ANDY STORIA DI DUE RAGAZZI GAY QUARTA PARTE

– Ma va’, va’, lasciamo perdere che è meglio!

Nel tornare verso casa non era né deluso né amareggiato, pensava che alla festa di Elvira avrebbe potuto trovare qualche bellissimo e che poi lo avrebbe perso più o meno come il bellissimo dell’autobus, a casa accese la TV , Bush aveva chiesto a Sharon di ritirarsi dai territori palestinesi ma Sharon non lo aveva fatto, i frati della basilica della natività erano ancora assediati dagli israeliani, una notizia fresca di agenzia accennava al fatto che i carri armati israeliani si stavano ritirando da due città palestinesi: forse quello era il segno dell’inizio di una nuova fase: era poco ma induceva a sperare.

Dopo le dieci Marco mangiò il riso avanzato, freddo ancora di frigorifero, poi tentò di riprendere il libro, ne lesse forzatamente altre venti pagine, ma le questioni si ingarbugliavano in modo sempre più contorto, alle dieci e mezza la pazienza di Marco era al limite, non sapeva che fare, andare a casa dei suoi non si poteva perché era troppo tardi e poi non poteva abusare così di loro, di studiare non se ne parlava proprio, accese il computer, cercò un po’ di ragazzi nudi su internet, non ne aveva veramente voglia, di quelle cose era ormai più che stufo, ma quasi meccanicamente andò avanti e finì per masturbarsi davanti al monitor, almeno, dopo, riuscì a prendere sonno più facilmente.

 Al mattino del martedì Marco sembrava avere un nuovo spirito, fece una rapida doccia piuttosto fredda e uscì per fare colazione al bar, era una cosa che gradiva molto da quando viveva da solo, tornò a casa e si rimise sui libri, aveva in mente di leggere almeno cento pagine, cercò di mettere in pratica tutta una serie di accorgimenti per mantenere l’attenzione: si procurò un righello e delle penne colorate per sottolineare le cose più importanti, si accomodò sulla sedia più comoda dopo avere sgomberato completamente il tavolo e cominciò a leggere a voce alta, la cosa andò avanti per circa due ore, poi Marco cominciò a scorrere rapidamente il libro per rendersi conto della massa del programma da studiare, rimase sconcertato, all’inizio erano quasi tutte chiacchiere o, almeno, erano concetti di carattere generale, ma la seconda parte sembrava un vero elenco telefonico. Marco andò in cucina, avrebbe mangiato volentieri qualche cosa ma non c’era nulla, si fece prendere dalla tentazione di andare a fare un po’ di spesa e di rimpinguare la dispensa anche per non andare a mangiare ogni giorno dai suoi. Uscì e andò al supermercato, prese poche cose per evitare che potessero guastarsi: un etto e mezzo di prosciutto, tre panini, un pezzo di parmigiano, i fusilli, dei piselli in scatola, delle uova, qualche banana e qualche lattina di birra, a casa aprì il frigo e gli venne in mente di dargli una pulita, staccò la corrente e lo sbrinò, lo lucidò all’interno come fosse nuovo, sistemò le cose che aveva portato dal supermercato, insaponò le camicie e la mise nella lavatrice, poi si preparò due panini col prosciutto e aprì una lattina di birra fresca, si sentiva soddisfatto di se stesso, almeno aveva fatto qualcosa di buono, sapeva che nel pomeriggio avrebbe dovuto riprendere in mano il libro ma cercava di allontanare il momento dedicandosi a qualche altra cosa utile: andò in giro per la stanza da letto, raccolse tutta la biancheria e la mise a bagno, gettò via i bicchierini di plastica, le lattine vuote, le carte inutili, poi tirò fuori l’aspirapolvere e diede una bella pulita alla sua stanza.
Era fiero del suo lavoro, finalmente si decise e riprese la lettura, il libro, sottolineato per una certa parte, gli dava un maggiore senso di sicurezza, in fondo il lavoro era stato già avviato, ma non cominciò a leggere, aprì la televisione. Gli Israeliani si erano ritirati da alcune città della Palestina ma una decina di soldati erano stati uccisi a Jenin. Cambiando canale Marco si imbatté nel funerale della regina madre d’Inghilterra, la cerimonia era sontuosa e dava tanto il senso della vecchia Europa, la trasmissione, in diretta andò avanti fino all’ora di pranzo, Marco cominciava ad avere degli scrupoli nei confronti del suo libro. Finalmente si rimise a studiare leggendo ad alta voce e sottolineando, qualche volta si chiedeva come mai alcuni istituti giuridici avessero quella particolare struttura ma certe cose erano ancora, per lui, parte di un grande arcano, gli bastava sapere che cosa si dovesse fare in ciascuna situazione e come, ed era in fondo già molto, chiedersi il perché sarebbe stato troppo.

