ANDY STORIA DI DUE RAGAZZI GAY TERZA PARTE

La mattina seguente, poco dopo le sei, quando era ancora quasi buio, sentì dei rumori nella cucina, Rocco si era alzato e stava preparando la colazione, si trattava di rumori che aveva sentito tantissime volte e che lo rassicuravano, ebbe il piacere di trattenersi a letto mentre qualcun altro preparava per lui la colazione. Marco non era più un bambino ma queste cose le gradiva ancora moltissimo, alle sette meno un quarto in punto Rocco bussò alla porta.
– Marco, c’è la colazione, posso?
– Vieni, vieni.
Rocco entrò mentre Marco si stiracchiava seduto nel letto.
– Ciao papà!
– Ciao Marco, qua sta la colazione, poi quando vuoi ti alzi e vai dove vuoi tu.
– Mamma si è alzata?
– No, l’ho lasciata dormire, ‘sti giorni sta un po’ stanca, ma tu come stai?
– Non c’è male (poi si corresse) anzi piuttosto bene (aggiungendo un sorriso), mi sento molto coccolato e mi fa piacere stare qua.
– Marco, questa è casa tua, qua sta papà e qua sta mamma e per qualunque cosa devi sempre contare su di noi.
– Lo so.
– Allora, io vado a lavorare, tu se vuoi rimettiti a dormire un altro pochettino.
– Papà, ma mamma a che ora si alza?
– In genere verso le otto, ma anche un po’ prima, la colazione per mamma è già pronta… be’, adesso statti buono e ciao.
– Ciao papà!
Rocco chiuse la porta della stanza di Marco, si mise il giaccone e uscì di casa.
Marco percepiva di nuovo il silenzio della casa, lo stesso silenzio di quando era bambino e suo padre usciva, come aveva appena fatto, per andare a lavorare. Marco si alzò, andò a farsi la barba, il suo rasoio a tre lame era in perfetto ordine in bagno, vicino a quello di Rocco, il sapone che piaceva a Marco era nel solito armadietto e c’era pure una bottiglia nuova della sua lavanda preferita. Marco non fece la doccia, pensò che l’avrebbe fatta alla piccionaia ma notò che il suo accappatoio era appeso vicino al box della doccia, dove era sempre stato. Dopo essersi rasato si guardò allo specchio e non si trovò poi tanto male.
– Dopo tutto non sono da buttare via.
Fece un po’ di smorfie davanti allo specchio, poi si lavò i denti. Quando Marco uscì dal bagno vide che Rosa stava uscendo dalla sua stanza, la salutò per primo, Rosa gli rispose con tono familiare.
– Ciao Marco, come vai stamattina? Ieri sera mi sembravi ‘nu poco giù di corda, o no?
– No, mammà, sto bene, e che mi manca a me?
– Vieni va’ che fai colazione.
– Me l’ha portata papà a letto.
– Ah, e va bene, però un altro goccio di caffè te lo puoi prendere, aspetta, ci sono pure dei dolcetti…
– Ma no, non ti preoccupare.
– E se non mi preoccupo per te per chi mi devo preoccupare… ah, Marco, ti volevo dire ‘na cosa.
– Che cosa?
– Sì bello figlio mio! Proprio bello!
– Ma che dici!
– Sì, tu sì bello, è ‘o vero! Te sì fatto proprio ‘nu bello guaglione.
– Mammà, io tengo vientiquattr’anni!
– Nunn’è ‘o vero, tu ne tiene ventitré.
Marco non volle farsi coinvolgere, se ne andò in camera, si rimise la giacca, salutò la madre e se ne andò. Ora era di nuovo solo, tornò alla piccionaia, si sedette sulla poltrona, il computer non lo attirava e nemmeno la televisione, scavò tra i suoi libri, tirò fuori le poesie di Pasolini e si mise a leggere, quel libro aveva sempre avuto su di lui un grande potere, lo tranquillizzava, gli faceva comprendere che nel mondo ci può essere tanta sofferenza e che i sentimenti di solitudine che provava avevano in fondo una dimensione universale, le poesie di Pasolini erano per lui un vero libro di meditazione.
“Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto.”
Dopo una ventina di minuti di lettura Marco era di nuovo tranquillo, gli rimanevano in mente le ultime parole che aveva letto perché le sentiva sue.
“Un po’ di pace basta e rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida , come il fondo del mare
in un giorno di sole.”
Se ne andò nella sua stanza da letto, non era come quella della casa dei suoi, c’era un letto a due piazze dove Marco aveva dormito sempre solo, il disordine era totale, muchi di libri e di fogli erano accatastati ovunque insieme a biancheria e camicie, il comodino era ingombro di bicchierini di carta e di lattine vuote di coca e di birra, la polvere regnava sovrana ma dalle tapparelle traspariva una striscia di sole. L’appartamento era all’ultimo piano e intorno non c’erano case più alte, affacciandosi al balcone si poteva vedere a distanza di chilometri, quella luce consolò Marco, come se fosse una premonizione divina. Si sdraiò un po’ sul letto, poi si chiese che cosa avrebbe fatto in quella giornata e decise di andarsene all’università. Per lui si trattava di una decisione eroica, era come tornare sul campo di battaglia dove si è subita una umiliante sconfitta ma si fece forza e cercò di realizzare comunque il suo proposito. Scelse con attenzione l’abbigliamento per non dare troppo nell’occhio. Preferiva non eccedere e passare per uno nella media. In tram si guardava intorno, col vecchio vizio di cercare se ci fosse qualche ragazzo caruccio ma non ne trovò neanche uno. Arrivò all’università molto presto e incontrò una delle pochissime ragazze che sicuramente avevano avuto un debole per lui. La ragazza si chiamava Elvira, aveva più o meno la stessa età di Marco. Elvira non aveva mai fatto segreti di avere una certa simpatia per Marco e lo trattò in modo disinvolto e molto familiare, a Marco la cosa piacque, la conversazione si fece gradevole, Marco fece una cosa che non avrebbe mai fatto prima, invitò Elvira al bar, lei ne fu contenta, la conversazione non entrò nel personale o nel troppo diretto, dopo una ventina di minuti Elvira avanzò una proposta.
