DUE PAGINE DI DIARIO GAY

Mercoledì 8 Maggio 1974
Oggi ho tanto da scrivere, stamattina sono stato all’università e lui c’era, sono andato al suo istituto e non sono andato alle mie lezioni, lui stava lì, chiacchierava un po’ con quell’aria un po’ distratta che mi piace tanto. Mi ha salutato, ormai è diventata un’abitudine anche se non sa nulla di me, ha fatto finta (io credo) di cercare qualcosa tra le bacheche degli esami e dei programmi, poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Hai da fare?”. Gli ho detto di no e lui: “Allora accompagnami all’autobus…” Siamo andati via insieme dall’università ma era presto, non siamo andati alla fermata dell’autobus e ci siamo messi a camminare per Roma: castro pretorio, la stazione, piazza dell’Esedra. Mi dice che i libri gli pesano e gli dico che se vuole glieli porto io. Non so perché mi è venuta una frase simile che è stupida, ma l’ho detta. Appena gliel’ho detto mi è sembrato di avere detto una sciocchezza grossa, ma lui si è limitato sorridere e a dire “no”. Parlavamo poco, come se parlare non fosse nemmeno necessario, quando parlavamo misuravamo le parole, ma per rispetto, senza aggressività e senza paura, si sentiva che c’era una certa confidenza reciproca, quasi il piacere di cedere all’altro e di lasciarlo parlare. Si stava bene, veramente bene, eppure nei giorni precedenti avevamo parlato al massimo per un quarto d’ora. Abbiamo cominciato a parlare di politica (Moro e Berlinguer) ma abbiamo smesso subito. Ogni tanto sia lui che io provavamo discorsi vaghi per cercare un approccio più personale… era un apparente parlare di niente. In effetti i nostri discorsi vaghi erano dei tentativi di esplorare a vicenda la disponibilità dell’altro per capire fin dove ci si poteva spingere. Poi mi è venuta quasi una folgorazione… rimettendo tutti i pezzi mi sono detto: Forse ho capito bene! Ma c’era quel maledetto forse… L’atmosfera era strana, noi eravamo sostanzialmente due estranei eppure ci scambiavamo sorrisi senza parole come fanno gli innamorati. A un certo punto lui mi ha detto: “Sai che sto proprio bene adesso”, non ha detto “con te”, ha detto “adesso”, però ci teneva a dirmi che stava bene e io gli ho detto che stavo benissimo anch’io. Che vuol dire quando due ragazzi ci tengono a dirsi che stanno bene insieme? Io sentivo la sua presenza fisica, la sua voce, non come parole ma come suono, coglievo le sue esitazioni, le sue pause, a un certo punto mi ha chiesto il numero di telefono [allora non esistevano i telefonini ma solo gli impianti domestici. n.d.r.] e quando me l’ha chiesto aveva una voce diversa, questo l’ho notato in modo chiarissimo. Ci siamo scambiati i numeri, poi siamo andati in un bar per fare colazione, anche se erano passate le dieci, ha cercato di pagare lui, ma ho voluto pagare io e lui non ha fatto resistenza… non ha fatto il teatrino del “pago io”, ha ceduto subito. Siamo arrivati a Villa Celimontana e ci siamo seduti sull’erba, poi si è steso supino nell’erba, in faccia al sole e ha fatto segno con la mano che io mi stendessi vicino a lui, ero imbarazzato ma mi sono steso accanto a lui, siamo rimasti così, in silenzio per parecchi minuti proprio come due innamorati. I sogni volavano alto. … Lo voglio! Io nel cervello avevo solo questo urlo! Ma perché devo stare fermo? Perché non lo posso baciare? Io lo so che lui lo vorrebbe, ma ce ne stavamo lì senza dire una parola, ma il nostro silenzio urlava! …Poi mi tornava in mente che era solo il parto della mia fantasia malata… e che lui, il suo cervello, forse stava da tutt’altra parte e con persone che io non conoscerò mai… Poi arriva l’ora di pranzo, l’ora di dirsi ciao e di andare a casa… ma noi non abbiamo il coraggio di separarci, si sente benissimo quando i minuti passano ma tu resti lì, perché sai che quello è il tuo posto… Perché dobbiamo separarci se stiamo bene insieme? Non abbiamo parlato di nulla eppure io ho la sensazione di aver capito tutto. Poi il pomeriggio a casa, un’agonia… passavo cento volte vicino al telefono… lo volevo chiamare ma non lo chiamavo mai, lui non mi chiamava, la sensazione di abbandono diventa angosciosa, ci stavo proprio male. Mi sento solo, provo un senso di vuoto terribile. Non riesco a fare nulla. Ma adesso è venuta la notte. Vorrei dannatamente masturbarmi ma non lo faccio per non sporcare la sua immagine, per me deve essere una persona sacra, assoluta. Adesso sono stanco morto, vado a dormire. Ma perché io non posso sapere? Buonanotte mondo. Buonanotte dolcissimo! Ti prego sognami… sogna che facciamo l’amore in un modo bellissimo. Notte docissimo!

Giovedì 9 Maggio 1974
Oggi la facoltà è chiusa. Diavolo… ma perché non mi hai chiamato? … ma non lo capisci quanto ci sto male! …
Ha chiamato, ha chiamato! … Dio, come mi sento felice!
Che giornata! Sensazione netta di simmetria, di corrispondenza, felicità profonda! Però non lo so se è vero. Discorsi bellissimi ma ambigui, vaghi… ma è o non è? L’angoscia è tutta qui. Io glielo direi pure, ma io non lo voglio perdere. Accidenti, ma perché non si riesce a parlare chiaro… Se la cosa stesse bene a lui potremmo essere felici da subito, se non gli stesse bene eviteremmo stress e angosce varie… e invece no! Tutto giocato sul non detto! Che vita assurda, ma io quasi quasi il passo lo faccio, se lo devo perdere è meglio perderlo senza rimpianti. Domani glielo dico! Giuro che domani glielo dico! … e poi? Che orrore, non sapere che fare! Notte dolcissimo, almeno oggi sono stato felice.

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