La lettura proseguiva, Marco schematizzava, cercava di memorizzare e andava avanti, ogni tanto si fermava e si chiedeva per l’ennesima volta e non senza un certo disappunto quale fosse il senso generale di tutto quello che stava studiando ma non riusciva a vederne nessuno. Pensò che se fosse andato a lezione forse avrebbe potuto capire qualche cosa di più, guardò gli orari e vide che nel pomeriggio ci sarebbe stata una lezione alle 17, si armò di pazienza, continuò a leggere e alle quattro e mezza si mise in strada per andare all’università.
Nell’aula c’era pochissima gente, non più di dieci o dodici studenti, il professore entrò ma non si mise a fare una lezione frontale come Marco si aspettava ma cominciò a interrogare i suoi studenti che non se lo aspettavano, i primi tre chiamati fecero delle figuracce tremende e solo il quarto riuscì a cavarsela e in modo molto mediocre, il professore non era soddisfatto e finì per dire che i primi tre avevano sprecato i 77 centesimi spesi per prendere la metropolitana. Marco fece di tutto per nascondersi e per non essere chiamato, riuscì a salvarsi ma non riuscì a non farsi prendere dal panico, quando uscì aveva il batticuore ed era sudatissimo, aveva fatto il conto alla rovescia sperando che il tempo passasse il più in fretta possibile, come se fosse stato seduto su una bomba che rischiava di esplodere da un momento all’altro e si era pentito amaramente di essere andato a lezione, pensò tra sé che non avrebbe mai più dovuto presentarsi a quelle lezioni, era troppo pericoloso, anche perché una figuraccia pubblica di quel livello gli sembrava l’anticamera di una bocciatura. Alle otto di sera Marco era di nuovo a casa.
I suoi lo chiamarono al telefono, ormai cercavano di chiamarlo una volta ogni due giorni e non tutti i giorni come prima.
– Ciao Marco.

– Ciao mamma, come state?

– Bene e tu?

– Tutto bene, oggi ho fatto un po’ di pulizie, ho rimesso a posto il frigorifero e ho pulito la casa.

– Marco ma se tu vuoi le cose da lavare ce le puoi portare qui, te le metto a posto io e se tu vuoi posso venire a casa tua e ti posso mettere bene bene a posto tutta la casa.

– No, mamma, non ce n’è bisogno.

– Senti, noi ti volevamo dire se vuoi venire a cena da noi stasera.
– E, magari…

– Allora ti aspettiamo, ciao Marco, ti saluta papà.

La telefonata dei suoi si presentò come un’ancora di salvezza: permetteva a Marco di evitare di proseguire la lettura del libro, e nello stesso tempo gli dava l’impressione di fare una cosa gradita ai suoi, in qualche modo di farlo per loro, anche se in realtà erano i suoi che lo avevano chiamato perché temevano che Marco potesse finire per stare troppo solo.

Si preparò, in strada pensò al libro che aveva cominciato a leggere e alla terribile storia della lezione del pomeriggio, si disse che avrebbe dovuto raccontarla ai suoi per vedere come l’avrebbero presa, in qualche modo Marco voleva sperimentare la reazione dei suoi di fronte ai suoi fallimenti universitari, sapeva che avrebbero appoggiato qualunque sua scelta ma sapeva anche che una sua eventuale rinuncia sarebbe stata per loro una cosa non gradita, anche se Rocco e Rosa di università capivano ben poco.

A casa Marco trovò la solita accoglienza calorosa, la tavola apparecchiata, un bel gateau di patate, lo spezzatino di pollo, le patatine fritte sul momento e una bella macedonia preparata per l’occasione, c’era anche una bottiglia di vino rosso, barolo piemontese. Sia Rocco che Rosa non davano il minimo segno di esitazione, per loro la presenza di Marco era normale, se mai era difficile da accettare la sua assenza, la televisione parlava di Colin Pawell dei suoi progetti di pace per il medio oriente, ma anche del delitto di Cogne, della borsa e di tante altre cose, ascoltare il telegiornale rendeva l’atmosfera tipicamente casalinga. Marco si sdraiò sul divano e si tolse le scarpe, un gesto informale che Rocco interpretò positivamente. Dopo pochi minuti Marco si sedette a tavola, non sapeva se parlare o no dell’università, poi si decise, disse che aveva comprato un libro costosissimo e che aveva cominciato a studiarlo, ma disse anche che era andato a lezione nel pomeriggio e che aveva avuto una paura tremenda di essere sputtanato pubblicamente. I suoi stettero a sentire sgranando gli occhi e con qualche momento di perplessità, Marco si aspettava un discorso diretto sui risultati dei suoi studi ma non trovò nulla di simile, Rocco gli disse, come d’altra parte aveva sempre fatto, che se aveva bisogno di soldi poteva prendere tutto quello che voleva perché tanto sapeva benissimo dove si trovavano e concluse con un salomonico:

– Marco, tu lo devi sapere quello che devi fare, noi non ne sappiamo niente di queste cose, purtroppo un indirizzo concreto non te lo possiamo dare, tu fai quello che credi meglio e noi saremo sempre dalla parte tua.