– Perché non vieni pure tu venerdì sera? Io faccio una festa perché mi fidanzo con Michele, tu lo conosci, no?
– Sì, lo conosco, ma per la verità piuttosto poco.
– Allora che fai, ci vieni?
– Be’ non lo so…
– Dai non fare troppe storie, ci conto, ti scrivo l’indirizzo e il telefono, venerdì sera alle otto, mi raccomando.
Elvira aveva un tale tono di sicurezza che Marco disse di sì, comunque si trattava della festa di fidanzamento di Elvira, che quindi lo considerava solo un buon amico. Poi Elvira incontrò delle ragazze che conosceva e se ne andò con loro. Nel salutarsi si baciarono come vecchi amici, anche questo gesto, nella sua naturalezza, piacque a Marco.
Quando fu di nuovo solo riprese a girare per l’università, sempre guardandosi intorno alla ricerca di improbabili principi azzurri. Annotò piuttosto stancamente i libri che avrebbe dovuto acquistare per il suo quinto esame, annotò anche gli orari delle lezioni, avrebbe provato a frequentare almeno qualche giorno se non altro per farsi notare. Quando uscì dall’università Marco provò quasi un senso di liberazione, poi gli tornò in mente Elvira e il fatto che si era impegnato per venerdì, la cosa non lo sconvolgeva affatto, in fondo alla festa di Elvira avrebbe potuto incontrare gente nuova, per Marco era un’esigenza vitale, dal lunedì sera al venerdì però avrebbe dovuto trascorrere tre intere giornate da solo e la cosa lo terrorizzava. Si decise, andò alla libreria e comprò uno dei libri per l’esame che intendeva sostenere e tornò a casa, era ormai quasi mezzogiorno. Il libro era costosissimo e grossissimo, proprio uno di quei tomi da biblioteca che non invitano certo un lettore un po’ svogliato come Marco, ma Marco chiamò a raccolta tutta la sua buona volontà e cominciò a leggere, alle due aveva letto una trentina di pagine ma era distratto e il senso del discorso gli sfuggiva quasi del tutto, pensò di andare a pranzo dai suoi, poi ci ripensò, diede uno sguardo al frigorifero, ma oltre una crosta di formaggio e qualche yogurt non trovò altro. In dispensa trovò tre scatolette di tonno e una confezione di riso ancora intatta. D’istinto avrebbe mangiato solo il tonno, ma si diede da fare e mise l’acqua sul fuoco, preparò una specie di risotto, con riso lesso, olio e tonno, il risultato non era poi così terribile, ma Marco non aveva saputo regolarsi con le dosi e aveva cotto due etti di riso, troppo per consumarlo in una volta sola, cercò di mangiarlo tutto ugualmente, alla fine non ne poté più, lavò un contenitore di vetro e conservò il resto in frigo.
Dopo il pranzo si sentiva appesantito e andò a mettersi sul letto, inevitabilmente si addormentò e si svegliò quasi alle sei del pomeriggio, quando ormai la luce stava calando, questo fatto lo mise di cattivo umore: non era stato capace di mantenere i suoi buoni propositi nemmeno per una giornata, avrebbe potuto tornare alla lettura del libro, ma si sentiva agitato e preferì uscirsene per fare due passi, ma uscire da soli non è soddisfacente, gironzolava per la città osservando, senza farsi notare, tutti i ragazzi che incontrava: quello era troppo trasandato, quell’altro sembrava avere le paturnie, un altro ancora aveva il naso aquilino… in sostanza nessuno dei ragazzi che Marco incontrava gli sembrava interessante, si chiese perfino le cose più strane.
– Ma sarà poi vero che sono gay? Sì, sì, è vero! Elvira era carina ma non mi diceva proprio nulla sotto certi punti di vista, per me è proprio la tipica storia di una donna per amico… però di ragazzi passabili ce ne sono proprio pochi.
A un certo punto ne vide uno.
– Ecco, quello! Ammazzalo quanto è bello! Mh! Quello me lo farei al volo.
Il bellissimo camminava davanti a Marco con passo piuttosto lento, Marco adeguò il paso per non superarlo anche se avrebbe voluto vederlo in faccia, lo seguiva come un poliziotto che sta pedinando un gangster a distanza di sicurezza, poi il bellissimo si fermò a una fermata di autobus e Marco ebbe la strana tentazione di aspettare lo stesso autobus. L’autobus arrivò ma era pienissimo, il bellissimo cercò uno spazio e si intrufolò, Marco lo vide in volto per un attimo, sembrava veramente un angelo ma Marco non lo seguì.
– Ma va’, va’, lasciamo perdere che è meglio!
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