nella quasi totalità dei casi i ragazzi si rendono conto che potrebbero uscire molto facilmente dalla relazione intergenerazionale, che forse quella relazione crea più problemi ai loro compagni più grandi che non a loro e che il loro “essere coppia” costituisce socialmente un disvalore profondo agli occhi della società e degli stessi gay. Questi ragazzi non si sentono affatto assillati dal loro compagno che spesso tende anzi a lasciarli liberi nel timore di condizionare la loro vita in modo pesante. In questi rapporti, se li si osserva da vicino, non c’è plagio, non c’è approfittamento e non c’è nemmeno debolezza da parte dei ragazzi più giovani, che sanno comunque molto bene che entrando in relazioni di questo tipo stanno andando nettamente contro il modo corrente di vedere la sessualità. Questi ragazzi non “cedono” ma anzi cercano un rapporto con persone più grandi, che è voluto in modo consapevole e soprattutto ha per loro una profonda valenza non solo genericamente affettiva ma esplicitamente sessuale.

Un ragazzo gay, in genere, arriva a dare per scontato che si possa essere gay, non capisce perché la cosa sembri innaturale ad un etero ed è portato a pensare che gli etero sono dominati da pregiudizi che si possono riassumere in un semplicissimo ragionamento: “Io ho la mia sessualità che è quella giusta, chi ha una sessualità diversa dalla mia è un degenerato”, ma quello stesso ragazzo gay applica inconsciamente lo stesso ragionamento nel valutare i rapporti gay intergenerazionali.

Sento spesso commentare così: “Ma succede perché non ha conosciuto coetanei, se conoscesse dei ragazzi gay della sua età ne verrebbe fuori benissimo”. In questa visione delle cose i rapporti intergenerazionali sono il sintomo di una patologia della sessualità (della omosessualità, in specie) e la frequentazione di ragazzi giovani è la medicina. Questi ragionamenti non tengono però conto del fatto che questi ragazzi hanno scelto deliberatamente la strada più difficile e lo hanno fatto non perché non hanno conosciuto loro coetanei ma perché per loro l’orientamento sessuale è realmente un altro.

Cerco di spiegarmi meglio. Questi ragazzi hanno vissuto come tutti gli altri ragazzi gay molti momenti di nudità sociale (spogliatoi, docce, palestre, piscine) ma le loro reazioni, in quelle situazioni, non erano quelle degli altri ragazzi gay in situazioni del tutto analoghe. Un ragazzo gay in genere in situazioni del genere si eccita ma a questi ragazzi non accade. Sono ragazzi che spesso non vengono etichettati come gay perché il loro comportamento nei confronti dei loro coetanei è del tutto analogo a quello di un ragazzo etero, mentre provano eccitazione sessuale in situazioni in cui in genere un ragazzo gay resta del tutto indifferente. Un esempio classico: un ragazzo gay, in un ambiente scolastico, trova motivo di eccitazione e di fantasie sessuali nei suoi compagni, ma ci sono dei ragazzi gay che costruiscono le loro fantasie sessuali sui loro professori e non su quelli più giovani.

Una categoria di pornografia, la cosiddetta pornografia “mature” non è destinata a maturi che vogliono eccitarsi con immagini di altri uomini maturi ma in buona parte a ragazzi giovani che sono interessati a uomini maturi. Sottolineo che si tratta di un vero interesse sessuale primario che non è un tentativo di rimediare a una difficoltosa sessualità coi i coetanei. I ragazzi interessati agli uomini maturi hanno sviluppato questo loro interesse fin dall’origine e non hanno avvertito alcun cambiamento nella loro sessualità col passare del tempo. Disquisire sul perché di questi orientamenti sessuali è in sostanza come chiedersi perché esistono i gay e questo è terreno di scontro di mille teorie possibili e almeno apparentemente razionali.

Da quello che posso notare, si tratta spessissimo si ragazzi che non hanno amici, che vivono in un ambiente familiare molto intollerante e che hanno di conseguenza una fame affettiva fortissima. Ho sentito spesso commentare i rapporti intergenerazionali in un modo che in astratto mi smembrava realistico, cioè come una specie di sacrificio della propria sessualità ad esigenze affettive profonde. In buona sostanza un ragazzo molto solo, troverebbe un compagno adulto che lo gratifica a livello affettivo e finirebbe poi per sacrificare a questa esigenza affettiva la propria sessualità, in pratica “accettando” un rapporto con una persona molto più grande, fino alla condivisione della sessualità.

Questo ragionamento urta però contro l’evidenza dei fatti: questi ragazzi trovano una reale soddisfazione sessuale nei rapporti intergenerazionali e non hanno desiderio di cambiare strada, desiderano invece costruire con i loro compagni dei rapporti di lungo termine e qui in genere incontrano i primi grossi problemi sia a livello sociale che a livello della reazione psicologica molto esitante del loro compagno, della quale non sanno darsi una motivazione. I ragazzi gay coinvolti in relazioni intergenerazionali si sentono spessissimo e sono realmente incompresi e valutati in termini di perversione e spesso, pur nella consapevolezza della loro sessualità, la vivono con sofferenza.

Quando un ragazzo gay sessualmente interessato ad uomini maturi fa la sua dichiarazione d’amore ad un gay adulto, sa benissimo di esporsi in modo pericoloso e di poter andare incontro a brutte esperienze, ma il senso di solitudine e di emarginazione che prova è tale che gli fa superare le esitazioni. Trovarsi di fonte a una risposta negativa in questi casi è quasi la regola, perché un gay anziano, per quanto possa essere sessualmente interessato ad un giovane, ha mille remore che lo trattengono, non ultimo il senso di paternità che subentra quasi automaticamente e che è avvertito in conflitto con un coinvolgimento sessuale.

In ogni caso ha senso solo dire la verità mettendo da parte qualunque preconcetto e tenere presente che dire di no in una situazione del genere significa ferire profondamente un ragazzo e rimandarlo nella sua solitudine affettiva sostanziale. In un prossimo post proverò ad affrontare le tematiche dei rapporti gay intergenerazionali dal punto di vista della persona più grande che si trova a vivere questo tipi di rapporti, qui, invece, vorrei analizzare il punto di vista dell’uomo maturo che si trova a dire di no. In genere chi dice di no creca di dare al suo dire di no un valore morale, di dire: “Io dico di no perché non sono un pervertito come quel ragazzo!” oppure “Io dico di no perché anche se mi piacerebbe stare con lui non voglio rovinargli la vita”. In realtà il dire di no è dettato da motivazioni di molto più bassa lega. In sostanza, si dice di no perché si ha paura che quel ragazzo possa prima o poi trovare la sua strada o perché, ancora più brutalmente, vivere questi rapporti non è socialmente accettato. In genere chi dice di no evita di lasciarsi coinvolgere a qualunque livello, in parole povere scappa tentando di tagliare i ponti e di “salvare se stesso” perché in realtà considera la situazione sostanzialmente patologica.

Per un anziano o per un uomo maturo, sentirsi coinvolto a livello affettivo in una relazione intergenerazionale può essere un’occasione per provare un’esperienza affine a quella della paternità e può avere, anche mettendo da parte del tutto la sessualità, degli aspetti di gratificazione importantissimi. E’ possibile volersi bene in modo profondissimo anche senza coinvolgimenti sessuali reciproci o ponendosi deliberatamente dei limiti, se la sincerità e l’accettazione reciproca è totale. Amare significa innanzitutto capire e accettare. Concludo con una citazione di James Baldwin: “Qui non c’è nulla da capire, qui c’è tutto da accettare.”

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul forum di Porgetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=31211581

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