Rosa intervenne.

– Se ci fosse stato zio Mario… quello te li avrebbe dati dei consigli giusti, quello di libri ne capiva, ma noi non sappiamo che cosa dire.
– Lo so, però avete già fatto tutto il possibile, il resto dipende da me e il problema è proprio questo, io qualche volta penso che non arriverò fino in fondo. Papà, tu che dici?

– Io dico che come hai fatto quattro esami puoi fare pure gli altri, ma gli altri ragazzi non sono mica più intelligenti di te, devi studiare di più, questo devi fare e poi se riesci a uscire dall’università puoi trovare un lavoro vero, se no che cosa puoi fare?

– Eh! Il problema è grosso, ma gli anni passano e io non posso continuare a dipendere economicamente da voi.

– Marco, ma che dici? Tu sei figlio nostro e noi siamo una famiglia, finché campiamo noi tu puoi stare tranquillo.

– Comunque adesso cercherò di mettermici un po’ più seriamente ma mi sa che con un professore come quello ci sarà poco da fare.

Rosa tornò dalla cucina con un vassoio con tre gelati di crema e cioccolato, erano i gusti che Marco preferiva e nel frigo c’era sempre una scorta di gelato di crema e cioccolato. Rosa fece cenno di aspettare e ci mise sopra una spruzzata di liquore.
– Io lo so come ti piace a te.

– Ma voi mi viziate troppo.

Dopo il gelato venne il caffè, Rocco e Rosa avrebbero voluto chiedere a Marco di trattenersi a dormire ma non avevano il coraggio di farlo e, d’altra parte, Marco non si decideva né ad andare via né a proporre di trattenersi. Rocco stimolò la conversazione portandola sulla regina madre d’Inghilterra, Marco si sciolse un po’, raccontò quello che sapeva e quello che aveva visto in televisione la mattina, descrisse il funerale nel dettaglio: la chiesa, gli ospiti, i riti, la partecipazione popolare. Rocco era contento di parlare col figlio, a un certo punto glielo disse.

– Marco, quando parlo con te mi fa proprio piacere, tu sai tante cose.
Marco si schermì un po’ ma si sentì lusingato e sulla spinta di quella lusinga disse che si sarebbe trattenuto per la notte. Era ovviamente tutto pronto, Rosa pensò di dire a Marco che aveva desiderato che si trattenesse, ma evitò perché si sentisse più libero, tirò fuori una bottiglia di vin santo e ne mise un po’ in tre bicchierini.
La conversazione andò avanti quasi fino alla mezzanotte ma in modo molto disinvolto, dopo l’ultimo telegiornale Marco diede la buona notte e si ritirò in camera sua, tutto era di nuovo perfettamente in ordine, Marco cercò tra i suoi libri che erano ancora rimasti lì, trovò Camere separate di Tondelli, era un libro che lo aveva colpito moltissimo quando l’aveva letto per la prima volta, si fermò a rileggerne qualche brano e provò un’emozione profonda, era la storia di un grande amore che finisce con la morte per aids di uno dei due protagonisti, una vicenda tragica nella quale l’amore resta senza consolazione, la vita fisica prosegue dopo la morte del proprio compagno ma la vita dell’anima non esiste più. Questo teorema a Marco era piaciuto tantissimo e Marco pensava che il libro fosse in realtà una vicenda autobiografica, anche Tondelli era morto giovane di aids. Quella lettura tranquillizzò l’anima di Marco che si sentì contento di non avere alcuna preoccupazione relativa all’aids, in fondo lui era vissuto senza mai un compagno ma proprio per questo la paura dell’aids, per lui, era un problema solo teorico. Marco lesse un lungo brano dove si parlava dei riti della settimana santa e della processione della Macarena di Siviglia, anche quella era un’allegoria della morte di uno dei protagonisti. Una grandissima serenità aveva invaso l’anima di Marco, in un certo senso era solo, ma solo nel senso che non aveva un compagno, ma era comunque felice, la sua vita era incomparabilmente migliore di quella della stragrande maggioranza delle persone, si sentiva amato e importante e non provava affatto sentimenti di ribellione nei confronti della sua famiglia e d’altra parte non li aveva mai provati, anzi si sentiva fortunato proprio di avere una famiglia come la sua, era in fondo una famiglia rara. Poco prima dell’una Marco si addormentò.

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